Il trauma contingenteLa teologia dopo Auschwitz, secondo Johann Baptist Metz

Per il teologo tedesco, che ne ha scritto su La Civiltà Cattolica, la Shoah è stata un orrore che ha fatto apparire vuoto e cieco ogni discorso decontestualizzato su Dio. Per questo motivo sognava una revisione del rapporto storico tra cristiani ed ebrei, uniti in «una coalizione di fiducia messianica» di fronte all’apoteosi della banalità e dell’odio

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Pubblichiamo in anteprima un estratto dell’articolo “Auschwitz, il trauma contingente. L’opera di Johann Baptist Metz (1928–2019)” di Andreas R. Batlogg S.I., che compare sul prossimo quaderno della rivista La Civiltà Cattolica.

Metz non è solo una città francese sulla Mosella, ma anche il nome di un teologo tedesco che ha acquistato una fama mondiale: Johann Baptist Metz. Il suo nome è associato a espressioni chiave potenti come «la nuova teologia politica», «la teologia dopo Auschwitz», «compassione», «mistica degli occhi aperti», memoria passionis.

Dopo la sua morte, avvenuta il 2 dicembre 2019, il New York Times ha pubblicato un necrologio, in cui il teologo tedesco è stato riconosciuto come «pioniere del dialogo ebraico-cristiano dopo Auschwitz». Durante la sua vita, i giudizi e le valutazioni su di lui sono stati diametralmente opposti: «Alcuni lo considerano la shooting star, la “stella cadente” di una teologia critica e cosmopolita, altri vedono in lui un agitatore marxista, un nemico della Chiesa».

Il teologo viennese Johann Reikerstorfer, nel periodo tra il 2015 e il 2018, ha curato e pubblicato la raccolta degli scritti di Metz, un’edizione in nove volumi, preservando così l’opera nel tempo. Questo consente di ripercorrerne il lungo cammino accademico. Un esperimento entusiasmante è prendere il volume 8 («Conversazioni, interviste, risposte») e lasciare che il teologo tedesco commenti e interpreti se stesso, cosa che egli ha fatto spesso nelle interviste in modo molto sintetico, quasi stenografico, e che può favorire un primo approccio ai suoi libri e ai suoi articoli.

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La teologia dopo Auschwitz 

«Auschwitz riguarda noi tutti»: le esperienze di guerra, il Movimento studentesco degli anni Sessanta e la Teoria sociologica critica della Scuola di Francoforte hanno permesso a Metz di formulare e di sviluppare il suo discorso su Dio come «teologia dopo Auschwitz». Egli dichiara: «Appartengo a quella generazione di tedeschi che lentamente ha imparato a considerarsi la generazione del “dopo Auschwitz”». E aggiunge: «E ho cercato di tenerne conto nel mio modo di fare teologia». In uno dei suoi discorsi più significativi – «Cristiani ed ebrei dopo Auschwitz», tenuto al Katholikentag («Giornata cattolica») di Friburgo nel 1978 – affermava: «Noi cristiani non torneremo mai più indietro ad Auschwitz; a ben vedere, però, oltre Auschwitz non andremo mai più da soli, ma solo con le vittime di Auschwitz. Secondo me, questa è la radice dell’ecumenismo giudaico-cristiano».

Poco prima aveva ricordato la sua risposta alla domanda posta da Milan Machoveč – basata sull’interrogativo di Adorno se si potessero ancora scrivere poesie dopo Auschwitz – se i cristiani potessero ancora pregare dopo Auschwitz: «Possiamo pregare dopo Auschwitz perché anche ad Auschwitz si è pregato». 

In pratica, questo per Metz significava che i cristiani dovevano «finalmente passare dal proselitismo al dialogo». Egli affermava: «Non siamo noi ad avere la prima parola, ad aprire questo dialogo. Alle vittime non si dà alcuna possibilità di dialogare. S’incomincia a dialogare soltanto se sono le vittime per prime a prendere la parola. E allora il nostro primo compito di cristiani sarà quello di prestare finalmente ascolto a ciò che gli ebrei hanno da dire di se stessi e su se stessi».

Quanto sono attuali queste parole rispetto a nuovi dibattiti sulla missione agli ebrei! «Non ci sono schemi predefiniti per il dialogo tra ebrei e cristiani che possano essere mutuati dal repertorio conosciuto dell’ecumenismo all’interno del cristianesimo». Metz sognava «una sorta di coalizione di fiducia messianica tra gli ebrei e i cristiani di fronte all’apoteosi della banalità e dell’odio che regnano nel nostro mondo».

Era consapevole che non si trattava soltanto di retorica della colpa e della responsabilità: «Ciò che è accaduto nella Shoah non richiede solo una revisione del rapporto storico tra cristiani ed ebrei, ma anche una revisione della teologia cristiana». 

Queste osservazioni rimandano alle visite dei papi Giovanni Paolo II (giugno 1979), Benedetto XVI (maggio 2006) e Francesco (luglio 2016) ad Auschwitz, e all’accento che ciascuno di loro vi ha posto. Karol Wojtyła è cresciuto a Wadowice, a 35 chilometri da Auschwitz/Oświęcim. Joseph Ratzinger è stato arruolato nella Wehrmacht da giovane. A differenza dei suoi due predecessori, Jorge Mario Bergoglio non ha tenuto nessun discorso ad Auschwitz. Metz era convinto di questo: «Per me Auschwitz ha segnalato un orrore al di là di ogni teologia conosciuta, un orrore che ha fatto apparire vuoto e cieco ogni discorso decontestualizzato su Dio. Esiste, mi sono chiesto, un Dio che si possa adorare voltando le spalle a una simile catastrofe?». 

Negli ultimi 20 anni della sua vita, Metz si è impegnato in maniera sempre più appassionata per «una cristologia del Sabato Santo». In una intervista ha detto: «Abbiamo bisogno di una maggiore atmosfera del Sabato Santo nel nostro discorso su Dio e sul suo Cristo. Anche nella nostra liturgia e nel nostro lavoro pastorale». Già anni prima aveva affermato: «Nella cristologia […] abbiamo smarrito la strada tra il Venerdì Santo e la domenica di Pasqua. Abbiamo troppa cristologia della domenica di Pasqua. Penso che l’atmosfera del Sabato Santo debba essere raccontata all’interno della cristologia stessa. Il terzo giorno dopo il Venerdì Santo è ben lungi dall’essere di nuovo la domenica di Pasqua per tutti. […] Quello che voglio dire è che alla cristologia appartiene una storia del cammino, appartengono esperienze del Sabato Santo, e quindi una sorta di linguaggio del Sabato Santo della nostra cristologia, che non è, come nel mito, un puro linguaggio di vittoria». 

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