Un due tre stellaDemocratico, ma quasi irrisolvibile: è il “frozen conflict” alla catalana

Con buona pace di Putin (e di Pablo Iglesias), la Spagna non è la Russia. Eppure, lo spettacolo di una regione intrappolata nel dibattito sull’indipendenza, senza che nessuno si ingegni a trovare una soluzione, non è comunque un bello spettacolo. Domani a Barcellona si vota. Ma potrebbe essere tutto inutile, un’altra volta

AP/LaPresse

Domani in Catalogna si vota per le elezioni regionali. Come sempre, da almeno dieci anni, si tratta di un voto che ha un’importanza capitale per tutta la Spagna. Ma, come è sempre successo negli ultimi dieci anni, il voto di domani rischia di essere, alla fine, del tutto irrilevante.

Infatti, ogni volta, dopo l’effimero brivido della campagna elettorale e poi dello scrutinio, che imprime un illusorio dinamismo, poi tutto in Catalogna, torna immobile, come in un’interminabile partita a un-due-tre-stella, in cui ciascuno torna a essere plasticamente intrappolato nella sua eterna posizione politica, mentre le accuse incrociate rimangono cristallizzate nelle loro eterne formule.

E poi, nella spagnola Catalogna, si continua a far finta che tutto sia normale, fatta eccezione per le pretese di un paio di milioni di secessionisti. E poi, nella Catalogna irredenta, si continua a far finta di vivere in una sventurata colonia, schiacciata sotto il tallone del feroce imperialismo spagnolo, fatta eccezione per il dettaglio che la Spagna è un Paese libero e democratico.

Qualche giorno fa il vicepremier spagnolo, Pablo Iglesias – che è anche il leader del movimento politico Podemos, espressione di una sinistra un po’ radicale e un po’ populista – ha affermato in un’intervista al quotidiano catalano Ara che «in Spagna non c’è una situazione di piena normalità politica e democratica». Dicendo così, Iglesias stava raccogliendo la provocazione del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, che, per equiparare la carcerazione di Alexei Navalny e quella dei leader indipendentisti catalani, ha sbattuto in faccia all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell (che è spagnolo, catalano, socialista e anti-indipendentista), i suoi dubbi sulla democraticità della Spagna.

Ora: che Iglesias si comporti come un involontario agente della disinformatija russa, ripetendo le lezioni di pluralismo che l’apparato putiniano cerca grottescamente di impartire al Paese occidentale libero e democratico di cui proprio lui è vicepremier, è senz’altro ridicolo e imbarazzante. E non c’è proprio niente di comparabile tra la carcerazione di Navalny e i procedimenti giudiziari che coinvolgono i leader dell’indipendentismo catalano.

Resta però un problema e cioè che il caso catalano, e quindi spagnolo, è un unicum. Infatti, in quale altro Stato dell’Unione europea – in assenza di un contesto di violenza politica e pur in conseguenza dell’inevitabile applicazione delle norme in vigore nel quadro di un ordinamento legislativo e giudiziario compiutamente democratico – i leader di due partiti, votatissimi e di governo, di una delle Regioni più popolose ed economicamente rilevanti del Paese sono uno in prigione e l’altro rifugiato all’estero?

Ma, si potrebbe ribattere, in quale altro Stato dell’Unione europea – seppur senza alcun ricorso alla violenza politica – i leader di due partiti, votatissimi e di governo, di una delle Regioni più popolose ed economicamente rilevanti del Paese hanno mai organizzato, in barba a qualunque legge e a qualunque avvertimento da parte del governo centrale, un referendum illegale di autodeterminazione seguito da un’altrettanto illegale, per quanto effimera, proclamazione di indipendenza?
Quale che sia la domanda, la risposta è sempre la stessa: in nessun altro Stato dell’Unione europea. Appunto.

Domani in Catalogna si va alle urne e sono tre i partiti che si giocano il primo posto per quanto riguarda il numero dei voti: il Partit dels socialistes de Catalunya (la “versione catalana” del Psoe), il cui candidato per la guida della Catalogna è l’ex ministro della Sanità spagnolo, Salvador Illa, e il cui leader nazionale è il premier di Madrid, Pedro Sánchez; la Esquerra republicana de Catalunya, il cui candidato alla guida della Catalogna è Pere Aragones, ma il cui vero leader è Oriol Junqueras (che è in prigione); Junts per Catalunya, la cui candidata alla guida della Catalogna è Laura Borràs, ma il cui vero leader è l’ex presidente della Generalitat, e cioè del governo autonomo catalano, Carles Puigdemont (che è rifugiato in Belgio, per non finire anche lui in carcere).

