Progetto transnazionaleL’alleanza dell’Italia europea che serve a Draghi per vincere la scommessa di governo

Il nuovo premieri potrebbe salvare il Paese, ma perché abbia effetti di lunga durata occorre cominciare subito a costruire un futuro aperto e liberale, evitando le zuffe interne e appoggiandosi all’esempio delle leadership continentali

Di Lindsay Henwood, da Unsplash

Prima della nascita del governo Draghi, l’Italia era come un treno a un bivio tra due destinazioni: il Venezuela populista da un lato, l’Ungheria sovranista dall’altro. Ci siamo fermati un attimo prima di imboccare una delle due strade.

Quali effetti avrà l’esperimento Draghi sul percorso del nostro treno? Sarà una semplice sosta in attesa di ripartire o è il tempo che ci diamo per costruire un terzo binario che porti a Bruxelles passando per Berlino e Parigi?

Non ci sarà un partito di Draghi dopo il governo Draghi: è un bene, perché la politica deve saper camminare sulle sue gambe in una democrazia matura. Ci potrà però essere una forza politica che prosegua lo sforzo di dare autorevolezza, concretezza elettorale e visione programmatica a una Italia europea.

Nella concezione di noi liberali e riformatori, l’Italia europea è un Paese che riscopre la sua storia di fondatore dell’Unione europea facendosi rinnovato protagonista del futuro processo di integrazione. L’Italia europea è la terra della stato di diritto, della democrazia rappresentativa e della libertà economica, dell’innovazione sociale e civile, del lavoro e del welfare delle opportunità.

Ma come far sì che, nella stanca e asfittica dinamica della politica italiana, questo movimento politico non si risolva in un piccolo centro? Come evitare la zuffa tra piccole leadership di tante sigle le une contro le altre? Come far prevalere il progetto comune alle agende personali? Lo sforzo è – a mio parere – proiettare la costruzione della casa dei riformatori e dei liberali in una dimensione transnazionale, usando come pietra angolare l’esperimento di Renew Europe – raccontato nel dettaglio da Sandro Gozi sulle pagine de Linkiesta – il gruppo al Parlamento europeo formato dai liberali dell’Alde, dal Partito democratico europeo (PDE) e da En Marche di Emmanuel Macron.

Costruire la Renew Europe italiana, o se volete il movimento dell’Italia europea, significa anche appellarsi alle grande leadership europee – a partire proprio da Macron – perché credano e investano sull’Italia.

La proiezione transnazionale del movimento riformatore dell’Italia europea può essere la vera differenza con i soliti centrini. È peraltro un’urgenza del nostro tempo. La percezione di distanza delle istituzioni e dell’agone politico europeo dall’orizzonte quotidiano alimenta quella domanda di legittimità che ha portato a gonfiare la bolla del sovranismo e del populismo.

Raccontare invece all’opinione pubblica (come sognava il compianto Antonio Megalizzi) quanta parte del nostro destino di società si giochi nelle istituzioni comuni di mezzo miliardo di europei significa rassicurarli sulla tenuta della democrazia e sull’importanza concreto del loro voto nelle urne. Le scelte politiche europee influenzano direttamente la vita dei cittadini, sia di quelli che hanno una proiezione internazionale, sia di quanti conducono un’esistenza nello spazio di pochi chilometri da casa propria.

L’Europa non è solo l’Erasmus, il viaggio senza passaporto o i famigerati fondi europei. E non è un generico mercato. L’Europa è il prezzo del pane, la sanità, la sicurezza sul lavoro, la libertà di lavorare e fare impresa. L’Europa è la ripresa dalla pandemia. È un fatto che, senza l’iniziativa di Emmanuel Macron, leader politico europeo prima che presidente della Republique, oggi non avremmo avuto alcun Recovery Fund.

Il movimento dell’Italia europea non si trincera dietro il «ce lo chiede l’Europa» e non batte pugni e scarpe sui tavoli, ma assume la piena responsabilità del nostro Paese nella costruzione di un’Unione Europea sempre più solida, federale, protettiva nei confronti dei suoi cittadini, faro dei diritti individuali e sociali, attore irrinunciabile di un nuovo multilateralismo globale.

L’Italia europea non dice «prima gli italiani», ma dice «l’Italia, tra i primi».

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