Storia ovaleLa meraviglia del rugby e quella meta che beffa gli All Blacks

Episodi, fortune, epica e disgrazie. Sono gli splendori e miserie dello sport più nobile del mondo, che Marco Pastonesi raccoglie e racconta in “La meta più bella della storia” (Baldini + Castoldi)

AP Photo/Mark Baker

Si potrebbe cominciare da qui. Si potrebbe cominciare così. Sabato 27 gennaio 1973. Cardiff, Arms Park. Barbarians-All Blacks.

I Barbarians. L’unica squadra al mondo senza campo, senza club-house, senza tessera, senza abbonamento e senza soldi: perché le spese per i giocatori (ventisei a partita) e i dirigenti (tre) sono pagate dalle altre squadre.

L’unica squadra senza casa: perché la sua squadra si trova dovunque. L’unica squadra senza calzettoni: perché ogni giocatore s’infila i calzettoni della squadra da cui proviene. L’unica squadra senza email: perché le convocazioni vengono fatte per posta aerea. L’unica squadra che non conosce con assoluta precisione l’origine del proprio nome: perché c’è chi sostiene che il nome Barbarians sia un omaggio alla vittoria del germano Arminio sul romano Varo nella foresta di Teutoburgo (9 d.C.), chi giura che la filosofia Barbarians sia la risposta – sprezzante – a quelli che considerano (o, peggio, interpretano) il rugby come uno sport violento, cattivo, bestiale, insomma: barbaro.

E gli All Blacks. La Nazionale della Nuova Zelanda. Bianchi e maori. Insieme. Da subito. Da sempre.

I Barbarians. William Percy Carpmael, per gli amici Tottie, il primo Barbarian, dunque il primo barbaro del rugby, del 1853, trent’anni dopo la trasgressione di William Webb Ellis, lo studente che durante una partita di calcio al Rugby College, osò prendere il pallone con le mani e correre nell’area di porta degli avversari.

Inglese, primo di otto figli, studi a Cambridge, poi lavoro nell’azienda di famiglia (ramo brevetti), sportivissimo (dall’atletica al cricket, dal canottaggio al «fives», una specie di pelota o squash), giocava nel Blackheath e partecipò a uno dei primi tour della storia, quattro partite in cinque giorni con il suo Jesus College nello Yorkshire nel dicembre 1884.

Quindici giocatori contati (anzi, quattordici nel primo match), vittorie contro Leeds, Huddersfield e Bradford, sconfitta contro Batley. «I festeggiamenti dopo la vittoria contro Bradford sul loro campo», ricordava Carpmael, «furono troppo per noi. Un mese prima, fuori casa, Bradford aveva battuto Cambridge 39-3». L’esperienza comunque lo esaltò.

Ci volle ancora qualche anno ma finalmente nel 1890, alle due di notte del 9 aprile, dopo un terzo tempo, il banchetto che seguiva una partita, l’idea diventò proposta, progetto, promessa scritta con una stilografica. Così, dopo aver giocato come Carpmael’s London, Blackheath, W.P. Carpmael’s County and International Team e The Southern Nomads, ecco felicemente e definitivamente il Barbarian Football Club.

E gli All Blacks. Già mito, già leggenda.

I Barbarians. Maglia a fasce orizzontali nere e bianche con un monogramma nero (il primo, teschio e ossa incrociate e l’acronimo BFC, il secondo e ultimo, le lettere BFC intrecciate) all’altezza del petto a sinistra, pantaloncini neri, calzettoni del proprio club. Poi, dal 1895 la cravatta Regimental a righe blu chiaro e blu scuro separate da una linea bianca e la giacca con il simbolo di due agnelli che si contendono un pallone ovale, ricamati sulla tasca al petto; dal 1930 la giacca porta, oltre agli agnelli e al pallone, anche due scudi, il primo con i simboli dei quattro Paesi britannici (la rosa inglese, il trifoglio irlandese, il cardo scozzese e le tre piume del principe di Galles), il secondo con i simboli delle TriNations dell’emisfero sud (la felce d’argento neozelandese, l’antilope sudafricana e il «waratah» – la telopea, un fiore – australiano).

Il motto: «Il rugby è un gioco per gentiluomini di tutte le classi sociali, ma non per un cattivo sportivo di qualsiasi classe».

