Pensieri & sputacchiLa sottile inquietudine di appestare gli altri con i propri droplet

Prima che richiudano tutti i ristoranti proporrei di dividerci in due file ordinate. Da una parte quelli che non esaminano la traiettoria degli sputi e non si fanno paranoie. Dall’altra noialtri paranoici ossessivi ipocondriaci

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È successo giovedì, primo giorno della mia nuova vita. Vita provvisoria, trascorsa a dirsi «ma tanto presto ci richiudono» con chiunque, non si sa se in tono convinto o apotropaico. Giovedì era il primo giorno di “libro chiuso, ristoranti aperti”. Avrei mangiato ovunque, mi sarei rifatta di mesi di ristoranti chiusi, e in più senza l’incubo dei refusi. Giovedì era capodanno.

Eppure, perché mi veniva in mente quel professore di lettere. Era un professore di lettere gay, che pare un dettaglio inutile e invece è fondamentale. Era forse quindici anni fa, quando la mia vita sociale si estendeva oltre i ristoranti, quando andavo a quei rituali giovanili chiamati aperitivi.

Il professore assaggia quel che c’era nel mio bicchiere, poi me lo restituisce. E io, che non mi sono mai presa il disturbo di fingere buone maniere, dico senza scrupoli «Ora puoi tenertelo».

Non bevo dai bicchieri altrui, mai bevuto. Sono schifiltosa, sempre stata. Un mio flirt giovanile sintetizzò con «il cazzo sì e lo spazzolino no?». Nell’epoca in cui la gente s’instagramma mentre fa salire i cani sul letto, quelli che addirittura i cani non li baciano, la mia schifiltosaggine era vieppiù fuori moda (se ti schifi dei cani sei specista, diamine). Poi è arrivato il virus.

Finalmente non toccarsi, non bere dallo stesso bicchiere, non stare troppo vicino, continuare magari a limonare i cani ma evitando di dare la mano agli umani, finalmente è diventata questione di vita o morte. Finalmente non rischiavo più la permalosità del professore, che si convinse io temessi di prendere l’Aids da lui in quanto gay, e io non seppi spiegargli che no, mi fa proprio schifo la saliva degli esseri umani, potevo dargli il numero di quello cui non avevo fatto adoperare il mio spazzolino, gliel’avrebbe confermato.

E insomma io festeggio la mia nuova vita in tutti i ristoranti possibili, giovedì, venerdì, pure sabato.

E l’illuminazione non ce l’ho quando una delle mie commensali arriva senza mascherina, anzi lì mi sforzo di pensare, ma sì, se ce la leviamo a tavola cosa vuoi che siano quei trenta metri d’ingresso al ristorante in più.

E neppure quando qualcuno mi propone di assaggiare dal suo piatto e io non voglio fare la barbogia che abbatte l’umore dei commensali ricordando l’esistenza della pandemia, e quindi dico sì, certo che assaggio, assaggia pure anche tu, una cosa che chiunque mi conosca bene sa essere contraria a ogni mio principio, se allunghi la forchetta verso il mio piatto muori. Non è lì che capisco cos’è quella sottile inquietudine, anzi lì sono convinta sia senso di colpa verso il professore gay, se mi vedesse qui che scambio saliva come non ho fatto con lui.

L’illuminazione arriva quando un conoscente viene a salutarci, si siede ben distanziato nel tavolo accanto, ci mettiamo a chiacchierare, e mentre parliamo delle tasse, dei ristori, dei commercialisti, degli avvocati (quale allegria), vedo distintamente, nella luce di taglio delle tre di pomeriggio, due miei sputi fare un lancio d’un paio di metri e atterrare su un altro tavolo. Non solo sono una che sputa, che già non era l’idea di bon ton di mia nonna: sono pure un’appestatrice.

Se sputo io sputeranno pure gli altri, santiddio. Se tutti sputiamo, quella di fronte a me avrà sputato nel mio bicchiere ogni volta che ha parlato. Se siamo tutti partecipanti d’un torneo di sputacchiera a quest’ora saremo tutti infetti, tutti ma soprattutto io, ché dei commensali francamente non è che m’importi granché.

Io qui che sto morendo mentre credo di mangiare il gelato.

Tutto questo non l’ho capito finché, domenica, non ho letto Annalena Benini, che raccontava sul Foglio questo timore di vivere (di sputare), questa vita in zona gialla coi locali di nuovo aperti e tutti gli altri allegri di poter fare la vita di prima e noi sole terrorizzate a chiederci mi starò contagiando, noi sole a simulare allegria mentre contiamo i centimetri di distanza, la traiettoria degli sputi, e inquadriamo come Soderbergh in Contagion ogni mano che tocca la nostra forchetta, il nostro tavolo, e guardiamo con terrore chi si avvicina per baciarci sulle guance, ma perché, ma chi ti conosce.

«Ci sediamo più vicini, ma io non sono tranquilla. Però mi vergogno a dire, scusa puoi stare un po’ più lontano, sia perché siamo gialli, sia perché mi sento pazza, esagerata: se tu mi parli con la faccia così vicino alla mia è perché sei sicuro, vorrei chiederti se hai appena fatto il tampone, forse hai il referto in tasca, ma non ho il coraggio di dire niente. Parlo d’altro, ti ascolto, rido. Ho la mascherina in mano, la tocco, so che non posso rimettermela adesso. Però arretro, lentamente, mi dondolo sulla sedia e poi cerco di andare all’indietro a piccole spinte striscianti, senza che tu te ne accorga. Voglio raggiungere una distanza di sicurezza senza darti fastidio con domande antipatiche, sto cercando di evitare che tu, in questo entusiasmo giallo in cui alzi la voce sempre di più, muovi la bocca, ridi, gesticoli, sei contento di sentire le persone intorno, inavvertitamente, nell’euforia di una quasi convalescenza, di questo bisogno di raccontare mesi di vita, pericoli scampati, persone che non vuoi vedere mai più, mi sputi addosso, cioè in faccia».

Mi sono sentita rassicurata di quella rassicurazione che provi quando trovi una che fa periodi più lunghi dei tuoi e puoi cedere il titolo di miss in gambissima dell’ipotassi, ma soprattutto di quella rassicurazione che provi ogni volta che puoi dire: ma allora non sono pazza, allora non succede soltanto a me.

Proporrei, prima che ci richiudano tutti, di dividerci in due file ordinate. Da una parte quelli che non esaminano la traiettoria degli sputi e non passano, dopo tre giorni nei ristoranti, tre giorni a casa a dirsi: ma perché diavolo sono uscita, ora come minimo morirò, stavo tanto bene a casa mia; quelli che non fanno voto al divano verde di non tradirlo mai più se solo il divano dei miracoli fa la grazia di non farli ammalare, solo per quella volta, fa’ che quello sputo fosse sterile. E dall’altra noialtri paranoici ossessivi ipocondriaci con impresentabili pensieri, noialtri che sembriamo le nostre madri che pensavano che se prendevamo il motorino saremmo senz’altro morti a breve, noialtri che avevamo giurato che da vecchi saremmo stati meno rompicoglioni, e invece l’unica differenza maturata è quella dai noi stessi quindicenni che con quel motorino ci andavano a Riccione di notte e tornavano all’alba e nessuno ha ancora capito come sia possibile che ne siamo usciti vivi, vivi e pieni di paura di morire per essere andati a mangiare il ragù, fino a un anno fa al massimo non lo digerivamo, e adesso guardaci, qui a chiederci se ne sia valsa la pena, certo era un ragù molto buono, ma forse invece del parmigiano dovevo spolverarci lo Xanax.

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