Imparare a memoriaIl libro dei ricordi veri e non veri dell’uomo più vecchio del mondo

Il romanzo di Omer Meir Wellber, direttore d’orchestra israeliano, è un capolavoro. Nella voce di un centenario israeliano si intrecciano impressioni e ricostruzioni, inganni e disvelamenti, fino a fornire un ritratto autentico di una vita intera e di un’epoca ancora presente

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Ogni volta i racconti cambiano. Alcuni dettagli scompaiono, altri vengono aggiunti, si modificano nel tempo. Quale versione è vera? Quale è falsa? Per Omer Meir Wellber, direttore musicale della Fondazione Teatro Massimo di Palermo, allievo di Barenboim e astro nascente dell’opera mondiale (Dresda, BBC Orchestra) la domanda non ha senso. E il suo libro, “Storia vera e non vera di Chaim Birkner”, pubblicato da Sellerio, ne è la dimostrazione.

I ricordi che si affacciano alla mente del protagonista, ultracentenario e diventato «l’uomo più vecchio del mondo», si sovrappongono di continuo e senza ordine. Si passa dalle passeggiate che, da piccolo nel suo shtetl ungherese, faceva con Leon (in realtà Lea, ma lui la chiamava al maschile perché portava i pantaloni) alle strane ispezioni in una libreria con il padre. Ogni volta si aggiunge un dettaglio, ogni volta le prospettive cambiano.

La storia di Chaim è quella di un bambino che, intorno agli 11 anni, viene abbandonato dalla famiglia. O meglio: il padre e la madre decidono, a sua insaputa, di mandarlo a vivere in Israele. L’antisemitismo in Europa cresceva e si avvicinava una nuova guerra. Il bambino sarebbe stato più al sicuro altrove, soprattutto laggiù.

Gli scattano le fotografie di nascosto, in una libreria che in realtà era tutt’altro. Si accordano con alcuni nazisti (nella fantasia del bambino sono dei clown, per il modo bizzarro in cui si vestono) per ottenere il permesso (e il padre finirà in un processo per questo rapporto). Lo mandano a imbarcarsi a Trieste, dove un ragazzo sconosciuto gli chiede di badare a una donna cieca, Miriam. Vista l’ambiguità del tutto, viene da chiedersi se non sia lei ad accompagnare lui.

«Questa è la storia che mi è stata sempre raccontata, oggi però so che non tutto è vero. Menzogna e inganno, come molte altre cose che mio padre disse o non disse. La verità è un’altra», spiega Chaim. Ma anche lui, nelle sue ricostruzioni, cambia, modifica, tramuta.

Lo stesso racconto, quello in cui da bambino, insieme a suo padre, vanno alla Sinagoga, la trovano vuota e per prudenza portano a casa i rotoli della Torah si ripresenta tre volte nel libro, sempre diverso.

I suoi stessi rapporti familiari si modificano, di pagina in pagina. Si sa che la nonna non era ebrea, che il padre sosteneva di avere studiato alla scuola da rabbino (e no, non era avvenuto) e che molte cose di quanto gli vengono dette sono, in realtà, a metà strada tra l’inganno e l’illusione. Una sorta di wishful thinking.

Anche Israele, per Chaim (e per Wellber), è così. Lo raggiunge da ragazzo e cresce in un kibbutz (con le difficoltà e le privazioni del caso), dopo la Guerra, è uno degli scampati, non un sopravvissuto. La sua memoria cambia come cambia la natura dello Stato che nasce intorno a lui.

«La seconda guerra da cui dovetti fuggire fu la campagna del Sinai. Avevo già ventisei anni e dovevo essere richiamato. Non sono un ingenuo. Non che io sia contro le guerre o chissà cosa, e in linea di principio non mi disturba il fatto che delle persone possano morire per lo stato. Però non devo essere per forza io, penso. Avevo superato una guerra mondiale senza diventare un eroe, e andava bene così. Quando vidi avvicinarsi il pericolo cercai subito di scantonare», come se la sua riluttanza alla verità lo tenesse al riparo dalle semplificazioni.

È uno strano atteggiamento. Lo si vede, di nuovo, nell’episodio della renta, una sorta di pensione pagata dai tedeschi agli israeliani come risarcimento: «Jael mi aveva convinto a far domanda per ottenere la renta dai tedeschi. A me la cosa non andava. Non ero affatto contrario all’idea di ricevere un po’ di soldi dalla Germania o da chiunque altro, ma non avevo voglia di presentarmi e raccontare tutta la storia per far capire quanto avessi sofferto o vinto, o quanto mi spettasse (o quanto di più invece sarebbe toccato a qualcuno che era stato ammazzato)».

Ma non la prenderà: al suo posto toccherà a una ex kapo, che sapeva parlare solo ungherese. Lui viene chiamato a tradurre le sue frasi e, in un certo senso, la salva dal carcere. Di fronte alle lungaggini burocratiche la donna si irriterà e comincerà a spifferare la verità. Lui non traduce ma cambia tutto. Trasforma il racconto di una carceriera in quello di una vittima.

Certo, il tono è divertito, ma il racconto – nella sua ambiguità, nel confronto irrisolto tra le ragioni di chi ha ceduto al male e si è salvato e di chi invece è rimasto sommerso è potente – interroga. Nella sua traduzione fittizia Chaim restituisce una nuova identità, riscrive una storia e scompiglia le carte.

L’idea che la verità, una e unica, sia pericolosa (peggio: sia autoritaria) costituisce il leitmotiv che percorre il libro (Wellber è appunto musicista) e mette in mostra un’insofferenza profonda verso la crescente tendenza all’incasellamento burocratico, l’automatismo del pensiero, la mancanza della sfumatura.

Per questo la storia di Chaim è vera e non vera, perché la materia prima del romanzo viene ricavata dai racconti che l’autore sentiva in casa: sono ricordi di parenti, amici di famiglia che venivano ripetuti (ogni volta diversi) a cene e incontri.

Ma il loro sviluppo, con tanto di proiezione nel futuro (fino al 2038), è tutta una sua invenzione. Dove sia il confine – questa è la lezione del libro – non è importante. E forse, non è nemmeno interessante.