Evitare un altro “caso Puigdemont”Perché gli eurodeputati vogliono rafforzare il mandato d’arresto europeo

Il Parlamento europeo ha discusso una risoluzione in cui chiede di allargare il numero di reati per cui non è necessaria la clausola della doppia incriminabilità. In aula i deputati catalani denunciano la strumentalizzazione politica

LaPresse

«Il problema non è il Mandato d’Arresto Europeo, il problema è la contaminazione politica della giustizia», dice con commozione l’eurodeputata Clara Ponsatí, che un mandato d’arresto lo ha subito, quando si rifugiò in Scozia dopo aver partecipato al tentativo fallito di secessione della Catalogna dalla Spagna.

Il primo dibattito dell’anno al Parlamento Europeo non è stato esente da tensioni, con la camera chiamata a discutere la relazione del deputato spagnolo Javier Zarzalejos (Partido Popular), sul Mandato d’Arresto Europeo. La proposta di risoluzione, che con ogni probabilità verrà appoggiata dalla maggioranza dell’aula, ha scatenato le proteste di alcuni deputati, secondo cui tra i fini di questa iniziativa ce n’è uno rispondente a un preciso interesse: facilitare le estradizioni degli attivisti politici in generale e degli indipendentisti catalani in particolare. 

Come funziona il Mandato d’Arresto Europeo
Dal primo gennaio 2004 gli Stati Membri dell’Unione Europea dispongono di uno strumento che facilita la cattura di chi, accusato di un determinato crimine, è riparato all’estero. Il Mandato d’Arresto Europeo è il primo strumento di riconoscimento reciproco in ambito penale dell’UE, volto ad evitare che i confini aperti fra i 27 Paesi vengano sfruttati per sfuggire alla giustizia.

Il MAE semplifica i lunghi processi di estradizione, basati su accordi bilaterali fra i Paesi Membri, sostituendoli con un’unica cornice legislativa. Proprio in esecuzione di un Mandato d’Arresto Europeo, ad esempio, è stato portato dinanzi a un tribunale francese Salah Abdeslam, uno dei terroristi dell’attacco a Parigi nel 2015, catturato in Belgio. Altri casi celebri in cui questo strumento si è rivelato particolarmente utile sono quelli di un serial killer tedesco scappato in Spagna o di un attentatore etiope arrestato a Roma dopo aver provato a colpire a Londra. Secondo gli ultimi dati disponibili, forniti dalla Commissione Europea, nel 2018 sono stati emessi 17.471 mandati d’arresto europei e quasi 7mila sospettati sono stati assicurati alla giustizia degli Stati Membri. 

Non tutti i capi d’imputazione sono però passibili di estradizione. Il regolamento del Mandato d’Arresto Europeo, stilato nel 2002, delinea 32 reati che comportano la consegna automatica al Paese richiedente, tra cui terrorismo, partecipazione a organizzazioni criminali tratta di esseri umani, stupro, sfruttamento sessuale di minori, traffico di armi, riciclaggio. In tutti questi casi, l’unica condizione per l’estradizione è che il reato contestato sia punibile con almeno tre anni di carcere (come massimo edittale) nel sistema giudiziario del Paese richiedente: un aspetto facilmente riscontrabile in quasi tutte le fattispecie contemplate.

Fuori da questi 32 reati entra invece in gioco una procedura differente, per cui diventa necessario il requisito della doppia incriminazione. In sostanza, serve che il reato per cui una persona è indagata trovi un “corrispondente” anche nel Paese a cui viene richiesta l’estradizione. 

Non sempre è così: di recente questa discrepanza ha fatto la differenza per cinque politici catalani rifugiatisi all’estero nell’autunno 2017. Dopo il tentativo fallito di secessione, Carles Puigdemont e tre membri del suo governo si trasferirono in Belgio, un’altra, Clara Ponsatí, in Scozia. Il Tribunal Supremo emise per tutti un Mandato d’Arresto Europeo, salvo poi ritirarlo perché l’ordinamento belga non contempla il reato di ribellione, di cui gli esponenti indipendentisti erano accusati in Spagna.

