Adelante con juicioRagioni e speranze del possibile e surreale sostegno di Salvini al governo Draghi

Ora che tutti sono diventati draghiani, dimenticandosi quell’avvocato pugliese di cui ormai sfugge il nome, c’è da stare all’erta perché non siamo ancora usciti dal disastro provocato dal virus e dai governi precedenti. C’è da valutare il sostegno della Lega, ma se la conversione europeista fosse genuina, cosa di cui c’è molto dubitare, si aprirebbero scenari positivi per il paese. Sarà in grado l’uomo del Papeete di non farsi superare dalla sciasciana linea della palma?

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Si va verso un governo dell’arco costituzionale con l’esclusione dell’estrema destra Meloni-Travaglio-Di Battista più qualche twittatore dei Protocolli dei Savi di Sion e, vedremo, che farà la sinistra di Leu. Mica male come mossa irresponsabile: ve li ricordate, vero, quelli, cioè tutti tranne Linkiesta, che tuonavano sull’esito disastroso della crisi, lodavano il modello italiano, ironizzavano sulla mossa del caciocavallo di Renzi, argomentavano sui responsabili responsabilissimi, prestavano senatori, si affidavano a Ciampolillo e minacciavano «Conte o voto» al grido di «sarà un Conte ter, amò»?

E, invece, sarà Mario Draghi a scrivere il Recovery Plan, perché Conte non ne è stato capace come ha spiegato Paolo Gentiloni proprio nel giorno della fiducia a Conte, in un’intervista a Repubblica passata inosservata.

Archiviato Conte e tutto l’armamentario propagandistico di Casalino, il garante dell’Italia al cospetto dell’Unione sarà Mario Draghi, l’interlocutore di un’Europa che con la prossima uscita di Angela Merkel non avrà altri leader autorevoli ed esperti quanto l’ex presidente della Bce, protagonista dei vertici europei e dei G20 da molti anni.

Siamo fuori dal guado? Ovviamente no. Il compito di Draghi sarà tutt’altro che facile e forse presentare il piano di recovery alle istituzioni europee sarà una passeggiata rispetto a tutto il resto, a cominciare dall’esecuzione dei progetti da realizzare e dalla storica incapacità italiana di utilizzare in pieno i denari senza perdersi nelle pastoie burocratiche, regolamentari e giudiziarie che da decenni fiaccano ogni tentativo di sviluppo del paese, per non parlare dello spreco dei fondi europei che spesso proprio per queste ragioni strutturali si perdono.

Draghi dovrà anche organizzare un piano di vaccinazioni degno di questo nome, possibilmente senza primule e senza comitati tecnico-scientifici, partendo dalla spettacolare impreparazione di Conte e di Speranza e delle loro task-force e con la partecipazione straordinaria di Arcuri. Se Leu restasse fuori dal governo, come è possibile, Draghi perderebbe il sostegno di una forza politica importante, ma il paese guadagnerebbe un formidabile saggista sui temi della sanità e una necessaria distanza di sicurezza tra Speranza e il ministero, una precauzione che sarebbe il caso di prendere anche rispetto a molti responsabili sanitari regionali.

Draghi dovrà valutare la conversione draghista di Salvini, fino a cinque minuti fa l’alfiere antieuropeo di tutte le baggianate possibili, comprese quelle criminali ed eversive, diffuse da Putin e Trump, da Assad e Orbán. Nessuno dotato di raziocinio può davvero credere alla svolta liberale di Matteo Salvini né, d’altro canto, all’improvvisa saggezza politica di Vito Crimi, ma certo non è il Partito democratico a poter imbronciare il muso avendo governato un anno con Vito Crimi con il programma di Salvini e sotto la guida di un modesto avvocato di cui a questo punto non si ricorda più il nome.

I Cinquestelle hanno provocato danni inestimabili alle istituzioni, all’economia e alla società italiana, ma ora anche loro sono al servizio di Draghi. What a time to be alive. Salvini si è tolto la felpa, ha cancellato Putin e Trump, ha cestinato Borghi e Bagnai e ha colto la grande occasione di fare politica che gli è stata offerta da Draghi (frequentare casa Verdini fa bene). Con tutto lo scetticismo del caso, meglio così che vederlo baciare rosari in bermuda. Meglio così che difendersi dai Cinquestelle al servizio di Casalino e di Travaglio. Avanti, quindi, ma con giudizio. Senza fidarsi.

Eppure la novità sarebbe clamorosa, se solo fosse reale: Salvini aveva trasformato la Lega da partito padano in partito nazionale e nazionalista, becero e razzista, conquistando anzi colonizzando il sud, esaltando la sua tragica arretratezza anziché cercare di sconfiggerla e travestendosi da sottoproletariato del Papeete per cavalcare il disagio degli emarginati.

Così non ha ottenuto nulla, voleva andare a Palazzo Chigi ma Renzi l’ha spedito al Palazzo dei Cigni di Retequattro. Chissà se adesso ha davvero compreso che quella era la strada sbagliata, che l’Italia deve crescere e non distribuire mance come quota cento, che deve guardare all’Europa e non ripudiarla, che non deve chiudere le frontiere a chi cerca lavoro e rifugio ma aprirle.

Una remota ipotesi di genuinità della conversione salviniana, cosa di cui tenderei a dubitare, sarebbe certamente una novità clamorosa, da sostenere e da appoggiare, perché l’unificazione delle condizioni economiche italiane non può che partire dal nord produttivo, piaccia o no oggi rappresentato dalla Lega, e dalla diffusione della cultura dello sviluppo anche sotto il Po.

Anziché inseguire Di Maio e Conte, tratteggiati profeticamente da Leonardo Sciascia nel suo apologo sulla linea della palma che va al nord, ovvero sulla deriva parassitaria della politica, sullo svilimento  delle istituzioni repubblicane e sul sacco delle risorse pubbliche per alimentare un sistema di consenso fondato sullo scambio, Salvini dovrebbe fare marcia indietro. Non sembra all’altezza del compito. Ma con Draghi, chissà.