#YouToo?«Tutti abbiamo amici criminali», disse Celentano. Forse ne hai uno anche tu, Asia

La Argento, autoimprigionatasi nell’incubo di essere solo “quella-che-è-stata-stuprata”, ora ha postato (per poi toglierla) una foto in difesa del presunto stupratore Marilyn Manson. Dev’essersi convinta che il precetto per cui bisogna subito credere alle accuse non provate vale solo se siamo più amiche dell’accusatrice che dell’accusato

Era l’inverno del 2004, l’organizzazione di Sanremo era stata affidata a Tony Renis, e – sebbene non esistessero ancora i social, già esistevano le maldicenze – di lui si dicevano cose turpi. Andai a intervistarlo, e a un certo punto, sdrammatizzando le voci che parlavano di suoi antichi rapporti con Joe Adonis, mafioso americano, disse: «Sembra sia amico di Al Capone, Al Fagiano, Al Tacchino».

Era l’inverno del 2004, quel Sanremo si notava soprattutto perché Simona Ventura aveva dei Dolce e Gabbana con reggiseno a vista, una sera a salvare il festival arrivò un amico di Tony, non Al Tacchino ma Adriano Celentano. Salì sul palco, erano loro tre, sembrava una di quelle sere tardi tra gli ultimi rimasti a una festa, e Celentano drammatizzò la sdrammatizzazione: «Tutti abbiamo amici criminali».

Ci ho ripensato in quest’inverno del 2021, sabato sera, quando Asia Argento, già reginetta del neopuritanesimo che c’incornicia tutte (noi col doppio cromosoma X) come vittime di violenza, e incornicia i maschi come schifosi profittatori e irredimibili porci, ha messo tutta fiera su Instagram una sua foto con Marilyn Manson, la cui didascalia non invitava come un tempo (cioè: l’anno scorso) ad abbattere il patriarcato, ma ad abbattere il neopuritanesimo.

In questi casi c’è sempre qualcuno (in genere non un fulmine di guerra) che dice che solo i cretini non cambiano mai idea. Se Matteo Salvini può dirsi draghiano ed europeista della primissima ora, ci mancherebbe pure che Asia Argento non potesse dirsi una personcina razionale cui hanno sempre fatto schifo i linciaggi a gente accusata senza prove e senza processi.

Il fatto è che Manson è stato di recente accusato d’essere uno stupratore. Come sempre in questi casi, dopo la prima si sono svegliate tutte le altre. La prima è Evan Rachel Wood, che con Manson è stata sposata e che ricordiamo per essere colei che, la sera in cui morì Kobe Bryant, ci tenne a dargli dello stupratore quando il cadavere ancora non s’era raffreddato.

Wood ha raccontato che MM con lei era turpe in ogni modo, che l’ha fatta vivere nel terrore per anni, e che usava insulti antisemiti (trovo esilarante l’idea d’un Marilyn Manson nazista: considerato il suo aspetto da freak, ho come l’idea che non sarebbe sopravvissuto un quarto d’ora a una selezione della razza). Altre hanno raccontato di pistole puntate alla testa e altre amenità. Manson ha dichiarato che qualunque cosa abbia fatto l’ha fatta sempre in contesti consensuali e che chi adesso racconta il contrario mente.

Dita Von Teese, altra ex moglie di MM, ha detto di non riconoscerlo nelle accuse. Ma Dita Von Teese non è la paladina del «credete sempre alle donne», del «le donne su queste cose non mentono mai», e altre formule magiche con cui Asia e altre hanno tenuto in piedi il Me Too. Se Dita Von Teese si fosse instagrammata con Manson dicendo che tutti abbiamo amici criminali, non mi sarei posta tutte le domande che mi sono fatta di fronte al gesto di Asia Argento. Dice più di te quel che pubblichi sui social o quel che ritieni di non poter pubblicare? Quello che urli o quello che taci? Domenica mattina la difesa di Manson era scomparsa dalla pagina Instagram di Asia Argento: qual è la vera Asia, quella che difende il suo amico forse criminale, o quella che aderisce al personaggio che ha ritenuto negli ultimi anni di costruirsi?

Da tre anni e spicci, AA non è più un’attrice, una regista, una scrittrice: è una che è stata stuprata. È l’incarnazione del timore raccontato da un’altra attrice, Annabella Sciorra, a Ronan Farrow. Non voleva raccontare della violenza di Harvey Weinstein, disse Sciorra, perché non voleva essere quella di cui la gente, vedendola entrare in un ristorante, pensava: ah, quella che è stata stuprata.

La signora Argento ha realizzato l’incubo della signora Sciorra, e non perché sia inevitabile, quando racconti una cosa orrenda che t’è successa: perché s’è messa d’impegno a esistere solo in coincidenza di quell’orrendità, perché invece di scrivere un film ha trovato più sensato passare mesi in tv a dare interviste su quella vicenda, perché ha fatto di quella storia la sua militanza e la sua identità.

È quella che è stata stuprata (aggravante o attenuante?) quando un ragazzino la accusa d’esserselo scopato mentre lui era minorenne. È quella che è stata stuprata quando fa (e poi non fa più) il giudice di “X Factor”.

Ed era quella che era stata stuprata anche sabato, quando sotto a una foto d’un accusato di stupro ha scritto una cosa per altre ordinaria: «Se dovessi parlare di tutti gli amanti deludenti della mia vita, scriverei l’“Odissea”. Il mondo del sesso e del desiderio è, nella migliore delle ipotesi, un regno della psicosi che è meglio non andare a sfruculiare». Oddio, ci stava dicendo che esiste l’ambiguità? I fraintendimenti? L’associazione a ferirsi? Quello che lì per lì ti va bene e poi te ne penti e non per questo quello che passava di lì mentre ti andava bene è un mostro? Lei? Proprio lei che ci aveva raccontato per anni che un uomo stronzo era la fine del mondo, la fine dell’equilibrio psichico, la fine della capacità d’essere altro che la vittima d’un uomo stronzo?

O ci stava solo dicendo quel che le meno ottuse di noi sapevano già: che il ferreo codice morale vale solo finché non pretende che venga punito un nostro amico; che il precetto per cui bisogna credere alle accuse non provate vale solo se siamo più amiche dell’accusatrice che dell’accusato; che la differenza tra le militanti con uso di cancelletto, pronte a chiedere il pubblico linciaggio dell’uomo che abbia osato far cascare un occhio su una scollatura, e Assunta Patanè, la ragazza con la pistola secondo la quale «un vero uomo deve provarci e una vera donna deve resistere», è un’impercettibile questione di numeri di telefono nella rubrica. Se ho quello di lui, lei è certamente una poco di buono, e lui certamente meritevole d’assoluzione: abbiamo tutte amici criminali.

Qualunque cosa ci stesse dicendo, poi ha ritenuto non fossimo pronti per sentirla. Chissà se ci sottovaluta o ha ragione.

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