Cancel musicPerché un musicologo degli anni 30 ha spaccato in due il mondo accademico americano

Un professore denuncia il razzismo insito nelle teorie di uno studioso morto prima della Seconda Guerra Mondiale. Una rivista specializzata controbatte nel merito. Ma l’università fa partire un’indagine contro il suo direttore, e i colleghi firmano lettere di protesta e si dissociano

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È un giornale accademico dedicato a un musicologo austriaco morto da decenni. Ha una circolazione che, quando va bene, arriva a toccare le 30 copie. Eppure, nonostante le dimensioni, il Journal of Schenkerian Studies è riuscito a innescare in America l’ennesima polemica incendiaria su razza, cultura, storia e università.

Tutto è cominciato quando il professor Philip Ewell, musicologo all’Hunter College, ha tenuto una conferenza alla Society for Music Theory a Columbus, in Ohio. Era il 2019 e l’insegnante, un ex musicista nero, rifletteva sul razzismo che «permeava tutta l’opera di Heinrich Schenker, il teorico morto in Austria nel 1935».

A suo avviso era un esempio di come il mondo della musicologia «fosse viziato». Schenker non si preoccupava di parlare di «popoli primitivi e inferiori» nei suoi scritti, mentre gli accademici che si sono dedicati alla sua figura, in una sorta di complicità da bianchi, avrebbero fatto di tutto per minimizzare questo aspetto. Che a suo avviso invece risulta centrale anche per capire le fondamenta della teoria.

Di fronte a queste parole, accompagnate da un’esortazione a de-bianchizzare la materia, tutti i presenti sono scoppiati in applausi e ovazioni, dicendosi d’accordo. Tutti tranne Timothy Jackson, professore di 62 anni alla University of North Texas e, soprattutto, direttore del Journal of Schekerian Studies.

Le accuse di Jackson lo hanno colto di sorpresa. Gli sono sembrate sono «inaccurate», tendenziose e in ultima analisi «false». Sono molti gli studiosi che, negli anni, hanno indagato gli aspetti più controversi (cioè razzisti) della figura di Schenker. Nessuna complicità. E poi sostenere un legame tra teoria musicologica e visioni razziste gli appariva complesso, se non discutibile.

Jackson, figlio di immigrati ebrei in America, con parenti rimasti uccisi nell’Olocausto, ha dedicato la sua vita accademica alla ricerca di opere e lavori scritti da musicisti ebrei catturati e uccisi dai nazisti. Poi è arrivato a Schenker, finendo a capo di una rivista accademica di tiratura limitata ma con un pubblico molto appassionato.

Di fronte alla provocazione di Ewell, ha deciso di replicare e ha preparato (con i tempi dell’università) un numero speciale, nel quale venivano affrontate e discusse le accuse presentate. Dei saggi raccolti, cinque si dicevano d’accordo con Ewell, altri 10 invece contestavano le sue posizioni.

Il punto centrale di tutta la risposta, come ricorda il New York Times, è che Schenker, nonostante alcune vedute non più accettabili, non corrispondeva affatto al modello del bianco privilegiato. Era ebreo e viveva nell’Austria che si preparava alla Seconda Guerra mondiale. I nazisti distrussero gran parte dei suoi lavori e sua moglie morì in un campo di concentramento.

Le sue ricerche – che ebbero molto successo in America – erano invece concentrate al disvelamento della struttura melodica originaria (la Ursatz) che nella sua concezione formava le basi di tutta la musica tonale occidentale. C’entra con l’idea di popoli superiori o primitivi?

Nella maggior parte dei casi, le dispute accademiche si fermano qui: a un’accusa e a una replica. Un palleggiare che spesso continua, sotto forma di articoli e congressi, e si riproduce in modo uguale e costante anche per decenni, senza che il resto del mondo se ne accorga.

Stavolta però la questione è diversa. C’entra la razza, nervo scoperto della contemporaneità americana. E in più Jackson, nella sua replica incendiaria, ha sostenuto che l’attacco rivolto alla figura di Schenker sia da ricondurre «al quadro più ampio degli attacchi dei neri contro gli ebrei che avvengono negli Stati Uniti». Si tratta di un caso di «antisemitismo dei neri».

Non solo: secondo Jackson, «Ewell attacca Schenker come pretesto per la sua tesi principale: che il liberalismo è una cospirazione razzista per togliere diritti alle persone di colore».

Facile immaginare le reazioni. Subito 900 professori firmano una lettera contro la rivista di studi schenkeriani, accusata di non rispettare la peer-review e di diffondere tesi razziste. Alcuni studenti ne chiedono la chiusura immediata e i vertici dell’University of North Texas, vista la situazione, iniziano un’indagine su Jackson e sui modi in cui lavora.

Il professore, a sua volta, risponde con una denuncia verso l’università, accusata di intromettersi in una disputa accademica. I colleghi però prendono le distanze e, non per metafora, cominciano a evitarlo. Perfino gli studenti che hanno lavorato al numero della rivista sulle tesi di Schenker fanno segno di voler retrocedere. Ma perché?

Dietro alla questione bollente del razzismo, inasprita dopo anni di amministrazione Trump, ci si interroga anche sui limiti della libertà di espressione, sulla necessità (o meno) della censura e su quanto sia rischioso (o meno) ripensare il canone degli studi sulla base della razza e del genere. È il dibattito culturale contemporaneo.

Difficile stabilire come andrà, Jackson ha ricevuto nel frattempo sostegno da un nutrito gruppo di professori europei, mentre Ewell, che ha cancellato un suo discorso che si sarebbe dovuto tenere proprio alla University of North Texas. Afferma di non avere nemmeno letto gli articoli che lo attaccano. «Non mi lascerò disumanizzare da queste cose», dice. «Sono solo degli studiosi infuriati perché il mio essere nero mette in discussione la loro bianchezza».

Ognuno resta sulle sue posizioni (come sempre avviene), il tema si ripresenterà. A dimostrazione che, fuori dai social, la polarizzazione è diventata uno dei tratti dominante nelle università

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