L’inno: «Perché è un modo che abbiamo nei Barbarians, e anche un buon modo allegro, perché è un modo che abbiamo nei Barbarians, e una regola con cui giochiamo: per la partita di rugby non ci alleniamo, noi giochiamo con la voglia». E, per assonanza, un diminutivo: Baa-Baas. E, ancora, dal 2017 la versione femminile: le Women’s Barbarians. Nonché vari tentativi di imitazione, o di filiazione: dai Barbarians francesi a quelli neozelandesi, dai Barbarians sudafricani a quelli australiani, fino a una squadra di «old», gli over 35, di vocazione vinicola e provenienza alessandrina: i Barberans.

E gli All Blacks. Tutti Neri.

I Barbarians. Se esisteva una casa spirituale dei Barbarians, l’Esplanade Hotel di Penarth, a Cardiff. Se esisteva un tempio spirituale dei Barbarians, l’Arms Park, sempre a Cardiff. Insomma: Galles. E se esiste una filosofia del rugby, i Barbarians sono divertimento, libertà, fantasia, i Barbarians sono gioco preferibilmente alla mano, i Barbarians sono acrobazie, virtuosismi, spettacolo, i Barbarians sono l’ultima-cosa-che-conta-è-il-risultato-finale, i Barbarians sono le Nazioni Unite del rugby. E i Barbarians sono la meta più bella della storia. Questa.

Si potrebbe ricominciare da qui. Si potrebbe ricominciare così.

Sabato 27 gennaio 1973. Cardiff, Arms Park. Barbarians-All Blacks. Fra i Barbarians, sette gallesi, quattro irlandesi, tre inglesi e uno scozzese. Quanto agli All Blacks, è sempre la squadra che tutti vogliono vedere e nessuno incontrare.

Dopo centoquindici secondi dal calcio d’inizio, Ian Kirkpatrick, terza centro degli All Blacks, passa a BG Williams, trequarti ala destra. Chiuso, quasi sulla linea di touche, a metà campo, BG Williams calcia il pallone così in alto che sembra quasi inghiottito dal cielo, bianco come il latte.

Invece il pallone obbedisce ancora una volta alla forza di gravità, riappare e atterra sulla linea dei ventidue dei Barbarians. Gli All Blacks in feroce avanzamento, i Barbarians in affannoso ripiegamento. Il pallone – mai farlo rimbalzare – rimbalza una prima volta, ubriaco, inseguito da Phil Bennett, apertura dei Barbarians, gallese. Rimbalza una seconda volta, sbilenco, controllato da Bennett. Rimbalza una terza volta, claudicante, catturato da Bennett. La meta più bella della storia comincia precisamente qui.

Bennett corre, ma solo per un attimo, verso la propria linea di meta, probabilmente per prendere quell’attimo spazio-temporale e liberarsi del pallone con un calcio. Poi, ispirato, o forse impazzito, devia verso destra, evita Alistair Scown, terza ala, rientra diritto e si sottrae a Ian Hurst, trequarti centro, manda a vuoto PJ Whiting, seconda linea, dribbla Alex Wyllie, l’altra terza ala, e passa il pallone, a sinistra, un istante prima di essere placcato da Ron Urlich, tallonatore. Un balletto, una serpentina, un dribbling: cinque All Blacks infilati come paletti a pettine di uno slalom effettuato quasi sul posto. Qui Bennett passa l’ovale a JPR Williams, l’estremo dei Barbarians, gallese. Primo passaggio.

JPR Williams è subito placcato, quasi al collo, da BG Williams. JPR non perde la testa, né fisicamente né mentalmente, e trasmette il pallone a John Pullin, tallonatore, inglese. Secondo passaggio.

All’altezza dei loro ventidue, Barbarians schierati, All Blacks confusi. Gioco rovesciato, azione ribaltata. Pullin, preso al collo, passa a John Dawes, centro, gallese. Terzo passaggio.

Dawes sfugge a due All Blacks e scarica a Tom David, terza ala, gallese. Quarto passaggio. Davis s’incunea fra altri due All Blacks e, nonostante lo stritolamento, si allunga e consegna il pallone a Derek Quinnell, terza centro, gallese. Quinto passaggio. Quinnell artiglia l’ovale e lo destina alla sua sinistra, nelle mani di John Bevan, ala sinistra, gallese. Ma fra Quinnell e Bevan s’intromette Gareth Edwards, il mediano di mischia, gallese. Sesto e ultimo passaggio.

