Inversione a UL’industria dell’auto americana sostiene la politica ambientalista di Biden

Durante il Super Bowl, General Motors ha mandato in onda uno spot a favore del piano per il clima del presidente e ha annunciato il lancio di 35 nuovi modelli elettrici entro il 2025. Non a caso Jennifer Granholm la neo segretaria all’Energia è stata governatrice del Michigan tra il 2003 e il 2011, gli anni della crisi e della rinascita del settore

Lapresse

L’alleanza industriale per sostenere le ambizioni di Joe Biden sulla transizione energetica ha il volto di Will Ferrell e si è saldata in uno dei luoghi più sacri della comunicazione americana: gli spot per il Super Bowl. Nello stesso spazio in cui Jeep celebrava le virtù politiche e morali del centro con la voce di Bruce Springsteen, General Motors ha mandato in onda una pubblicità che sembrava uscita dritta dal piano per il clima del nuovo presidente, uno spot che incarna l’idea che siano lavoro e produzione la chiave per rimettere gli Stati Uniti in cima alla cordata globale ecologica dopo gli anni di Trump. General Motors ha anche scelto un bersaglio perfetto per colpire l’immaginazione degli americani: l’orgoglio nazionale.

Nello spot Will Ferrell mette un dito sul mappamondo e chiede: «Sapevate che la Norvegia vende molte più auto elettriche pro capite degli Stati Uniti?». È l’essenza del messaggio di Biden: il mondo va in questa direzione, non possiamo farci lasciare indietro, soprattutto non sul più americano dei simboli: l’automobile. E infatti segue un bel cazzotto sul mappamondo, che rimarrà incastrato al polso dell’attore per tutto lo spot. «La Norvegia!», ride e grida Ferrell. Andiamo! Non possiamo permetterlo! «Con la nuova batteria GM sconfiggeremo quei perdenti. Let’s go America!».

Segue la chiamata alle armi di un manipolo di amici e un viaggio in Norvegia, e poi dell’umorismo convenzionale ma efficace sul fatto che gli americani il mappamondo lo capiscono poco: Kenan Thompson e Awkwafina finiscono in Finlandia, Ferrell in Svezia. Ma soprattutto si arriva alla promessa che presto «tutti potranno guidare un’auto elettrica» e all’annuncio di 35 nuovi modelli elettrici GM entro il 2025. Due intanto si vedono in scena: la Cadillac Lyriq e l’Hummer EV.

I trasporti sono la principale fonte di emissioni dell’economia americana e ovviamente lo spot della General Motors ha un punto vero: secondo i dati dell’International Energy Agency, in Norvegia le auto elettriche sono il 56% del mercato, negli Stati Uniti il 2%, per un milione di veicoli in totale. Poco, pochissimo.

Per questo motivo, nel piano di Biden per il clima la questione è una pietra angolare. Biden ha promesso un’infrastruttura da 500mila colonnine pubbliche di ricarica entro il 2030 e un tax credit per sostenere gli acquisti. «Gli incentivi puntano ad auto che si possano vendere alla classe media e che siano in gran parte fatte in America». È la chiave del messaggio di Biden: macchine normali, fatte da americani, per americani normali, gente come me e te. È una svolta comunicativa, a modo suo il compimento di una rivoluzione. Come ha sottolineato l’Atlantic: «Nel 1988 lo scienziato della Nasa James Hansen informò una commissione del Senato sugli effetti del global warming. Da allora 33 anni di sforzi – di ambientalisti, scienziati, burocrati, politici – si sono sintetizzati in questo momento, con l’auto elettrica che sembra finalmente normale».

Nel suo programma elettorale. Biden ha promesso il ritiro di tutte le politiche di Trump a favore dell’auto a benzina. Nel centinaio di attacchi alle normative ambientali della precedente amministrazione, le deregulation sulle emissioni dei trasporti sono quelle che hanno fatto più danni, secondo il gruppo di ricerca Rhodium. Su questo fronte, cioè il passaggio da un’amministrazione per la quale il cambiamento climatico era una bufala a un’altra per la quale è un orizzonte esistenziale, lo spot giocosamente anti-Norvegia di General Motors è anche un riposizionamento politico.

Come ricorda Vox, quando la California decise di andare su una strada propria sugli standard di efficienza stravolti da Trump, General Motors e altri produttori si schierarono dal lato di Trump nella battaglia legale che seguì. Anche se General Motors ha prodotto il suo primo veicolo nel 1996, negli anni ha fatto tutto quello che era in suo potere per rallentare la transizione, già prima che Trump diventasse presidente degli Stati Uniti, usando allo stesso modo lobby, tribunali e campagne di PR per screditare la scienza.

Questa svolta così radicalmente elettrica è un’inversione a U, anticipata sul piano legale dalla rinuncia di General Motors proprio alla causa in California contro gli standard più restrittivi scelti dallo Stato. I 90 secondi dello spot del Super Bowl sono l’immagine perfetta per capire come in questo momento l’industria americana abbia scelto di allinearsi con Biden e le sue idee, anche con la necessaria ipocrisia che governa le relazioni industriali, perché, se gli Stati Uniti sono così in ritardo rispetto alla Norvegia, alla fine è anche colpa di General Motors.

Se dal punto di vista comunicativo la svolta ha la faccia rassicurante e spiritosa di Will Ferrell, il versante politico era stato sintetizzato già durante la transizione post-elettorale, con la scelta di Jennifer Granholm come segretario all’energia. Granholm è stata governatrice del Michigan, lo stato dell’auto americana, dal 2003 al 2011, gli anni della crisi e dell’avvio della rinascita. Ha incontrato spesso Sergio Marchionne ed è stata il braccio di collegamento tra i fondi pubblici e i faticosi, primi tentativi del mondo dell’automotive di iniziare a concepire un futuro elettrico su larga scala. Biden ha scelto lei anche perché nei suoi otto anni da governatrice ha imparato il linguaggio, le resistenze, le paure nel mondo dei produttori di auto e sa di quanto incoraggiamento politico e finanziario hanno bisogno per assecondare una transizione ecologica.

La campagna pubblicitaria da 10 milioni di dollari di General Motors (presentata via Twitter il 3 febbraio e poi alla nazione durante il Super Bowl) è la prova che quel mondo ha aperto un credito di fiducia, che la voglia di lavorare col presidente c’è. Lo spot però ci suggerisce anche un’altra, involontaria verità: una cosa è decidere di andare in Norvegia, un’altra è arrivarci.

Will Ferrell e i suoi amici si perdono, sbarcano in qualcosa che le somiglia, perché alla fine per l’americano i Paesi scandinavi sono una faccia, un bosco. Il margine di errore nel mondo reale sarà molto meno tollerato. «Siamo persi tra la paura e la libertà», dice Springsteen nell’altro spot auto del Super Bowl, quello di Jeep. «Ma la nostra luce ha sempre trovato la sua strada attraverso l’oscurità, e c’è speranza per la strada che abbiamo davanti». L’importante è non perdersi, appunto.

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