Tutto questo segnala un problema: quello che succede in Catalogna segue le regole della democrazia spagnola – che è una democrazia vera, altro che la Russia – ed eppure non è normale, perché non è normale che dopo tanti anni la politica spagnola e quella catalana non siano ancora riuscite a trovare una soluzione per mettere tra parentesi, almeno temporaneamente (come è stato fatto in Quebéc, in Alto Adige-Südtirol e perfino nell’insanguinatissima Irlanda del Nord e negli insanguinatissimi Paesi Baschi), il rissoso dibattito sull’indipendenza catalana, che tiene in ostaggio la Spagna intera.

E se la questione si riapre, come si è riaperta in Scozia, la si riaffronta. Possibilmente senza la paralisi di tutto il resto.

Invece in Catalogna – dove pure, salvo minime eccezioni, non c’è stata violenza (e per fortuna!) – sembra impossibile innescare alcun meccanismo virtuoso. E si va un’altra volta a elezioni parlando di prigione, di golpisti, di persecuzione, di esilio, di latitanza.

Non è un bello spettacolo. E così, per rilevare l’unicità del caso catalano, che non ha a che fare con la mancanza di libertà, ma con l’inadeguatezza di chi, da una parte e dall’altra, avrebbe dovuto cercare soluzioni e non le ha trovate, non serve alcuna opportunistica imbeccata post-sovietica.

Di post-sovietico, però, la Catalogna una cosa ce l’ha: se si vuole calcare un po’ la mano sulla caricatura, la situazione catalana non è infatti del tutto dissimile da quella dei cosiddetti frozen conflicts, i “conflitti congelati” che in Abkhazia, in Transnistria, nel Donbass, in Ossezia del Sud e in altri luoghi che punteggiano i confini che furono dell’Urss hanno imprigionato alcune zone contese in uno status ibrido, sospeso nel tempo e nello spazio, mentre la polvere si deposita su dei simulacri statuali che nessuno riconosce davvero ma che nessuno riesce davvero a smentire.

Sia chiaro: si tratta di una grossa forzatura. La Spagna è la Spagna, la Russia è la Russia, l’Unione sovietica era l’Unione sovietica, la Catalogna è la Catalogna e l’Abkhazia è l’Abkhazia, con tutte le loro gigantesche differenze che non permettono di istituire nessun paragone che abbia a che fare con la libertà e con la democrazia. Quello a cui ci si sta riferendo è soltanto la sensazione di ineluttabilità che grava su quei posti periferici e che da qualche anno sembra essersi sversata e poi rappresa, come un flatting velenoso, anche sulla Catalogna.

Anche in Catalogna, come in Abkhazia e in Transnistria, la vita continua – e in Catalogna continua infinitamente più ricca e infinitamente più libera che in Abkhazia e in Transnistria. E anche in Catalogna, come nel Donbass e in Ossezia del Sud, molta, moltissima gente si fa gli affari suoi e trova ridicola quanto insopportabile la ragnatela in cui si trova invischiata, fatta di slogan ormai così vuoti e spompati che non riescono neanche più a produrre l’eco.

Molti altri, però, quella ragnatela continuano invece a tesserla. E la società rimane divisa. Così, perfino nei ristoranti stellati e stellari di Barcellona, gli chef e i camerieri sono istruiti a rivolgersi ai clienti non palesemente stranieri (con loro si usa l’inglese, ovviamente) chiedendo preliminarmente quale sia la lingua preferita.

E quindi, a ogni portata, si avvicina al tavolo uno chef diverso che dal taglio degli occhi, dalla pettinatura a dal tipo di tatuaggi si direbbe un cambogiano cresciuto a Berlino o un cinese nato a Brooklyn ma che, prima di fornire una descrizione del piatto che risulterebbe comunque sfuggente in qualunque lingua, chiede ogni volta scrupolosamente: «Català o castellà?», «catalano o castigliano?». Perché rivolgersi nella lingua sbagliata a un cliente potrebbe creare lo sdegno dello stesso. E, quindi, meglio non rischiare, soprattutto quando il conto è a tre cifre per persona.

(Va notato, a margine, che la domanda è sempre in quest’ordine, prima il català e poi il castellà, ed è sempre espressa in catalano, anche dagli chef e dai camerieri allogeni e alloglotti, perché comunque i catalanofoni sono, in media, un tantino più suscettibili dei castiglianofoni, ma soltanto un po’).

