Costituzione greenCon la legge sul clima Macron si gioca la sua eredità politica

La Loi climat è stata redatta con la collaborazione di 150 cittadini estratti a sorte. La strada per la sua approvazione è piena di insidie. Questa sfida potrebbe rendere il presidente francese leader globale nella lotta ambientale, ma potrebbe anche danneggiarlo in vista delle presidenziali del 2022

Lapresse

Per parafrasare il linguaggio della democrazia diretta all’italiana, l’obiettivo della Convenzione dei cittadini sul clima è aprire l’Assemblea Nazionale come una confezione di tofu. E per farlo sono stati invitati dal presidente in persona. Nei prossimi mesi, Emmanuel Macron si gioca credibilità ed eredità politica sulla loi climat, la legge sul clima che deve mettere la Francia al passo con gli obiettivi di transizione ecologica e decarbonizzazione, che nel frattempo l’Unione europea ha anche aggiornato passando a dicembre dal 40% al 55% di tagli alle emissioni in dieci anni.

L’urto con la rabbia dei gilet gialli del 2018 ha scottato Macron, mai più avrebbe provare a imporre l’ecologia dal centro alla periferia, dall’élite al popolo, e così la nuova strada è quella della democrazia diretta: scegliere 150 cittadini a caso, come si compone la giuria di un processo, provando a essere il più inclusivi possibile: tutti i ceti, le estrazioni sociali, le latitudini. I 150 partecipanti sorteggiati avevano ovviamente la facoltà di accettare o rifiutare, in cambio del loro tempo hanno avuto un rimborso spese e la possibilità di scrivere il futuro climatico del paese, seguiti e preparati alla missione da un gruppo di esperti sulle tematiche ambientali più importanti: consumo, produzione, trasporti, alloggi e cibo.

I lavori sono partiti un anno fa e ora sono arrivati alla conclusione. La composizione biografica di questa assemblea dei cittadini è uno specchio della Francia contemporanea: una studentessa minorenne di un villaggio della Bretagna, un consulente del lavoro cresciuto in una banlieue di Parigi e oggi residente in Normandia, una manager parigina ramo pubblicità. Hanno studiato, scritto ed elaborato, hanno incontrato Macron varie volte e alla fine hanno sottoposto un elenco di misure radicale e un po’ disarticolato, insieme alla richiesta – sposata dall’Eliseo – di un referendum per inserire la lotta al cambiamento climatico e la protezione della biodiversità nella Costituzione francese.

Il lavoro di confronto tra la politica e i cittadini ha limato e ammorbidito le richieste: il testo finale sarà sottoposto al Consiglio dei ministri e poi a un parlamento indispettito da questo scavalcamento. «La Convenzione è una discutibile operazione del presidente, che suggerisce l’assenza di istituzioni democratiche in Francia», ha detto Sophie Auconie, deputato dei centristi di Udi.

Su alcune richieste i cittadini sono stati condotti a più miti consigli: non c’è più il divieto di fare pubblicità ai Suv o ad altri prodotti ad alte emissioni, non c’è più il divieto di prendere l’areo per le tratte interne se il percorso può essere fatto in treno in meno di quattro ore, soprattutto non c’è più l’obbligo di ristrutturare tutti gli edifici di Francia entro il 2024 (norma contestata, politicamente difficile da spendere e ad alto rischio gilet jaune).

Il conflitto tra l’ambizione dei cittadini chiamati a scrivere il futuro ecologico della Francia e le frizioni e le cautele di cui l’azione politica sempre deve tenere in conto è rappresentato bene dalla richiesta manifesto della Convenzione sul clima: il referendum.

Macron ha accettato la sfida, a metà dicembre ha annunciato che la Costituzione sarà cambiata e poi l’elettorato sarà chiamato a ratificare. Il testo sul quale Macron può diventare leader globale dell’azione climatica o sfracellarsi è di poche parole: «La Repubblica garantisce la conservazione della biodiversità e dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici».

Il cammino della riforma è però lungo e impervio. Deve essere approvato dall’Assemblea Nazionale e dal Senato, ed è un passaggio tutt’altro che scontato. Il Senato in particolare ha una maggioranza ostile a Macron e non sembra in vena di regali. Se anche la riforma dovesse passare, sarebbe poi sottoposta ai cittadini, con tutte le incertezze del caso, che rischiano di essere acuite se la loi climate dovesse risultare difficile da digerire.

Infine, come tutti i referendum, il tema potrebbe spostarsi dalla materia in esame alla persona che lo propone: pro o contro Macron. «Mentre i cittadini puntano alla luna, il presidente spera che gli idioti vedano solo il referendum», ha detto il socialista Boris Vallaud. E, ancora più a sinistra, Jean-Luc Mélenchon ha già annunciato il voto contrario.

La strada del referendum costituzionale comporta tutti i rischi e i pregi di una proposta di bandiera, altamente simbolica, ed è probabilmente per questo che Macron ha scelto di farla sua. Ma è sull’articolazione dei punti della loi climat che si vedono bene vantaggi e difficoltà di interpellare in modo diretto i cittadini su un tema così ampio e complesso.

Ci sono effetti positivi. La Francia, come l’Italia, ha un enorme problema di consumo del suolo, come l’Italia rincorre obiettivi europei di consumo di suolo zero e avrebbe bisogno di un intervento legislativo. In Italia il tema è il Godot delle politiche ambientaliste, i disegni di legge periscono sempre nel fuoco incrociato di lobby e interessi. La Convenzione dei cittadini ne ha fatto un punto centrale, e uno stop alla cementificazione potrebbe essere una delle innovazioni più concrete prodotte da questo esperimento di democrazia diretta.

Su altri fronti lo scontro è stato più aspro e meno produttivo. La pubblicità è un buon esempio: i cittadini volevano vietare quella di qualsiasi prodotto inquinante, il compromesso è stato proporre di mettere al bando solo quelle delle fonti fossili, mentre sugli altri prodotti si è scelto di affidarsi alla responsabilità di consumatori e pubblicitari. L’obbligo di ristrutturazione totale degli edifici (il 18% delle emissioni francesi) entro il 2024 è stato frenato da Macron, per il timore di imporre sacrifici economici ai cittadini.

Altro terreno di scontro: le automobili. Il presidente è aperto a vietare la commercializzazione di quelle più inquinanti, ma sulle soluzioni più drastiche ha passato la palla all’Unione europea. Stesso discorso sulla tassa ambientale per i voli. Il divieto di prendere l’aereo sulle tratte interne rimane, ma solo se l’alternativa verso la destinazione finale è inferiore a due ore e mezzo (e non quattro, come chiesto dai cittadini).

Le Ong ambientaliste hanno protestato per l’annacquamento di tutte le proposte iniziali e per l’eliminazione del capitolo sulla giustizia climatica. La parola passerà al governo e poi al parlamento. L’approvazione finale è prevista per l’estate o l’inizio dell’autunno. Il rischio è che questo lungo viaggio continui a perdere pezzi e impatto, prima di arrivare a portare i suoi effetti. Per Macron sarebbe un boomerang micidiale.

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