Opera apertaCome cambia l’arte contemporanea nell’epoca dei social e della comunicazione

Mentre aumenta l’importanza del ruolo di curatori, direttori di musei e collezionisti, cresce anche l’influenza della rete e delle piattaforme. Intanto, come spiega Luca Beatrice in “Da che arte stai?” (Rizzoli), l’offerta oggi è più ampia e variegata, ma non c’è una forma o un linguaggio prevalente

AP Photo/Alessandra Tarantino

Siamo giunti alla fine del nostro percorso attraverso l’arte contemporanea. Eccoci nel 2020, un anno che ricorderemo a lungo. Paragonarlo al 1920, esattamente un secolo fa, ci fa capire che quello di allora era davvero un altro mondo. In Italia, in particolare dopo la fine della Prima guerra mondiale, alla vigilia del fascismo, con l’epidemia di spagnola in corso, la situazione sociale, politica ed economica non può che apparire profondamente diversa rispetto a quella presente, anche se alcuni storici hanno sottolineato qualche similitudine.

Certo è che il Covid-19 ha cambiato di molto le abitudini delle persone, a cominciare proprio dalla scuola che nessuno avrebbe potuto immaginare si sarebbe svolta a distanza, come pure che mostre e musei sarebbero stati chiusi a lungo. E viene da ipotizzare che al ritorno dell’auspicata “normalità” parecchie regole dovranno comunque essere riscritte, anche nel mondo dell’arte.

Non è la prima volta, in questo primo quarto di secolo, che l’umanità si trova a fronteggiare un evento traumatico: l’11 settembre 2001 al World Trade Center di New York le Torri Gemelle vennero abbattute da due aerei dirottati dai terroristi islamici, provocando oltre 2900 morti. Altri attentati gravissimi seguirono a Londra, Madrid, Parigi, Nizza. Il terrorismo ha rappresentato e rappresenta una minaccia concreta per l’Occidente.

Quel martedì di vent’anni fa, nei primi drammatici minuti della diretta televisiva quasi non si riusciva a capire se stessero girando un film. Dopo aver visto tanta fantascienza, dopo aver paventato il “Millennium bug”, ci saremmo aspettati un ingresso più pacifico e positivo nel XXI secolo. Invece l’11 settembre fu il discrimine temporale a segnare una nuova era con un impatto tanto violento da provocare per alcune settimane, forse alcuni mesi, una sorta di paralisi emotiva, come la definì Umberto Eco. E anche Jeffrey Deitch, curatore della mostra Form Follows Fiction, programmata nell’ottobre del 2001 al Castello di Rivoli, ammise che, con il crollo delle Twin Towers, la realtà aveva di gran lunga superato la finzione.

Un sentimento simile è serpeggiato a lungo durante il diffondersi del Covid-19, con le città vuote, la gente chiusa in casa, la necessità di distanziarsi dall’altro evitando così quella socialità che è parte integrante anche dell’arte. Nessuno di noi sa esattamente quali saranno le nuove regole del gioco: possiamo ipotizzare, fare previsioni, ma ciò che ci attende nei prossimi anni non lo sappiamo ancora.

Venendo a fatti decisamente meno tragici, nel 2007 vengono messi in commercio gli smartphone, oggetti rivoluzionari che oggi diamo ormai per scontati tanto siamo abituati a ritenerli una sorta di appendice del nostro corpo. L’evoluzione di un telefono, che si aggancia più allo sguardo che all’orecchio, ha mutato radicalmente non soltanto le nostre abitudini ma anche i linguaggi della comunicazione, compresa quella visiva, in primo luogo la fotografia.

Prima degli anni Novanta, prima delle macchinette digitali, la fotografia si doveva addirittura programmare; c’erano gli esperti, i tecnici, i laboratori, le agenzie e, eccezion fatta per la polaroid, nessuna macchina era in grado di restituire il risultato istantaneamente.