Ventisette metri alla linea di meta. Edwards vi si avventa, scongiurando il blocco di Joe Karam, estremo degli All Blacks, e correndo, filando, sprintando, volando, vi precipita, disinteressandosi del placcaggio di Gran Batty, ala, aggrappatogli addosso. Un tuffo. La meta. Quella meta. «That try».

Trenta secondi, novanta metri, sei passaggi, meta. Sostegno e velocità. La meta più bella nella storia del rugby. Da un’ispirazione o forse da una follia. Da un’intuizione o forse da un’incoscienza. Da una folgorazione o forse da un istinto. Un’improvvisazione infinita.

Gareth e i suoi fratelli – Phil, JPR, John, l’altro John, Tom e Derek – stavolta Barbarians, sempre gallesi.

Gareth Edwards avrebbe poi spiegato e raccontato mille volte: «La partita contro gli All Blacks è una di quelle che non dimenticherò mai, e nessuno di quelli che giocarono sarà mai autorizzato a dimenticarla. La gente ricorda i primi tre minuti dell’incontro per la meta, ma dimentica tutto il buon rugby giocato dopo. E molto per merito degli All Blacks».

Risultato finale: 23-11 per i Barbarians. «Per noi, dopo il successo nel tour dei Lions del 1971, quella era un’altra grande opportunità. C’erano state altre eccellenti occasioni per i Barbarians, eppure quel sabato viene ancora considerato come “il più grande giorno del club”. Fu davvero un giorno di fuoco. Ovunque vada, mi pregano: “E adesso, Gareth, raccontaci quella meta”. Se fossimo a un programma di quiz, e fermassero l’immagine quando Bennett raccolse il pallone nei nostri ventidue, e mi chiedessero “Adesso che cosa succede?”, risponderei “Phil viene spiaccicato”. Questa era una delle ragioni per cui urlai a Phil di liberarsi del pallone calciandolo in touche. Io avevo già il fiatone, e un attimo di sosta per la touche mi avrebbe ridato vita. Ma quando Phil fece esattamente il contrario di quello che io e la maggior parte dei compagni ci aspettavamo, l’azione si accese, anzi, s’incendiò. Ricordo i capelli al vento di JPR placcato al collo, ricordo il sostegno di Pullin, ricordo anche di aver tranquillamente imprecato, fra me e me: “Ma che diavolo vogliono fare adesso?” Mi riferivo ai miei compagni, indemoniati. Ma dalla folla si levava un tuono, come un fiume che straripava, come una valanga che si staccava dalla montagna. Fu come se giocatori, spettatori e stadio si fossero sollevati da terra. A quel punto mi misi a correre anch’io dietro al pallone. Mi ci volle un po’ per recuperare i metri perduti. Pensavo che uno dei nostri sarebbe stato placcato e che io dovevo trovarmi là, recuperare il pallone e aprirlo al largo. Quando Dawes passò a David, fui costretto a uno sprint. E quella fu la chiave, il segreto della meta. Perché nel momento in cui ricevetti il pallone, ero al massimo della velocità. Fu una specie di intercetto: sapevo che il pallone era diretto a Bevan. Per questo gridai a Quinnell, in gallese, di darmelo. Sento ancora addosso brividi e adrenalina. In quel momento non pensavo a niente di niente. Mi chiedevo solo se i miei tendini avrebbero potuto reggere lo sforzo. Fino al tuffo finale. Mi tuffai perché Bill Samuel, che mi aveva insegnato rugby a scuola, diceva sempre che è più difficile fermare chi si tuffa invece di chi corre. E sapevo che c’era qualcuno che mi stava arrivando contro, lo sentivo, ma non osavo guardarlo. Avevo paura di svegliarmi da un sogno».

Se il campo da rugby non fosse orizzontale, ma verticale, quella meta era nata dal sottosuolo. E la verità è che fu proprio così.

 

da “La meta più bella della storia. Il rugby, il Galles, Gareth e i suoi fratelli”, di Marco Pastonesi, Baldini + Castoldi, 2021, pagine 210, euro 16,00