S’i fossi Rocco, arderei le redazioniIl giorno in cui i giornalisti italiani hanno deciso che Casalino era sputtanabile

Dopo tre anni di mutismo donabbondiano ieri tutte le testate hanno pensato che i messaggi privati del portavoce di Conte, il cui libro uscirà il 18, fossero di chiaro interesse pubblico. Intanto io mi trovavo in taxi con la rappresentazione di Roma che si rivolta contro chi ha a lungo compiaciuto

Lapresse

«Come lo vede er governo?».

La domanda è del terzo tassista della giornata, quello alla fine della cui corsa rielaborerò il Mike Nichols di «il primo e il quarto matrimonio sono i migliori»: il terzo tassista è la più precisa chiave di decodifica della Roma che si rivolta contro chi ha troppo a lungo compiaciuto.

S’i fossi Rocco, arderei le redazioni. Magari non con letteralismo neroniano, ma come si brasa la credibilità oggigiorno: lasciando filtrare conversazioni private. Quel che fino all’altroieri non facevano con lui.

Ieri, con velocità maggiorata (sarà il cambio di cavallo nell’epoca dell’instant messaging) rispetto a quando questo imbarazzante paese passava dal tifo sotto al balcone al tifo contrario a piazzale Loreto, i giornalisti italiani hanno deciso che Rocco l’intoccabile fosse divenuto sputtanabile.

(A questo punto il terzo tassista interrompe i miei pensieri casalinocentrici per informarmi che, se al governo mettessero lui, lui stesso tassista, «ogni tanto dal balcone di palazzo Venezia volerebbe qualcuno». Credo gli si stiano sovrapponendo due modalità di dittatura, a scuola non ci siamo arrivati col programma ma sospetto che a far volare gli oppositori fosse un qualche sudamericano, mica quello di piazza Venezia, ma mi guardo bene dal dirglielo, taccio col rigore d’un analista freudiano).

Insomma hanno passato tre anni a farsi trattare come neanche Mia Martini in Minuetto, «e lasci vocali sprezzanti quando vuoi, nelle notti più che mai, non rispondi, te ne vai, sono sempre fatti tuoi», e tutto il drammone che ben conoscono le amanti disamate e i cronisti giuseppecontici. Hanno passato tre anni di mutismo, a elemosinare un suo cenno e a non pubblicare mai uno dei suoi «amo’». Il Corriere ieri si produceva in un interessante esercizio di revisionismo storico, scrivendo che l’unica volta che qualcuno aveva scritto dei messaggi privati di Casalino, la volta del ferragosto rovinato, era perché era stato così pieno di hybris da lasciare un vocale insmentibile. Ha lasciato vocali insmentibili per anni, e voi donabbondiamente muti.

(«io je la pijo, ma nun se usa più: il Consiglio di Stato ha sentenziato che la legge è sbajata»: il terzo tassista, preso dopo avergli chiesto se avesse il pos, m’interrompe di nuovo, io qui che penso a Rocco e lui che pretende di farmi vedere un servizio di tg, salvato sul telefono immagino tra le cose più preziose, che dice che lui non è più multabile se non accetta la carta. Tento di spiegargli che a me della multa non me ne frega niente, io non giro coi contanti, mi dice e il caffè come lo paga, dico non bevo caffè, mi risponde che non è vero che c’è l’evasione fiscale. Da qualche parte Samuel Beckett sta prendendo appunti).

