Senza pubblicoCantare davanti allo spettacolo

Se non fosse per le vendite, per i numeri, gli spettatori non esisterebbero. Chi ha cantato davanti a gente che mangiava e beveva, era viva e vegeta, esisteva e in fondo faceva musica con altri mezzi, faceva chiacchiere e rumore, sa che in realtà non esistono

Rob Gloor - Unsplash

Sono Vito, ho cantato. Ho cantato nei verzieri sotto i pampini,  come sfiorato da capigliature a boccoli, nei giardini tra gli oleandri  e le ortensie, nei roseti che mi ricordavano i miei appuntamenti,  nei mandorleti che mi ricordavano la mia infanzia acerba come le  mandorle acerbe, sotto pergolati di cannucce, nelle grotte  esistenzialiste, nelle caverne, nelle budella di Roma, nelle viscere di  tante altre città, negli stomaci architettonici, là dove di notte  gorgoglia il contrabbasso. 

Ho cantato negli anni, dentro i cunicoli dei decenni: quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, gli anni italiani del novecento. E negli intestini di quegli anni, nelle catacombe con pista da ballo, in anni da ballo ho cantato.  

Ho cantato dedicando intimamente qualche canzone a ragazze con ai piedi sandali cristiani e con addosso uno straccetto arioso,  leggero, estivo, quasi una tunica senza alcun peso, di nessun ostacolo al corpo, di nessun ostacolo al raggiungimento del  Paradiso. 

Se non fosse per le vendite, per i numeri, il pubblico non esisterebbe. Infatti non esiste. Io sono avvantaggiato nel  comprendere questo perché ho cantato davanti a gente che  mangiava e beveva, era viva e vegeta, esisteva.  

Mentre cantavo, la mia clientela faceva rumore con le posate e i  bicchieri, e con la masticazione anche, e poi con i piedi, ballando. Insomma, faceva musica con altri mezzi, faceva chiacchiere e  rumore. E che sarà mai?  

Non le urla da grande adunanza, quelle urla da terrorizzato  compiacimento d’essere soli in massa, d’essere fruitori fruiti,  mentre l’artista è l’annaffiatore annaffiato, ben sintetizzato in uno  dei primi film della storia del cinema. Il cinema a questo serve: a creare figure umane retoriche in movimento.  

Andavano fuori tempo e a tempo, non so come dire: una  sincronica aritmia, un bordone di porcellana e metallo, non so,  quelle stoviglie, quelle posate, quel brusio. La sala era illuminata  perché, spettacolo nello spettacolo, potessero esibirsi tondeggiando nei piatti le portate e diguazzando nei bicchieri i vini: giri di valzer  delle tagliatelle in abito lungo e vorticoso intorno alla forchetta,  trasparenze e densità dei bianchi e dei rossi, perle d’aria ascendenti  una a una nelle coppe, solleticanti il naso come leggeri addii  fatalisti e ti togli il pensiero, e buonanotte al secchiello del ghiaccio. Ah, il botto dei tappi stappati, incupito in un palmo di mano. Artisti anche loro, i versatori.  

Insomma, dopo un po’ che cantavo, conoscevo una a una le  commensali, uno a uno i tipi ai tavoli, la mia clientela, il mio  spettacolo alimentare, la gustosa umanità. 

Ho cantato in trattorie, al chiuso e all’aperto, ho sentito fischiare i bucatini, alcune mie canzoni, a ricantarle, ancora liberano odori di  pizza margherita, il cornicione abbrustolito, odoroso come una  siepe intorno a una canzone che fila come la mozzarella. Ma le alici fritte dorate, oh le alici fritte dorate! Ci ho scritto un brano su questa specialità, un brano intimo a due, tre con l’alicetta. 

Ho cantato in locali di stucco e cristallo e passamanerie, e in infimi  locali dall’acustica unta e colante, in locali coi tavoli e in locali  senza, in locali spogli però pieni di ballo, in case del popolo con le bandiere al muro, ho visto tutto, ho visto il ritratto di Stalin ballare e traballare e cadere dal chiodo. 