Alle elezioni catalane, la contrapposizione è da anni sempre la stessa. Da un lato, c’è un blocco di partiti contrari all’indipendenza, che è composto, da destra a sinistra, dal Partito popolare (che è di centrodestra ed è piuttosto nazionalista, nel senso di “nazionalista spagnolo”), da Ciudadanos (che è un partito catalano un po’ liberale, un po’ centrista e tanto confuso, nato proprio in Catalogna come una piattaforma specificamente anti-indipendentista e poi diffusosi in tutta la Spagna) e dal Partito socialista, nella sua derivazione catalana (che è di centrosinistra ed è moderatamente anti-indipendentista).

La new entry, in questo lato della barricata, è Vox, il movimento ultrasovranista, ultraderechista, ultranazionalista e ultrapopulista che negli ultimi anni ha conquistato molti elettori in tutta la Spagna e che ora cerca un consolidamento anche in Catalogna.

Dall’altro lato, c’è il fronte indipendentista, frastagliato e litigioso, che è composto da tre movimenti principali: Junts per Catalunya (un movimento che era, e forse è ancora, un po’ liberale, un po’ centrista e anche un po’ democristiano e che nelle mani di Carles Pugdemont si è spostato su posizioni di irriducibile indipendentismo); Esquerra republicana de Catalunya (un movimento di sinistra, che è da sempre indipendentista e repubblicano ma che ora è stato ampiamente superato quanto a oltranzismo separatista da Junts); la Candidatura d’unitat popular (un gruppo di estrema sinistra e movimentista fino al dadaismo, che nelle passate campagne elettorali si è distinto per dei video folli e geniali).

In mezzo, c’è la variante locale di Podemos, En comú podem, che ha una posizione mediana: “sì” a un referendum di autodeterminazione, ma “boh”, o “ni” o, anzi, “no” all’indipendenza. È una posizione che non ha mai pagato elettoralmente, se non quando si è trattato di eleggere, per due volte consecutive, Ada Colau a sindaco di Barcellona.

Il quadro è complesso e cangiante. Ma il risultato delle elezioni è sempre lo stesso. Da più di dieci anni la somma dei partiti dichiaratamente indipendentisti è sempre vicina alla maggioranza assoluta dei voti, ma non la raggiunge mai, ed è sempre appena sopra la maggioranza assoluta dei seggi (che si raggiunge con 68 eletti), ma non scende mai sotto la quota minima necessaria. I partiti dichiaratamente anti-indipendentisti possono quindi rinfacciare sempre agli indipendentisti che la secessione non convince mai una maggioranza assoluta di elettori catalani, neanche per interposta elezione regionale.

Ma i partiti indipendentisti possono sempre rinfacciare a quelli dichiaratamente anti-indipendentisti che la maggioranza assoluta dei seggi è sempre loro – e soprattutto gli indipendentisti possono sempre governare attraverso acrobatici patti tra i loro partiti diversissimi, che salvano il comune desiderio di divorzio da Madrid e calpestano ogni differenza ideologica, politica, economica, esistenziale che li dislocherebbe in luoghi molto lontani sull’asse destra-sinistra.

Nelle elezioni del 2010, i partiti dichiaratamente indipendentisti hanno ottenuto quasi il 49 per cento dei voti e 76 seggi (i partiti dichiaratamente anti-indipendentisti il 35 per cento circa dei voti e 49 seggi); nelle elezioni del 2012 i partiti dichiaratamente indipendentisti hanno ottenuto quasi il 48 per cento e 74 seggi (i partiti dichiaratamente anti-indipendentisti il 35 per cento circa dei voti e 48 seggi); nelle elezioni del 2015 i partiti dichiaratamente indipendentisti hanno ottenuto il 47 per cento e qualcosa dei voti e 72 seggi (i partiti dichiaratamente anti-indipendentisti il 39 per cento circa dei voti e 52 seggi). Noioso, vero?

E invece nelle elezioni del 2017 – che si sono tenute dopo il trambusto del referendum illegale di autodeterminazione, dopo la conquista di tutte le prime pagine del mondo da parte della “questione catalana”, dopo l’intervento muscolare della Guardia civil, dopo la proclamazione illegalissima (e anche un po’ ridicola) dell’indipendenza, dopo la destituzione del presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, e del suo governo da parte delle autorità centrali di Madrid e dopo la sospensione dell’autonomia regionale catalana – che cosa è successo? Che cosa è successo dopo quella specie di Armageddon? Ma niente!

