La differenza tra meteo e climaPerché l’inverno glaciale di gennaio conferma il climate change

Uno studio pubblicato su Nature spiega il legame tra il riscaldamento globale degli ultimi decenni e l’aumento degli eventi di freddo estremo. Le temerature elevate del Pacifico influiscono sull’aria che arriva dalla Siberia, ne favoriscono la risalita e modificano così le condizioni della stratosfera

LaPresse

«Ma avete visto che nevicate record in Italia?». «Perché, a Madrid erano cinquant’anni che non nevicava così tanto, altro che riscaldamento climatico». In queste ultime settimane sono stati questi i commenti più comuni sui gruppi social di negazionisti del mutamento climatico. Anzi, ora non si fanno chiamare più negazionisti, bensì «realisti», coloro che osservano che tempo fa dalla finestra e poi vanno a scrivere un post aggressivo contro gli «allarmisti».

 

«Il problema è che si confonde il meteo con il clima, non è che se una settimana fa un freddo glaciale non è vero che la terra si sta scaldando. Al contrario, il mutamente climatico e l’innalzamento delle temperature potrebbero portare all’effetto opposto, cioè più freddo». A dirlo è Claudia Pasquero, oceanografa e fisica dell’atmosfera dell’Università di Milano-Bicocca, che insieme ai colleghi Mostafa Hamouda ed Eli Tziperman dell’Università di Harvard hanno studiato per tre anni la relazione tra riscaldamento climatico con eventi di freddo estremo. I risultati del lavoro di ricerca “Decoupling of the Arctic Oscillation and North Atlantic Oscillation in a warmer climate” sono stati pubblicati di recente su Nature Climate Change.

«Normalmente – spiega Claudia Pasquero – il clima invernale è influenzato dal cosiddetto vortice polare artico, un vento che gira attorno all’Artico e che intrappola l’aria fredda alle alte latitudini impedendole, così, di raggiungere altre zone del globo. Questo vortice si indebolisce solamente quando avviene un riscaldamento a 30 km di quota, cioè in stratosfera, cosa avviene normalmente ogni due anni. Quando il vortice si spezza in superficie si avvertono gli effetti di questi venti anomali e arriva aria polare anche alle medie latitudini».

I meccanismi che indeboliscono questo vortice polare artico sono stati finora noti e gli scienziati sanno che temperature anomale in stratosfera sono influenzate, per esempio, dalla fusione del ghiaccio artico e dalle piogge tropicali intense. In questo nuovo studio, Claudia Pasquero, Mostafa Hamouda ed Eli Tziperman hanno, invece, individuato, un fattore mai conosciuto prima che spiega le anomali in stratosfera.  «Abbiamo scoperto – annuncia Claudia Pasquero – che a influenzare il vortice polare artico è l’alta temperatura dell’Oceano Pacifico, un Oceano che si sta scaldando molto più dell’Atlantico e in maniera disuniforme rispetto a tutti gli altri mari, su questo c’è accordo tra tutti i climatologi».

Le acque particolarmente calde del Pacifico riscaldano l’aria fredda che giunge dalla Siberia favorendone la risalita e arrivando a modificare le condizioni stratosferiche. «Proprio questo potrebbe essere il legame tra il riscaldamento globale degli ultimi decenni e l’aumento degli eventi di freddo estremo nell’inverno boreale», concludono i tre scienziati. Il lavoro è solo all’inizio e la ricerca sta proseguendo. “C’è ancora tanto lavoro da fare. Noi abbiamo visto questo segnale ma quale sarà l’evoluzione è ancora da capire”.

Il team sta analizzando i dati climatici degli ultimi 70 anni per capire se e quali sono stati nel corso del tempo i fattori più comuni che hanno rotto il vortice polare artico. Per verificarne l’incidenza e studiare, dunque, quanto i cambiamenti climatici stanno o potranno incidere sui fenomeni atmosferici. “Stiamo lavorando su modelli climatici che permettono di andare a fare piccole variazioni e studiarne gli effetti: vediamo cosa succede, per esempio, se si scalda più il Pacifico, se si scalda più l’Atlantico, se i mari si scaldano tutti uniformemente…. In base ai risultati analizziamo teorie e ipotizziamo effetti di lunga o media durata”.

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