Dal 2007 chiunque sia dotato di uno smartphone – oggi siamo oltre 7 miliardi di persone al mondo – è in grado di scattare fotografie e di pubblicarle sui social, in particolare su Instagram. Non è cambiato soltanto il numero di chi “produce” immagini ma anche il metro di valutazione: attraverso il meccanismo della condivisione conta di più il parere degli amici o dei follower di quello degli esperti.

I social hanno trasformato radicalmente il modo di fare informazione. Soltanto quindici anni fa le riviste, i giornali, la televisione animavano il dibattito culturale, oggi i mediatori sono pressoché scomparsi e il consenso di massa, per quanto anonimo, passa attraverso la rete.

Anche l’arte dopo il 2000, dunque, viaggia a colpi di like? Non ancora del tutto, però si stanno diffondendo a macchia d’olio realtà per le quali la ricerca, lo scouting dei giovani artisti emergenti, passa più da Instagram che non tramite le riviste di settore. Gli effetti si dovranno verificare, però paradossalmente, fosse ancora vivo Andy Warhol, oggi avrebbe un profilo Instagram molto cool e posterebbe i suoi video su TikTok. Tra le generazioni più giovani si fa strada in maniera convincente l’idea di un’arte non banalmente trasferita sui social ma di un linguaggio artistico che nasce proprio da lì.

Dopo il 2000 il mondo è passato attraverso diverse crisi sociali ed economiche. Il 2001 è stato senza dubbio traumatico, ma la ripresa piuttosto immediata; ben peggiore la crisi del 2008, scatenata dal crollo dei mutui sub-prime in America e dal fallimento della Lehman Brothers, che provocò un effetto a catena raggiungendo l’Europa, in particolare l’area mediterranea.

Se i dati in continuo aggiornamento sul Coronavirus affollano i notiziari, sono piuttosto pressanti anche gli articoli e i servizi che paventano nuove ondate di una crisi da cui non siamo mai usciti davvero e che pare farsi sempre più grave con lo stallo economico legato alla pandemia e alla crescita del debito pubblico.

Nonostante le forti contrazioni e la carenza di liquidità, il sistema dell’arte ha sempre tenuto e sempre è andato a cercare nuove soluzioni. Delle biennali in tutto il mondo si è parlato, del proliferare delle fiere pure, e l’Italia ne annovera ben quattro – Artissima a Torino, Miart a Milano, Artefiera a Bologna, Art Verona nella città veneta – in meno di 400 chilometri concentrati a Nord.

All’estero, oltre alla svizzera fiera di Basilea, le principali sono Frieze a Londra, la FIAC a Parigi, Arco a Madrid, Armory Show a New York, Zona Maco a Città del Messico, che assieme alle aste internazionali, Christie’s, Sotheby’s, Phillips, Bonhams regolano i flussi del mercato globale.

Anche dei nuovi musei si è fatto cenno nel capitolo precedente, in quanto fenomeno iniziato negli anni Ottanta, ma i casi più clamorosi e spettacolari sono “post 2000”. Nel 2010 è stato inaugurato il Maxxi a Roma, progettato da Zaha Hadid; Jean Nouvel ha disegnato il museo di Doha in Qatar e la sede del Louvre ad Abu Dhabi; Renzo Piano si è dedicato al nuovo spazio del Whitney nel Meatpacking District a New York; Rem Koolhaas è stato chiamato a Milano per concepire la Fondazione Prada e Claudio Silvestrin ha disegnato la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino. Nei primi vent’anni del 2000, insomma, l’archistar ha preso il posto dell’artistar.

La sensazione, comunque, è che si parli sempre più di sistema dell’arte e meno delle opere o degli artisti. Il ruolo del curatore, del collezionista, del direttore del museo ha acquisito un’importanza via via maggiore, tant’è che identifichiamo le diverse edizioni della Biennale di Venezia o delle documenta con il nome del suo direttore: Massimiliano Gioni, Francesco Bonami, Robert Storr, Christine Macel, Okwui Enwezor. E la prossima, spostata di un anno al 2022, per effetto del Covid-19, è già stata soprannominata «la Biennale di Cecilia Alemani».