Ho visto fare affari e malaffari, d’amore e di denaro, affari chiari, mani nelle mani, affari scuri con le mani in pasta o prolungate da  chele di aragosta spezzate, affari molto limpidi negli occhi, affari torbidi, obliqui, storti: insomma, ho visto spettacoli di mani e di sguardi, e gli sguardi hanno polpastrelli, e le dita sono capaci di carezze ciliari.  

Ero canto e musica, il resto erano fatti, ero amplificato ma davanti a me lo era anche tutta la clientela: ogni locale è cassa armonica. Io cantavo, il resto era spettacolo.  

Cantavo e guardavo, e quello che vedevo lo avrei poi messo in  metrica, in versi sulla musica. Ho messo in versi anche le gambe e  le portate, e le tre carte dei mestatori, ho messo sulla musica chi ascoltava la musica, da Malaparte a una mia amica che doveva  decidere della sua vita e si ubriacava per entrare nel suo domani come in una nebbia mattutina che si sarebbe diradata sotto un sole addirittura californiano (sarò più esplicito quando questa tirata la  farò in teatro), poi Anna Maria Ortese, Togliatti, Guido da Verona sfinito, gli ultimi futuristi che apparivano nei night in pose fotografiche, spesso in cinque come un nostalgico gruppo musicale.

Ho visto tante cosce e tante calze, e barche e fiori, anche fiori, sì, la  mia ortensia, e le mie sedie, il mio tavolo, le maniglie delle porte, la luce accesa con l’interruttore, il mio pianoforte, la mia doccia, e ho  cantato tutto. Perché, che c’è? Avrei dovuto cantare altro? No, dico. Anzi sì: ho cantato anche altro. 

Al tavolo con Curzio Malaparte bevendo anisetta. Malaparte: «Arrivavo sul posto, mi fermavo con le mani in tasca a due passi  dal macello, ero solo, ero l’unico inviato davanti ai morti. Non che  avessi più fiuto degli altri, conoscevo chi lo aveva: gli insetti, che chissà cos’altro hanno oltre il fiuto, sanno quello che accade sulla terra, lo avvertono da sotto e da sopra. Io avevo soltanto guardato il terreno, avevo visto formarsi una fila  di formiche rosse, e questo era bastato perché mi guizzasse un nervo tra lo zigomo e l’occhio, e continuasse a fremere. Allora  guardavo in aria e la cercavo: distante, una nuvola nera e bassa di  farfalle. E la trovavo, la vedevo, c’era. L’asse delle ascisse e l’asse  delle ordinate (il piano della natura è cartesiano?): le formiche  rosse, le farfalle nere. Seguivo la fila delle formiche fin sotto la nuvola delle farfalle, e sotto la nuvola eccolo qua il macello. Quelle che parevano  melagrane spaccate e posate sui corpi erano carne aperta, canestri  sfondati di frutta già sfatta gli addomi. Eccolo qua il succo  sanguinante di una imboscata, di una scaramuccia, di un agguato, di una trappola, di un combattimento breve, di uno scontro  fortuito, di un massacro, anche di un delitto solitario. Carne umana a terra, il pasto delle formiche e delle farfalle. Sul  posto eravamo in migliaia di esseri, l’unico umano in piedi e inappetente ero io, gli altri formicavano e sfarfallavano,  mangiavano o erano mangiati. Questione alimentare, gustosa  umanità. I morti erano masse vive di farfalle e formiche. Scrivevo l’articolo a mente, la mia corrispondenza africana. Tornavo indietro, sempre con le mani in tasca, una l’avevo tirata  fuori per scacciare qualche farfalla, poi ce l’avevo rimessa. Camminavo lento, davo un colpo di stivale a qualche sasso come  se fosse punteggiatura da sistemare. Tornavo a bere con gli altri  inviati che pensavano fossi andato a fare un po’ d’acqua. Che  avevo anche fatto, per la verità. Ne ho fatto parecchia in Africa nel 1939».