Autocoscienza democraticaDraghi è lo specchio di un’Italia sull’orlo dell’abisso

L’ex presidente della Banca centrale europea ha l’autorevolezza per spiegare che occorre uscire dalla narrazione populista trionfante sulle macerie di un paese frustrato e impaurito. Ma i partiti potrebbero impedirgli di attuare il programma necessario per ripartire

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L’Italia è il Paese dei retroscena, perché non solo la politica ma anche l’informazione è affetta dalla perversione di considerare più eccitanti le cose spiate dal buco della serratura di quelle guardate aprendo la porta e di giudicare più vere le realtà custodite in qualche recesso segreto o in qualche indecifrato mistero di quelle che si hanno davanti al naso e ci si ostina a non volere vedere.

Il nesso inscindibile tra negazionismo e complottismo è da parecchio tempo il paradigma della nostra democrazia e del rapporto tra domanda e offerta politica e ha trovato infinite e grottesche declinazioni. Lo schema è sempre il medesimo: quello di negare la realtà (e la gravità) di un problema e della sua possibile soluzione e di addebitarne la responsabilità ad altri, essendo gli altri quelli esterni al perimetro delle responsabilità democratiche e degli attori delle decisioni pubbliche (eletti ed elettori).

Le verità alternative di più vile conio e di più diffuso corso sono divenute quelle più incredibili, ma più servibili per spostare lontano le colpe che si affollavano invece vicino o dentro il circuito politico e i meccanismi della nostra democrazia di scambio.

L’Italia che Draghi è chiamato a governare è quella che è stata abituata a individuare in quelli come lui, o direttamente in lui, la causa di tutti i nostri mali. Un eurobanchiere, un europotente. Alla sua figura o alla sua cultura (anche in barba a una formazione keynesiana pure rivendicata) sono associati tutti i feticci polemici della nostra discussione pubblica: l’austerità, il liberismo, la finanza predona, le privatizzazioni, la globalizzazione. In Italia è straordinaria la compattezza di destre, sinistre e centri, assortiti nella composizione, ma convergenti nell’intenzione di dimostrare che non c’è un solo problema nazionale, che rimandi a una scelta nazionale e non sia invece il riflesso di un mondo e in particolare di un’Europa sbagliati.

Si può dire che populismo e sovranismo in Italia sono così diffusi e connaturati al funzionamento del sistema politico che tutti – anche i non populisti – hanno finito per considerali una variabile strutturale e non reversibile. Questo spiega ad esempio la perdurante predilezione del Partito democratico per quell’alleanza demo-populista con il Movimento 5 Stelle, che non è servita ad arginare il consenso sovranista, ma a neutralizzare ogni ambizione riformista anche in campo democratico. Allo stesso modo, così va letta l’incredibile resa del centro-destra cosiddetto liberale all’agenda nazionalista, protezionista e statalista di Salvini e al suo inglobamento nell’orbita putiniana.

Il consenso quasi unanime raccolto dal presidente incaricato e gli unanimi attestati di stima guadagnati per ogni dove non sono affatto in contraddizione con la solidità trasversale di questo schieramento ideologico, ma dipendono semplicemente dal fatto che nessuno, nel momento in cui le capriole di Renzi lo hanno portato al vertice dei poteri italiani, vuole rimanere spiazzato dalle mosse di Draghi o escluso dalla regia del Quirinale.

La discussione se il suo Governo sarà politico o tecnico, se includerà due o tre pezzi del centro-destra e se disordinerà almeno in parte il campo demo-populista è ovviamente importante, ma è secondaria rispetto alla questione centrale rappresentata dalla profondità dell’azione di governo che a Draghi sarà consentita.

L’ex presidente della Banca centrale europea arriva in una fase altrettanto drammatica, ma in realtà meno propizia di quella che portò Mario Monti a Palazzo Chigi. Allora qualunque italiano temeva che da un momento all’altro sarebbero mancati i soldi per pagare le pensioni e il sistema sanitario e, almeno per qualche mese, fino allo scampato pericolo, la libertà d’azione di Monti è stata pari alla gravità della sciagura che era chiamato a scongiurare.

Draghi è molto probabile che arrivi a Palazzo Chigi in un’Italia ancora più ferita e dopo un decennio quasi interamente perduto, ma sospesa nel nirvana artificiale del quantitative easing, degli scostamenti di bilancio da 100 miliardi all’anno e nella retorica narcotica della guerra contro il Covid, per cui sembra che tutti i nostri problemi siano iniziati 15 mesi fa a Wuhan e finiranno quando i vaccini immunizzeranno il mondo.

Non è escluso, anzi è decisamente probabile, che la proposta dei partiti disposti a sostenerlo sia uno scambio tra la piena titolarità di Palazzo Chigi sul dossier Next Generation Eu e sulle trattative con Bruxelles sul ritorno alla normalità delle regole europee e la sostanziale immunità di tutte le “conquiste” della stagione populo-sovranista e la conservazione di tutti i falsi idoli che il populismo ha ereditato dalla stagione partitocratica (a partire da uno statalismo straccione e da un nazionalismo economico tutto chiacchiere e distintivo).

Draghi può diventare il maieuta di un’autocoscienza (e di un’autocritica) democratica, che è il presupposto essenziale per non continuare a illudersi che la via che porta alla crescita sia la stessa che ha portato al declino.

Insomma, come auspica Emma Bonino, il protagonista di una “operazione verità”. Ma potrebbe anche rimanere solo l’alto rappresentante o il commissario straordinario di un Paese che non si vuole curare e non vuole guarire. I numeri del Parlamento, i riflessi delle forze politiche, le contorsioni trasformistiche di partiti già impegnati a fare del suo Governo una parentesi indolore (per loro) e l’impolitica e provvidenzialistica fiducia che troppi italiani assegnano alla virtù di Super Mario. Tutto sembra congiurare contro ciò, che più sarebbe necessario. Che il Governo Draghi sia lo specchio di un’Italia sull’orlo dell’abisso, in cui tutti gli italiani imparino finalmente a guardarsi e a riconoscere i propri errori.

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