Il curatore ha una propria poetica che viene esplicitata nella mostra attraverso le opere selezionate. L’artista è sempre al centro, però il palcoscenico si è affollato di nuovi attori e tocca tenerne conto.

Quanto ai temi, l’offerta degli anni Duemila è più varia, meno compatta rispetto ai decenni precedenti, di cui si potevano identificare subito i caratteri e i linguaggi.

Alcune questioni, volenti o nolenti, sono diventate ineludibili a cominciare dal rapporto con la rete: non è ancora del tutto vero che le opere d’arte nascano già pronte per essere postate sui social, ma tantissimi artisti, a partire proprio dai pittori, ragionano in termini di “instagrammabilità” dei loro lavori. La diffusione attraverso il web sta condizionando i linguaggi e sempre più spesso gli artisti non pensano alla produzione di mostre ma all’opera singola, che va bene sia per Instagram sia per la fiera.

Mentre la mostra è il luogo in cui si sviluppa un pensiero finito così come poteva essere il 33 giri di una rock band, oggi le opere sono assimilabili a una serie di singoli proprio come accade su Spotify, dove l’ascolto è veloce, informato ma mai troppo approfondito. Quanto più un lavoro è fotogenico e invoglia il pubblico a immortalarsi di fronte con un bel selfie, tanto più è destinato alla popolarità, e non vuol dire necessariamente che sia di valore o venga poi acquistato dai collezionisti importanti.

Un altro tema su cui senza dubbio l’arte sta oggi riflettendo è quello dell’ambiente. Dalla scienza alla letteratura, dalla musica al cinema, dall’architettura all’arte stessa, affrontare l’ambiente è un’urgenza reale, esprime un problema vero che non si limita al riutilizzo o al riciclo dei materiali, ma prova a pensare “eco” in termini di produzione e invenzione. Ci sono artisti che immaginano altri mondi, artisti che realizzano veri e propri studi scientifici e pensano un diverso abitare, un differente rapporto tra l’uomo, le comunità e la natura, la città e i borghi, la campagna e la metropoli.

Giacomo Costa, per esempio, nelle sue fotografie completamente inventate, dove nulla è reale ma tutto incredibilmente realistico, mette in campo interrogativi su luoghi immaginari, visioni utopistiche, in un tempo che sembra già passato, e sopravvissuto, all’apocalisse.

La questione delle migrazioni sta provocando un altro cambiamento profondo dell’umanità, soprattutto nell’area mediterranea, dove l’ingresso di nuovi popoli non sempre risulta pacifico né pacificato, gli spostamenti di nuove etnie e l’incontro (o forse lo scontro) tra culture si manifesta ancora una volta in termini di urgenza.

Termine che ha ispirato diverse mostre importanti, tra cui la documenta del 2002 e la Biennale del 2015, curate entrambe da Enwezor, la prima particolarmente rivoluzionaria per il punto di vista che univa l’origine africana del curatore, prematuramente scomparso nel 2019, con la formazione culturale nelle università americane.

Massimiliano Gioni nella mostra “La terra inquieta”, proposta alla Triennale di Milano nel 2017 per la Fondazione Trussardi, ha analizzato le contraddizioni dell’Occidente rispetto al tema dell’accoglienza, consapevole che non tocca all’arte dare risposte, semmai porre interrogativi.

Spesso domando ai miei studenti: «Secondo voi quali sono gli artisti più popolari, quelli che conoscete meglio, quelli di cui avete sentito parlare, nell’epoca contemporanea?».

