Tenere sulla cordaIl violino che ha messo in crisi il sistema tedesco dei risarcimenti alle vittime del nazismo

Secondo il Comitato per le restituzioni, la Fondazione che possiede un strumento realizzato da Giuseppe Guarneri e poi acquistato da un mercante ebreo nel 1938 dovrebbe compensare i discendenti con 100mila euro. Nonostante gli accordi i soldi non sono mai stati pagati

da Pixbay

Una questione di memoria, soldi e profondo imbarazzo per tutta la Germania. In mezzo un violino, che rischia di mettere in crisi il meccanismo tedesco per i risarcimenti e le compensazioni per le opere d’arte rubate o requisite in epoca nazista.

Come spiega un articolo del New York Times, tutto comincia quando, nel 1938, il mercante di strumenti musicali ebreo Felix Hildesheimer decide di comprare uno strumento realizzato da Giuseppe Guarneri in un negozio di Stoccarda. Non è chiaro perché lo abbia fatto: il suo negozio era rimasto senza clienti a causa del boicottaggio nazista e le sue due figlie più grandi avevano già lasciato la Germania. Con ogni probabilità, pianificava di rivenderlo in Australia, dove sperava di stabilirsi con la moglie e una terza figlia. Ma le cose non andarono come stabilito. I passaporti per la partenza non arrivarono mai e Hildesheimer si tolse la vita nel 1939.

Sulle sorti del violino cala il mistero fino a quando, nel 1974, la volinista Sophie Hagemann non lo ritrova in un negozio di Colonia. Lo compra e, al momento della sua morte, avvenuta nel 2010, lo lascia in eredità alla fondazione che aveva creato per diffondere la musica del marito, un compositore, e dare opportunità di studio ai giovani. Il violino stesso, valutato intorno ai 200mila euro, sarebbe stato uno dei pezzi più pregiati a disposizione degli studenti.

La fondazione si occupa sia del restauro che del tracciamento dei passaggi subiti dallo strumento. Subito nota il buco temporale che corre dal 1938 al 1974 e si affretta a inserirlo nel registro delle proprietà sottratte dai nazisti, in attesa di avere più notizie sui discendenti di Felix Hildesheimer. Le cose vanno bene, un giornalista americano li aiuta a trovare il nipote e, come da prassi, il caso viene assegnato al Comitato Consultivo per le richieste di restituzione istituito dal governo tedesco.

L’istituzione, fondata nel 2003 seguendo gli 11 “Principi di Washington sull’arte confiscata” (accordo internazionale per definire l’iter e i criteri per tracciare e restituire le proprietà sottratte dai nazisti), ricostruisce la vicenda e valuta le condizioni di acquisto e di vendita dello strumento.

Nel 2016 stabilisce che, a titolo compensatorio, la Fondazione Hagemann potrà tenere lo strumento a patto di versare 100mila euro agli eredi di Felix Hildesheimer e onorare la sua memoria tenendo concerti in suo onore. La risoluzione viene accettata, le parti concordano e tutto sembra finire nel migliore dei modi

Non è così. Il tempo passa, ma la Fondazione non paga. All’inizio dice di non trovare i soldi necessari per il risarcimento. I discendenti di Hildesheim si offrono di aiutarli. Dopodiché, comincia a sollevare dubbi sulla validità della decisione stessa.

Secondo il Comitato, il mercante di strumenti musicali avrebbe interrotto la sua attività nel 1937 e la vendita del violino sarebbe stata un atto reso necessario dalle condizioni di ristrettezza imposte dal nazismo. Per la Fondazione, invece, Hildesheim avrebbe chiuso il negozio nel 1939, per cui non c’è nessuna indicazione che dimostri che il violino non sia stato ceduto nel quadro di una normale transazione, nel pieno accordo delle parti. Lo strumento, di conseguenza non rientra nel novero delle proprietà requisite o sottratte con la forza dai nazisti. Ergo, non sarebbe dovuta nessuna compensazione.

La marcia indietro ha irritato il Comitato, che ha espresso il suo disappunto con un comunicato pubblico. La Fondazione deve tenere fede alla parola data, ha dichiarato. Aggiungendo che, con questa ritrattazione, mostra di non prendere sul serio le raccomandazioni del Comitato e, in generale, nemmeno i principi che animano il processo di restituzione dei beni sottratti in epoca nazista.

È qui il problema. Il caso del violino non è isolato, o meglio: mostra come il meccanismo delle restituzioni sia più fragile e complicato di quanto si immagini.

Spesso le famiglie dei discendenti di ebrei spogliati dei loro beni dai nazisti non riescono a ottenere né una restituzione né un risarcimento dagli organi amministrativi, dal momento che il quadro normativo tenda a proteggere la buona fede degli acquirenti. Il Comitato è la loro unica speranza ma, appunto, non ha poteri legali e svolge una funzione di mediazione. Le sue decisioni hanno il valore di una raccomandazione, un suggerimento morale.

In questo senso, non ha funzionato nemmeno l’appello rivolto all’Università della Musica di Norimberga, che dipende dal Land della Bavaria e ha un legame molto stretto con la Fondazione. La politica ha scelto di non intervenire: la Fondazione (ed è vero) è un ente privato, le sue scelte sono libere, anche se discutibili.

Il caso forse si chiuderà così, con una ritrattazione che va a colpire la fiducia nel Comitato (se non funziona, chi mai vi farà appello?) e suscita imbarazzo in tutto il Paese. I risarcimenti sono un affare più complicato delle commemorazioni, ma anche più serio e concreto.

Qui finiscono per intersecarsi questioni di diritto, interessi opposti, considerazioni morali e materiali. Un intreccio che espone contraddizioni e verità sgradevoli. È per questo che il quadro che ne esce è poco simbolico. E il segnale non buono.

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