Un’eventuale estradizione avrebbe provocato il paradosso per cui Puigdemont e i suoi consiglieri sarebbero sì stati consegnati, ma per affrontare un processo soltanto per altri reati contestati (disobbedienza all’autorità o malversazione di fondi pubblici), con pene evidentemente minori. Per lo stesso motivo, all’arresto di Puigdemont, avvenuto il 25 marzo 2018 in Germania, non è seguita l’estradizione: il tribunale dello Stato federale Schleswig-Holstein considerò allora inammissibile il delitto di ribellione, non trovando corrispondente analogo nell’ordinamento tedesco. 

Una risoluzione ad hoc?
Il Mandato d’Arresto Europeo si incardina in un iter esclusivamente giuridico, senza possibilità di pressione politica da parte degli Stati Membri: in alcune circostanze, però, come quella dei politici catalani, i due piani rischiano di intersecarsi.

Per questo l’accusa di un movente politico pende sulla relazione di Zarzalejos, che tra le altre cose propone anche di ampliare i 32 casi di estradizione automatica con dieci nuove fattispecie. Nella lista rinnovata ci sarebbero crimini d’odio sul web, delitti ambientali e di genere, ma anche una formulazione che potrebbe calzare a pennello per il caso degli esuli indipendentisti: “reati contro l’ordine pubblico e l’integrità costituzionale degli Stati membri, commessi ricorrendo alla violenza”.

Per gli esponenti del secessionismo catalano che siedono al Parlamento Europeo, si tratta di una proposta pensata contro di loro: «Sappiamo cosa muove l’interesse dei deputati spagnoli sul Mandato d’Arresto Europeo. È la frustrazione, perché i giudici di diversi Paesi hanno impedito l’estradizione di noi esuli catalani», afferma Clara Ponsatí nel suo intervento. 

Poco dopo le fa eco Diana Riba, eurodeputata per il gruppo dei Verdi Alleanza Libera per l’Europa, e moglie di Raül Romeva, un politico indipendentista attualmente in carcere. «Non possiamo cambiare le regole solo per soddisfare le pulsioni di qualcuno qui dentro. L’inclusione dei delitti contro l’ordine costituzionale aprirà le porte a estradizioni ingiuste e arbitrarie». 

Anche dall’altra parte della barricata non mancano riferimenti al caso catalano: in questo caso, però, i deputati sostengono con forza la necessità di un ampliamento. «Sapete com’è cominciata la Seconda Guerra Mondiale? Con l’alterazione unilaterale di una frontiera. I delitti contro l’ordine costituzionale non sono uno scherzo», dice il socialista spagnolo Domènec Ruiz Devesa, che così come il collega di Ciudadanos Luis Garicano parla di “impunità” per i fuggiaschi catalani.

«Questo rapporto è stato redatto precisamente contro di noi. La formulazione iniziale menzionava i “delitti contro l’integrità,  costituzionale”, senza nemmeno fare riferimento alla violenza», spiega a Linkiesta Toni Comín, un altro dei membri del governo di Puigdemont espatriato nel 2017 e ora deputato al Parlamento Europeo fra i Non Iscritti.

La centralità della questione nell’impianto complessivo è confermata pure dall’advisor di un gruppo politico: «I deputati spagnoli sono stati molto attivi su questo dossier. Fin dall’inizio il rapporto è stato strumentalizzato con un fine politico legato al caso catalano». Oltre al relatore del Partido Popular, sono spagnoli anche due shadow rapporteurs e il Presidente nella Commissione LIBE, dove, secondo fonti parlamentari, il testo della proposta non è stato negoziato, ma messo direttamente al voto dei membri. La votazione finale del Parlamento Europeo, invece, si terrà nella giornata di mercoledì 20 gennaio.

Nonostante la risoluzione abbia ottime
chances di essere approvata, Toni Comín considera improbabile una modifica dei termini del MAE. «Se anche la Commissione Europea dovesse accogliere le istanze del Parlamento, resta necessario il via libera del Consiglio Europeo: alcuni Stati, come la Slovenia, sono fortemente contrari ad ampliare l’estradizione diretta». Per il deputato catalano, l’intera discussione è stata promossa a uso e consumo dell’opinione pubblica in Spagna, dove il dibattito sulla secessione catalana e le sue conseguenze sembra non passare mai di moda.

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