Non accetto come valide risposte del tipo: Salvador Dalí, Andy Warhol, Jackson Pollock, Francis Bacon, ormai troppo lontani cronologicamente dal presente. Allora riformulo meglio la domanda: «Quali sono gli artisti di oggi? Quelli che avete conosciuto, le cui opere fanno parte del vostro background culturale?». Cala sempre un momento di silenzio, poi affiorano i nomi. È molto interessante che tra i primi ci sia Marina Abramović, che giovane non è e che sappiamo essere stata una delle artefici della performance anche in senso politico, di genere, un simbolo delle donne impegnate a ribaltare la visione maschile.

Ebbene, Marina Abramović è molto più popolare ora che negli anni Settanta e la ragione ovvia è che ha fatto diventare pop un linguaggio duro, esclusivo, difficile com’era quello della Body Art e della performance. La strategia ha a che fare con il marketing, dal coinvolgimento di diversi testimonial molto conosciuti dai giovani – per esempio il rapper Jay-Z, la cantante pop Lady Gaga – alla sua necessità di buttarsi a capofitto nel dibattito con le modalità di un opinion leader. Marina parla oggi del corpo in maniera teoricamente più semplice rispetto agli anni Settanta, forse ha perso per strada la carica corrosiva, ma ha acquisito senza dubbio un grado di popolarità alquanto elevato, nonostante abbia più di settant’anni.

I meglio informati, tra gli studenti, citano Ai Weiwei, di cui si conosce più la biografia che l’opera. L’artista cinese è stato perseguitato dal regime comunista, nonostante da architetto abbia progettato lo Stadio di Pechino, noto come “Nido d’uccello” per la sua forma, che inaugurò le Olimpiadi nel 2008. In seguito, tuttavia, Ai Weiwei ha preso posizioni molto dure nei confronti del governo, che gli sono costate mesi di carcere con l’accusa di evasione fiscale.

Indesiderato in patria, è andato a vivere in Europa, in particolare a Berlino, ha continuato a tuonare sul regime ma soprattutto ha attratto l’attenzione dei media con operazioni alquanto discutibili, tra cui per esempio la fotografia dura, difficile da digerire, in cui con il suo corpo grosso e imponente, steso a pancia in sotto in riva al mare, è ritratto nella stessa posizione in cui fu ritrovato morto su una spiaggia turca nel settembre 2015 Aylan Kurdi, bimbo siriano di tre anni.

Ai Weiwei se la cava molto bene con i social, su Instagram ha realizzato diversi progetti legati a temi di natura umanitaria, a dimostrazione che comunque la sua è la posizione di un artista impegnato. Ha anche diretto il film “The Human Flow”, passato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017, dove in maniera stilisticamente perfetta ha trattato ancora una volta il tema delle migrazioni. Ogni sua mostra è comunque un evento, e lui non perde occasione per twittare opinioni e postare selfie. Molto conosciuto per la massiccia presenza sulla rete, è uno degli artisti cinesi più collezionati al mondo ed è considerato una vera e propria star del nostro tempo.

Continua ad andare molto bene, in termini di popolarità, il lavoro di Damien Hirst, non soltanto per il famoso squalo che ormai ha più di trent’anni, ma soprattutto per l’operazione di Venezia nel 2017, “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, che sembra pensata apposta per gli inseguitori di fake news. Si tratta infatti di una spettacolare costruzione visiva che si regge sul falso e il gigantesco lavoro esposto come in un (falso) museo archeologico punta l’attenzione su uno dei grandi temi del nostro presente. Hirst ha voluto completamente sparigliare la questione del rapporto tra noi e la realtà, proponendo l’invenzione di un altro mondo, mai esistito, ingannatore.

Alla fine però è Banksy l’artista che i giovani conoscono di più, anche se nessuno lo ha mai visto in faccia né è riuscito a strappargli un selfie. Sono diverse le ipotesi su chi sia veramente – una delle più accreditate indica Robert Del Naja, ex componente della band Massive Attack, ma è più probabile si tratti di un nome collettivo trasformatosi in azienda.

