Agenda TafazziLa scala di priorità dell’ex alleanza giallorossa per il governo Draghi

Un esecutivo pienamente politico, anzi del tutto tecnico, basta che non ci sia la Lega o almeno che non si veda tanto, per non farli passare completamente per fessi. Per il resto veda lui

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Cronache, dichiarazioni e retroscena delle consultazioni avviate da Mario Draghi per la formazione del nuovo governo si stanno rivelando molto istruttivi, per chi voglia capire davvero quali siano, in un momento così difficile, scala di priorità e obiettivi irrinunciabili delle forze politiche chiamate a farne parte, al di là della propaganda, delle dichiarazioni di principio e dei documenti programmatici più o meno generici.

 

Per quanto riguarda in particolare l’alleanza giallorossa (Pd-M5S-Leu), per primissima è stata manifestata al presidente incaricato l’inderogabile necessità che la composizione della squadra corrisponda all’esigenza di un governo politico, richiesta avanzata subito dal Movimento 5 stelle, per non doversi rimangiare anche il no a governi tecnici e potere così rivendicare di avere ottenuto qualcosa, nel momento in cui si appresta ad abbracciare, dopo l’esecrato Partito democratico, persino l’accordo con Silvio Berlusconi. Petizione fatta propria però anche da Pd e Leu, non solo per carineria nei confronti dell’alleato, ma anche per evitare che un suo eventuale allontanamento dal governo mandi a picco l’alleanza stessa, vale a dire l’unica strategia di cui Pd e Leu dispongano al momento.

 

Per lo stesso motivo, tuttavia, la richiesta di un governo «pienamente politico», da parte loro, è durata solo fino alla clamorosa svolta governativa di Matteo Salvini, quindi molto poco, e da quel momento in poi, almeno nell’eventualità di un ingresso della Lega, è diventata invece la fermissima richiesta di un governo tecnico (da parte del Pd) e addirittura la minaccia di non entrare affatto nell’esecutivo (da parte di Leu, a quanto si dice escluso però Roberto Speranza, che spingerebbe invece per l’accordo).

E siamo così al secondo punto su cui, sempre stando alle ricostruzioni dei giornali, si sarebbero incentrate fino a oggi le consultazioni, vale a dire il «perimetro» della maggioranza. Tutti i principali giornali riportano infatti che Nicola Zingaretti avrebbe insistito molto, nei colloqui con Draghi, sulla necessità di una maggioranza omogenea e coesa, che poi sarebbe un modo felpato di dire quello che Leu ha detto in modo esplicito: senza la Lega (l’ipotesi, circolata a un certo punto, che in caso contrario i democratici avrebbero potuto optare minacciosamente per un semplice appoggio esterno è stata invece smentita subito).
La ragione è sempre la stessa: il rischio di dover accantonare definitivamente la propria strategia, vale a dire il «nuovo centrosinistra» fondato sull’alleanza Pd-M5S e guidato da Giuseppe Conte. Un progetto che potrà piacere o non piacere, e i cui contorni appaiono del resto ancora largamente indefiniti (le primarie, per esempio, si svolgerebbero nei gazebo o su Rousseau?), ma che certo non uscirebbe benissimo da un brusco accantonamento dell’Avvocato del popolo, della sua squadra di governo e della sua maggioranza, sostituiti da tutt’altra formula politica, per giunta tra mille squilli di tromba, fanfare e urrà per il nuovo presidente del Consiglio. Per non parlare dell’ipotesi più estrema, che sta letteralmente togliendo il sonno ai vertici del Pd e che vede addirittura Salvini ministro accanto a loro (ma c’è chi scommette sia stata messa in circolo esclusivamente a questo scopo, come puro atto di sadismo retroscenistico).
Quanto al dibattito sul programma di governo, è fin troppo evidente, anche scorrendo le bozze del documento preparato dai democratici per Draghi, il legame con la partita di cui sopra. Lo schema è sempre lo stesso, con Pd e Leu a proporre tutto quello che ragionevolmente dovrebbe allontanare Salvini, e con Salvini pronto a replicare che lui l’europeismo ce l’ha nel sangue da quando è nato, che persino sui migranti gli va benissimo la legislazione europea, e tra un po’ si farà fotografare pure in canottiera e mandolino davanti a una pizzeria di Napoli, perché è evidente che ci ha preso gusto e si diverte a torturarli in questo modo (e poi dicono che non somigli a Matteo Renzi).
Solo così, del resto, si spiegano richieste singolari come quelle avanzate da Zingaretti in uno dei suoi primi tweet sull’argomento, in cui fissava paletti quali «un governo collocato in Europa» (condizione difficilmente eludibile anche dal punto di vista geografico, ma con un chiaro obiettivo polemico) e «una riforma fiscale per una progressività del fisco» (che verosimilmente voleva essere un siluro contro la flat tax salviniana, ma di nuovo, messa così, appare condizione difficilmente eludibile, almeno a Costituzione vigente).
Queste dunque sembrano essere le questioni dirimenti attorno alle quali si gioca la partecipazione dei partiti dell’alleanza giallorossa al governo Draghi. Per quanto riguarda invece l’uscita dell’Italia dalla pandemia, la campagna di vaccinazione e il rilancio dell’economia, sembrerebbe di capire che il presidente incaricato possa fare un po’ come cazzo gli pare.

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