I partiti dichiaratamente indipendentisti hanno ottenuto un’altra volta il 47 per cento e qualcosa dei voti e 70 seggi (e i partiti dichiaratamente anti-indipendentisti il 43 per cento circa dei voti e 57 seggi). E non fatevi ingannare dell’“aumento” dei voti e dei seggi per gli anti-indipendentisti: è solo la sinistra radicale, pro-referendum ma indecisa sulla secessione, che si assottiglia.

Insomma, quella catalana è una guerra elettorale di trincea, in cui si fa una battaglia all’ultimo sangue per conquistare la collina di uno zero virgola. Risultato: un frozen conflict, appunto.

Un frozen conflict in cui quasi mezza Catalogna e nove decimi di Spagna si ostinano a pensare che tutto vada bene e che quattro golpisti esagitati non turberanno l’ordine costituito, come se un paio di milioni di insegnanti, farmacisti, rider, barman, dentisti, architetti, contadini, disoccupati, geometri ed albergatori, uomini e donne, giovani e vecchi, di città e di campagna, col master a Londra o semianalfabeti, che da almeno dieci anni continuano a votare per partiti che promettono di proclamare l’indipendenza a qualunque costo valessero come una estemporanea scritta sovversiva sul muro, da cancellare con una mano di bianco.

Un frozen conflict in cui quasi metà della Catalogna, l’altra metà, continua a vivere nella simulazione di un Paese oppresso dal giogo straniero, un luogo in cui un editore che traduce in catalano (e in spagnolo!) raffinati testi letterari stranieri dà ineffabilmente come suo recapito per lettere e pacchi provenienti da altri Paesi europei “Barcelona – Catalunya – Estado español” (e cara grazia che almeno la definizione “Estado español” in luogo di “España”, è espressa, per l’appunto, in castigliano, sennò la corrispondenza rischierebbe davvero di non essere recapitata).

Un frozen conflict in cui molto più di mezza Catalogna – di cui fanno quindi paradossalmente parte anche alcuni di quelli che, quando vanno a votare, si mostrano belligeranti – vorrebbe liberarsi almeno del frozen, se non anche del conflict. Ma tant’è. Ed elezione dopo elezione il conflitto, seppur pacifico, continua. Congelato come prima.

Domani i socialisti, dopo molti anni, potrebbero rivelarsi il primo partito (è soltanto un’ipotesi, autorizzata da alcuni sondaggi). Ma questo potrebbe non voler dire granché, visto che nel 2017 ad arrivare primi, e con distacco, sono stati gli anti-indipendentisti di Ciudadanos ma niente è comunque cambiato perché i tre partiti indipendentisti hanno comunque preso il solito poco-meno-del-50-per-cento-dei-voti e ottenuto il solito poco-più-del-50-per-cento dei seggi.

E quindi? E quindi a partire da lunedì potrà cambiare (forse) qualcosa soltanto se i tre partiti esplicitamente secessionisti prenderanno un po’ più del 50 per cento dei voti, ottenendo così per la prima volta in assoluto la maggioranza assoluta dei voti espressi (e allora chi fermerà più i loro tentativi di ripetere a ogni costo l’exploit referendario…). Oppure se i tre partiti indipendentisti otterranno poco meno del 50 per cento dei seggi, perdendo così, per la prima volta in tanti anni, la maggioranza assoluta degli eletti e quindi la possibilità di formare un governo. I sondaggi non danno come probabile nessuno dei due scenari.

L’unica altra chance di cambiamento dello status quo risiede nell’ipotesi che i socialisti, grazie a un loro super-risultato elettorale o a qualche altro stratagemma con cui allargare la già ampia crepa tra i Junts di Puigdemont e la Esquerra republicana di Junqueras, riescano a convincere quest’ultimo partito a fare un governo tutto di sinistra, con loro e con Podemos, “tradendo” così, almeno temporaneamente, la causa indipendentista e sgelando un po’ il conflitto.

Per sicurezza, giovedì scorso, una sconosciuta piccola associazione, Catalans per la independència, “costringendo” tutti i partiti che sono esplicitamente a favore della secessione a firmare nero su bianco un impegno a non stringere, in nessun caso, patti di governo con i socialisti, ha aggiunto al freezer catalano un motore supplementare grazie a cui conservare la situazione alla solita temperatura polare.

Ma, piccola incrinatura della banchisa, sulla sincerità assoluta della firma apposta dai rappresentanti di Esquerra republicana su quel documento quasi nessuno pare disposto a scommettere grosse cifre.