L’era degli unionistiQuattro buone ragioni per essere ottimisti sul governo Draghi

Il tavolo politico è saltato, tutti i pezzi sono sparsi a terra, nessuno potrà ricomporre il gioco arcitaliano di una destra post e proto autoritaria, una sinistra anticapitalista e conservatrice, un centro centrista e opportunista. Abbiamo un leader forte e l’intelaiatura del NextGenerationEu che gli farà da corazza

LaPresse

Mentre il pessimismo pervade la gran parte dei liberali social e no, addestrati dalla storia patria ad altalenare fra la motivata disperazione e il cauto catastrofismo, vi propongo una lettura da ottimista (senza, per una volta, l’aggettivo “tragico” della confraternita, cui appartengo, fondata da Guido Vitiello).

1. L’incarico a Mario Draghi è una nostra vittoria. Non della nostra forza politica, che è vicina allo zero, certo, ma delle nostre speranze, della nostra tenacia, della coerenza caparbia di chi ha fronteggiato populismo e sovranismo senza adeguarsi al meno peggio. È la vittoria di chi ha saputo distinguere, passo su passo, ora per ora, fra i due equivalenti peggio e concedere solo quel tanto di necessario perché nessuno dei due trionfasse sull’altro. In altre parole, per quanto riguarda me me e chi ha vissuto questi anni da incubo con la convinzione dell’equivalenza sostanziale fra estremismo nichilista Cinquestelle e fascioleghismo di estrema destra, appoggio al ribaltone renziano contro il Salvini del Papeete ma opposizione dura al Conte 2 dell’attacco al Parlamento (dal taglio secco degli eletti alla democratura dei dpcm), del giustizialismo bonafedista, dell’incompetenza elevata a sistema.

2. Mario Draghi non è un tecnico come fu Monti, eccellente economista ma sprovvisto di quell’esperienza politica – fatta di sensibilità, astuzia e calore umano – che soltanto la responsabilità di governare istituzioni complesse e immerse nella politica (Banca d’Italia, Banca Centrale Europea) può procurare – naturalmente a chi ne sia potenzialmente dotato.

Il precedente di Draghi non è Monti, che si perse sulla strada del “salire in politica” – espressione da lui stesso con consapevolezza coniata – ma Carlo Azeglio Ciampi, la cui anima politica, del resto preesistente (fu allievo di Guido Calogero, e militante del Partito d’Azione dal periodo resistenziale), si espresse generosamente dopo l’investitura tecnica. Di Draghi non sappiamo molto al di fuori della sua carriera professionale, ma è stato allievo di Federico Caffè e di Franco Modigliani, e questo ci rassicura.

3. La decisione di Sergio Mattarella di designare Draghi è stata ruminata con immagino quale sofferenza. Perché Draghi è davvero l’ultima carta che poteva giocare per impedire lo sfascio del sistema economico, e quindi politico e quindi istituzionale dell’Italia uscita dalle disgraziate elezioni del 2018. L’ultima spiaggia. Dal male della pandemia sanitaria e della malattia civile Mattarella ha coraggiosamente tratto il bene di questa ultima e migliore opportunità. Il tavolo politico è saltato, tutti i pezzi sono sparsi a terra, nessuno potrà ricomporre il gioco arcitaliano di una destra post e proto autoritaria, una sinistra anticapitalista e conservatrice, un centro ‘centrista’ e opportunista. Abbiamo un leader forte e l’intelaiatura del NextGenerationEu che gli farà da corazza.

4. L’eterno ricorrente passato è in una crisi terminale. Siamo all’alba di un nuovo inizio, italiano ed europeo. È l’ora non delle velleità ma delle potenzialità per una nuova unione riformatrice guidata da forze popolari, liberali e riformiste. È il momento degli unionisti. Sono ottimista.

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