Insomma pare che il libro di Casalino esca il 18 febbraio, finalmente una cosa da aspettare, chissà quanto venderà, chissà se lo ristampano in fretta e furia con un’appendice postgovernativa contando sul fatto che i costi della nuova tiratura siano coperti dal nostro precipitarci a comprarlo, ma soprattutto speriamo nell’appendice ci siano i messaggi che gli mandavano i postulanti in cerca d’un retroscena, d’un’intervista, d’un segno che contavano qualcosa dal Mazzarino in sedicesimo: se ora loro ritengono di poter sputtanare lui, pubblicandone le risposte cafone, chissà cosa potrebbe fare lui, pubblicando tutte le volte in cui pietivano. Che peccato che Abatantuono sia troppo vecchio, perché un altro così perfetto per il film biografico su Casalino mica c’è, che passando dal cangurotto di Buona Domenica salì da Ceglie Messapica a palazzo Chigi, che lui chiama Chigi e i cronisti più prostrati così lo chiamavano con lui, quando c’era l’egemonia casalina. 

(«Io mi chiedo, co’ tutta ‘sta gente che paghiamo, ’n era mejo il re? Almeno magnava uno solo». Terzo tassista nonché guru politico, ti voglio parlare: posso pubblicare i tuoi aforismi, come fossi un Casalino decaduto?).

Nel giorno in cui persino il Foglio, già gazzettino ufficiale di Volturara Appula, pubblica una telefonata di Casalino in cui l’uomo caduto dagli altari continua a dire «mica mi starete intervistando», e i suoi interlocutori fino al giorno prima ligi, scopertisi schienadrittisti di tabloid inglese, gongolano nel pubblicare un off the record, certo non posso pretendere che il sia il terzo tassista ad astenersi dal populismo.

(«Se guida male è de Latina», diagnostica il terzo tassista indicando un’auto impacciata quando scatta il verde. Sono tentata di chiedergli un giudizio sul suo collega che la mattina voleva mollarmi in viale Mazzini sostenendo fosse la vietta dove dovevo andare io, «questo non sbaglia mai», ripeteva indicando il navigatore, e l’avevo dovuto far guidare fin sotto la targa all’angolo del viale, lo vede che c’è scritto viale Mazzini, sì? E quello, impunito: «Mica posso conoscere tutte le strade, nun se agiti». Dov’è Nerone, perché nessuno dà fuoco a questa simpatica città? Dov’è Draghi, gli avete detto di prendersi un portavoce non romano?).

Il fatto è che Rocco non è tedesco, non è pugliese: Rocco è romano. A stare a Roma si diventa romani. Persino i poliziotti a guardia delle transenne che isolano piazza Colonna, lì teoricamente a badare che il comizietto di Conte (l’avanzo, no il cantante) non venga disturbato, ma in realtà intenti a prendere per il culo le turiste fingendo avvistamenti d’un certo livello, «Guarda, è Draghi, è lui» alzano la voce rivolti a un’utilitaria che passa, persino loro ormai sono romani, da qualunque provincia remota (persino più remota di Roma) vengano.

(«La settimana scorsa ho portato una de Bologna, ma m’ha detto che a Bologna fa freddo». Figlio mio, veda lei, è febbraio. Qui da voi, nella parte improduttiva della California, ci son venti gradi, sarà per questo che andate a male?).

Una volta, quando esistevano i giornali, un cronista politico raccontò di Rutelli (che è sempre stato innanzitutto il marito di Barbara Palombelli, ma all’epoca aveva una carriera politica) che lo riceveva mentre si faceva fare un massaggio alla spa del De Russie. Adesso, quello stesso cronista aspetta la caduta di Rocco per rendere pubblici i vocali «Amore, ci sarà un Conte ter». Forse il coraggio è un tono muscolare, con l’età declina. Forse è che oggi, a pubblicare quell’intervista a Rutelli, verresti sommerso di tweet indignati col listino prezzi della spa del De Russie.

Chiederei al terzo tassista, ormai notista politico di riferimento, il suo parere, ma è impegnato a schivare le chiamate d’un collega noioso. A forza di lasciarlo squillare, persino io e il mio scarsissimo orecchio siamo costretti a riconoscere la musichetta. Sì, qualunque revisore della sceneggiatura mi segnerebbe questa scena come poco credibile. Roma si ostina a non bruciare, mentre dal telefono del terzo tassista trilla Faccetta nera.

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