La scarna nota biografica lo vuole nato a Bristol nel 1974. I milioni di follower nel mondo, le discussioni e i dibattiti attorno a ogni suo intervento lo hanno conclamato l’artista più popolare dopo il Duemila. La sua famiglia di origine è la Street Art per le connotazioni di natura sociale e politica. Le sue opere compaiono misteriosamente sul muro di qualche città e subito rimbalzano sui social.

È stato protagonista di svariate operazioni di guerrilla, alcune molto riuscite, come il parco Dismaland, installazione temporanea del 2015, altre ben più pretestuose come il quadro “Girl with Baloon”, battuto all’asta per oltre un milione di sterline, che nel momento dell’aggiudicazione si è autodistrutto (2018). Performance o boutade, Banksy è comunque un artista di cui si fa sempre un gran parlare, ancor di più perché vive nell’ombra.

Fin qui gli artisti. Per quanto riguarda i linguaggi, e nonostante ciò che si è detto a proposito dei nuovi media, alcuni sono persistenti, come la pittura che non è mai scomparsa né lo farà mai, piuttosto si modifica incrociandosi con altro. Intorno al 2020 tanti artisti si servono della performance, tornata di moda pur lontana concettualmente dalle sue origini negli anni Settanta. Altrettanti lavorano con il video e con il cinema.

Ci sono poi forme di arte relazionale, che consiste nel costruire un progetto e condividerlo con altre persone, fisicamente o in rete, e che già negli anni Novanta veniva considerata la chiave di volta per capire il nostro tempo.

Sempre e comunque, l’opera d’arte non nasce per caso, ma collegata a una realtà sociale, a un insieme di persone che vogliono dire qualcosa.

In un saggio molto interessante, “L’arte contemporanea”, uscito in Italia nel 2020, lo studioso inglese Tony Godfrey indica una serie di caratteristiche del panorama del contemporaneo.

Primo tra tutti la presenza femminile che non più considerata strana, caso eccezionale punta alla parità rispetto agli artisti maschi.

Secondariamente la necessità di produrre arte attraverso il coinvolgimento di un numero elevato di persone: il fatto che non sia soltanto espressione di un singolo fa sì che gli artisti abbiano bisogno di parlare del loro lavoro, di spiegare, di motivarlo teoricamente attraverso scritti, dichiarazioni, quotes and statements, che sono ormai parte integrante dell’opera stessa. Un tempo si diceva: «L’opera parla da sola», oggi invece l’opera ha bisogno di spiegazioni e del supporto che una volta offrivano i teorici.

Le identità culturali, terzo punto, sono sempre più molteplici, tengono conto di diversi luoghi, di differenti situazioni storiche, culturali, geografiche. L’arte, come abbiamo già detto, non è più soltanto occidentale.

Un’altra condizione del nostro presente è legata al viaggiare. Fino a non molto tempo fa l’artista stava chiuso nel proprio studio a produrre e raramente si spostava. Mark Rothko lasciò New York tre o quattro volte in tutta la sua vita; oggi, prima che il Covid-19 mettesse uno stop ad abitudini ormai consolidate, l’artista era chiamato in residenze, a frequentare programmi per i musei in giro per il globo, eliminando lo studio come spazio fisico e tendendo il proprio lavoro dentro il computer.

Ci sono foto bellissime di artisti con il loro pc, seduti in un bar, che mandano mail, postano sul loro sito o sui social nuovi materiali, sono impegnati in una call su Skype o Meet, perché la loro finestra è il mondo.

Per concludere, l’arte di oggi, l’arte contemporanea, è tante cose insieme; nessuna di esse è prevalente, e bisogna cercare di conoscerle capillarmente tutte, cercare di non fermarsi al passato, tener presente che l’arte è figlia del nostro tempo e che il nostro tempo la potrà assolutamente modificare. E molto rapidamente, proprio come sta accadendo ora.

 

da “Da che arte stai? Dieci lezioni sul contemporaneo”, di Luca Beatrice, Rizzoli, 2021, pagine 223, euro 24,90

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