Un cazzo ebreoQuella volta che ho sognato di essere Hitler

L’esplosivo esordio letterario di Katharine Volckmer, flusso di coscienza con cui una donna tedesca racconta al medico pensieri e opinioni più o meno originali su quasi tutto, compresi i momenti bui della storia tedesca

da Wikimedia

So che potrebbe non essere il momento migliore per sollevare l’argomento, dottor Seligman, ma mi è appena venuto in mente che una volta ho sognato di essere Hitler.

Mi vergogno molto a parlarne persino adesso, ma ero davvero lui, tenevo un discorso da un balcone, affacciata su una folla di fanatici seguaci. Indossavo l’uniforme con quei pantaloni buffi, a palloncino, riuscivo a percepire la presenza del baffetto sul labbro superiore e facevo volteggiare la mano destra nell’aria mentre ipnotizzavo tutti con la mia voce.

Non ricordo di cosa stessi esattamente parlando, penso fosse qualcosa da fare con Mussolini o forse si trattava di qualche altro assurdo sogno di espansione, ma non importa. Cos’altro è il fascismo, in fin dei conti, se non un’ideologia fine a se stessa, non contiene alcun messaggio da rivelare e in ogni caso gli italiani alla fine ci hanno battuto. Non posso fare cento metri in questa città senza leggere le parole “pasta” o “espresso”, con quella loro orribile bandiera che penzola da ogni angolo. In compenso non mi capita mai, da nessuna parte, di imbattermi nella parola Sauerkraut. Non era realistico pensare che potessimo reggere le redini di un impero per migliaia di anni con la nostra deplorevole cucina, ci sono dei limiti a quello che puoi imporre alla gente e tutti se la darebbero a gambe dopo un bis di ciò che abbiamo il coraggio di chiamare cibo.

È sempre stato il nostro punto debole, non abbiamo mai creato qualcosa da goderci senza uno scopo superiore, non è mica un caso che in tedesco non ci sia la parola “piacere”– conosciamo solo lussuria e gioia. Le nostre gole non sono mai abbastanza umide per succhiare qualcuno con devozione perché siamo stati tutti cresciuti a troppo pane secco. Ha presente, quel pane terribile che mangiamo e di cui parliamo a chiunque come se fosse una sorta di mito che si autoperpetua? Penso sia una punizione divina per tutti i crimini che abbiamo commesso, ragion per cui, da quel paese, non arriverà mai una cosa sensuale come una baguette, o soffice come i muffin ai mirtilli che servono qui. È uno dei motivi per cui me ne sono dovuta andare, non volevo più essere complice della menzogna del pane.

A ogni modo, mentre stavo tenendo quello che ora definiremmo un discorso d’odio, sentivo che l’applauso orgiastico proveniente dalla folla era solo una flebile compensazione delle mie evidenti deformità. Ero dolorosamente consapevole di non assomigliare affatto all’ideale ariano che smerciavo da anni, voglio dire, non che avessi il piede equino, ma né tutti gli ebrei morti del mondo, né il mio presunto vegetarianismo mi avrebbero comunque reso papabile per una di quelle foto eccitanti della Riefenstahl – mi sentivo un impostore.

Possibile che nessuno notasse che sembravo una vecchia patata con una parrucca di plastica? Riesco ancora a percepire la tristezza con cui mi sono svegliata quel giorno, la tristezza di sapere che non sarei mai stata uno di quei bellissimi biondi ragazzi tedeschi, con i loro fisici greci e la pelle che al sole si dora meravigliosamente, la sensazione che non sarei mai stata ciò che sentivo avrei dovuto essere.

Non voglio dire di aver provato tristezza per Hitler, e non è in ogni caso accettabile spazzar via un intero popolo perché non sei felice del tuo corpo e perché quel popolo rappresenta ciò che odi di te stesso, ma il sogno mi ha fatto riflettere sulla sua vita privata. Sulla sua quotidianità. Si è mai immaginato Hitler in pigiama, dottor Seligman, che si sveglia con i capelli arruffati e inciampa in camera sua mentre cerca le pantofole? Sono certa che qualche tizio un po’ triste abbia scritto un libro sulla sua vita domestica, ma preferisco di gran lunga immaginarmela da me, i libri la renderebbero solamente tediosa.

Riesco persino a vedere le sue lenzuola con le svastiche ricamate e il pigiama coordinato, così come tutto il resto, comprese le tazze della colazione.

Ne ho viste alcune, in Polonia, in uno di quegli strani negozi di antiquariato interamente dedicati ai memorabilia dei loro persecutori, dove appunto vendevano tazze e piatti con disegnate minuscole svastiche. Sembrava una sorta di perverso universo di Barbie dove con i giusti risparmi accumulati nel tempo ti saresti potuto comprare una vita completamente nuova, luccicante e coordinata. Mi immaginavo perfino delle brevi pubblicità televisive, con un bambolotto snodato di Hitler in sella a uno di quei cavalli brillantinati, che strappa una fanciulla tedesca dalle mani di un qualche lascivo ebreo e galoppa lontano, verso il tramonto: la razza era sana e salva.

Scaltri com’erano a livello mediatico, ritengo che i nazisti abbiano davvero perso una grande opportunità di marketing, pensi quanto si sarebbero potuti divertire i piccoli tedeschi se avessero avuto un campo di concentramento della Lego chiamato Freudenstadt – costruisci il tuo forno, organizza le tue deportazioni e non dimenticarti di conquistare abbastanza Lebensraum. Avrebbero persino potuto produrre accessori per adulti, a parte tutti i guanti e i paralumi fatti di pelle, avrebbero potuto creare dilatatori anali a tema cavallo fatti con capelli veri dei nemici. Ma direi che ormai quella nave è salpata.

E non intendevo offenderla, dottor Seligman, soprattutto ora che la sua testa è tra le mie gambe, ma non pensa che ci sia qualcosa di bizzarro nel genocidio?

 

da “Un cazzo ebreo”, di Katharina Volckmer, La Nave di Teseo, 2021, pp. 112, euro 16

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