Una nuova eraIl possibile governo Draghi e l’apertura della mente italiana

Mentre si prova a formare il nuovo esecutivo, si giocano quattro partite interessanti: una nel centrodestra costretto a fare i conti con la sconfitta del sovranismo; una nei Cinquestelle tra Di Maio e Conte; una nel Pd tra chi si è consegnato all’avvocaticchio del popolo e i riformisti; e l’ultima per costruire un’area liberaldemocratica

greg-rakozy, Unsplash

Ci sono tre o quattro partite politiche interessanti che si giocano all’ombra della formazione del governo di salvezza nazionale guidato da Mario Draghi, sempre sia lodato lui e chi ci ha liberato da Giuseppe Conte e da Rocco Casalino, ieri ancora protagonisti di un imbarazzante atto finale a tavolino, un po’ spot «contro il logorio della vita moderna» di Ernesto Calindri un po’ conferenza stampa al Four Seasons Total Landscaping di Rudy Giuliani.

Una partita è quella dentro un centrodestra tambureggiante, ma fuori sincrono rispetto alla ritirata del sovranismo globale da cui ha preso ispirazione. Giorgia Meloni fa Giorgia Meloni, l’opposizione nostalgica, popolare e ininfluente. Forza Italia prova a non farsi scappare l’occasione offerta da Draghi e di liberarsi dalla morsa salviniana (forza Mara Carfagna!). La Lega non sa se indossare la felpa di Salvini o la grisaglia di Zaia e di Giorgetti, da cinque minuti appare in effetti meno becera del solito, ma poi Salvini va in televisione e dice che non si fida dei vaccini come un fuori di zucca qualunque. In ogni caso, qualcosa lì succederà.

La seconda partita è quella dentro i Cinquestelle, la terza dentro il Pd. Entrambe ruotano intorno alla figura di Giuseppe Conte, cosa di per sé surreale vista la caratura del personaggio ma anche parecchio umiliante per il Partito democratico che fu di Walter Veltroni e di Romano Prodi, di Francesco Rutelli e di Matteo Renzi, ma che ora dipende da un avvocato per tutte le stagioni.

In attesa di Rousseau e di Grillo e associati, i Cinquestelle si dividono in un’ala castrista guidata da Alessandro Di Battista, minoritaria in Parlamento, e in una castista che non vuole perdere i favolosi privilegi parlamentari. L’ala castista è largamente maggioritaria e ha due potenziali leader: uno è Luigi Di Maio e l’altro Conte.

Il «ci sono e ci sarò» di Conte Cynar di Largo Chigi è la risposta dell’ex premier, che fino al momento prima aveva cercato di sabotare Draghi, all’apertura politica di Di Maio nei confronti del presidente incaricato e quindi una sfida per la guida dei grillini. Di Maio controlla buona parte dei parlamentari, mentre il Conte defenestrato non esercita alcuna influenza e non può contare su quello che gli americani chiamano il “bully pulpit”, un podio ufficiale dal quale emanare dpcm notturni. Il paradosso è che Conte, già segnaposto di Casaleggio e di Salvini, può contare solo su Zingaretti, Bettini e Orlando, i capi chissà ancora per quanto di un Pd super tattico ma senza bussola.

La terza partita è quella dentro il Partito democratico. Il Pd di Zingaretti si è annientato, come direbbe Toninelli, nei servizi a favore di Giuseppe Conte, in nome dell’alleanza strategica con i grillini e dell’ipotesi di una Lista del presidente che avrebbe dovuto dare rappresentanza alla gamba centrista della coalizione progressista, l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile che lo stesso Conte ha nominato ieri dal tavolino di Palazzo Chigi (l’acronimo è ASS, gli aderenti forse assholes, come ha suggerito Laura Cesaretti su Twitter).

Ma con Conte fuori da Palazzo Chigi, la lista Conte sparisce dai radar politici, assieme all’intera strategia del Pd di Zingaretti e Bettini. Da qui la necessità dei vertici del Pd di tenere in vita la figura politica dell’ex premier, magari facendolo entrare nel governo come autorevole ministro.

Una volta caduto il governo giallorosso e archiviata la stagione imbarazzante di Conte e Casalino a Palazzo Chigi, non è così semplice far digerire agli adulti del Pd la presenza di un avvocato senza arte né parte che si crede Napoleone, si atteggia a federatore alla Prodi e aspira a guidare il centrosinistra da un tavolino inspiegabilmente senza rotelle.

L’unica speranza di sopravvivenza politica dell’ex premier è legata alla prevalenza della linea Zingaretti-Bettini nel Pd, il cui destino a sua volta è legato a Conte. Simul stabunt simul cadent, con il cadent più probabile dello stabunt. In caso di caduta della linea Zingaretti, il Pd si potrebbe affidare a qualcuno come Stefano Bonaccini o Giorgio Gori in grado, insieme con Paolo Gentiloni a Bruxelles e Lorenzo Guerini nelle istituzioni, di far tornare centrali i temi della crescita e dello sviluppo economico e di superare l’assistenzialismo dei ristori e dei bonus.

La quarta partita è quella dentro l’area che va da Renzi a Calenda, da Bonino agli ecologisti, da Carfagna ai socialisti, da Bentivogli ai liberali, oggi minuscola, divisa e litigiosa, ma come abbiamo visto in questi giorni anche capace di determinare la caduta del secondo peggior governo degli ultimi decenni (il peggiore era il Conte uno) e di coinvolgere Mario Draghi.

E, in effetti, la prospettiva di creare un’area liberaldemocratica a partire dall’esperienza comune di governo potrebbe essere l’altro sublime esito di una crisi favolosa che ci ha liberato di Conte e ci ha portato Draghi.

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