Gauche wokeLa guerra culturale americana sta spaccando la società francese

In un lungo articolo di Norimitsu Onishi, uno dei corrispondenti del New York Times a Parigi, si analizza l’impatto del dibattito nato negli Stati Uniti su razza, genere e post colonialismo in Francia. Ne viene fuori un mondo politico, universitario e mediatico diviso e incapace di comunicare, non molto lontano da quello statunitense

AP Photo/Thibault Camus

In questi ultimi anni l’opinione pubblica francese è preoccupata da una minaccia che potrebbe essere «esistenziale». Che alimenterebbe il secessionismo, intaccherebbe l’unità nazionale, aiuterebbe l’islamismo e attaccherebbe l’eredità intellettuale e culturale della Francia. Che tipo di minaccia? «Alcune teorie nell’ambito delle scienze sociali importate dagli Stati Uniti», secondo la definizione del presidente francese, Emmanuel Macron. 

In un articolo scritto da uno dei suoi corrispondenti a Parigi, Norimitsu Onishi, il New York Times nota che in Francia il dibattito americano e alcune idee di stampo progressista («progressive American ideas») presenti sui principali media, in particolare su razza, genere e post colonialismo, sono considerate come un pericolo per la società francese.

Per questo, scrive Onishi, e anche grazie alle ricorrenti dichiarazioni del presidente e del ministro dell’Istruzione francese, «prestigiosi intellettuali hanno fatto fronte comune contro quella che percepiscono come una contaminazione da parte di un incontrollato woke leftism dei campus americani e della loro cancel culture».

Woke, come spiega un lungo e documentato articolo pubblicato dal Tascabile, è entrato è entrato nel lemma dell’Oxford English Dictionary e vuol dire «essere vigile nei confronti delle ingiustizie sociali, specialmente del razzismo».

Questo atteggiamento, utilizzato anche per giudicare quanto accade in Francia, è considerato da una parte dell’opinione pubblica francese come aggressivo e pericoloso.

Contro di loro, scrive Onishi, c’è una «nuova guardia» più giovane che al contrario vede in queste teorie utili strumenti per comprendere quelli che il New York Times definisce come «punti ciechi» di una nazione sempre più eterogenea dal punto di vista etnico e che però si ritrae alla menzione della parola «razza», deve ancora fare i conti con il suo periodo coloniale, e definisce le preoccupazioni delle minoranze come «identity politics» di matrice, appunto, americana.

Questa spaccatura nell’opinione pubblica francese sta alimentando un dibattito che finora non esisteva nel paese, scrive il New York Times. «Controversie che in altri tempi avrebbero attirato poca attenzione sono ora esplose, riportate dai media mainstream e commentate sui social media. Il nuovo direttore dell’Opera di Parigi, che lunedì ha detto di voler diversificare l’organico e bandire la blackface, è stato attaccato dalla leader di estrema destra, Marine Le Pen, ma anche dal Monde perché, sebbene tedesco, aveva lavorato a Toronto e aveva “assorbito la cultura americana per dieci anni”».

Il feroce dibattito francese generato da alcune discipline accademiche dei campus americani «potrebbe sorprendere coloro che hanno assistito al graduale declino dell’influenza americana in molte parti del mondo». Ma, in un certo senso, quello a cui si sta assistendo in Francia, ragiona Onishi, è una sorta di «lotta per procura su alcune delle questioni più infiammabili che dividono la società francese, tra cui l’identità nazionale e la condivisione del potere. In una nazione in cui gli intellettuali dominano ancora, la posta in gioco è alta».

Le discussioni stanno avvenendo all’interno delle università, ma anche sulla stampa, e i politici prendono posizione sempre più spesso sugli stessi argomenti. Tutto questo, dopo un paio d’anni molto “caldi” dal punto di vista delle proteste di piazza.

Chi manifestava contro la violenza della polizia, in una serie di marce ispirate dall’omicidio di George Floyd, ha cominciato a mettere in dubbio la narrazione ufficiale che sminuisce la presenza di un razzismo sistemico, racconta il New York Times, che nota anche un aumento dei terreni di conflitto. 

Per esempio, il quotidiano americano riporta come siano aumentate le critiche al potere maschile e alle femministe più anziane da parte di una nuova generazione di femministe, ispirate al movimento #MeToo, e come l’ondata di azioni repressive che ha seguito alcuni attacchi terroristici islamisti abbia sollevato interrogativi sul modello di secolarismo seguito dallo Stato. 

Anche Macron è entrato in questo dibattito, accusando le università di incoraggiare «l’etnicizzazione della questione sociale» e di «rompere la Repubblica in due».

Una delle persone intervistate dal New York Times, Nathalie Heinich, sociologa della Sorbona che ha contribuito a creare un’organizzazione contro il «decolonialismo e la identity politics», ha spiegato che alcuni incidenti sono stati «traumatici» per la comunità di professori della Sorbona.

Heinich si riferisce al fatto che alcuni attivisti hanno impedito la rappresentazione di una commedia di Eschilo dove alcuni attori bianchi utilizzavano maschere e trucco scuro, e gli studenti hanno ottenuto l’annullamento di conferenze di illustri invitati dall’università che non intendevano ascoltare. Secondo Heinich questi sono esempi dell’irruzione della «cancel culture» nella società francese.

Per altri intervistati dal quotidiano americano invece, come François Cusset, esperto di civilizzazione americana all’università di Parigi Nanterre, queste richieste e la reazione dell’establishment riflettono bene la situazione di un paese dove c’è una generazione che sta prendendo coscienza di un mondo che cambia e un’altra, al potere, che invece non riesce a comprenderlo.

La Francia rivendica da tempo la diversità della sua identità nazionale, basata su una cultura comune, su diritti fondamentali e valori centrali come l’uguaglianza e la libertà, mentre rifiuta la diversità e il multiculturalismo. I francesi spesso vedono gli Stati Uniti come una società fratturata e in guerra con se stessa.

Ma lungi dall’essere americani, molti dei principali pensatori dietro alle teorie sul genere, la razza, il post-colonialismo o la teoria queer provenivano dalla Francia – così come dal resto dell’Europa, dal Sud America, dall’Africa e dall’India, spiega al Times Anne Garréta, una scrittrice francese che insegna letteratura in Francia e alla Duke.

Lo Stato francese non compila statistiche razziali, che sono illegali, descrivendo questa scelta come parte del suo impegno per l’universalismo, e come esempio della propria attenzione a trattare tutti i cittadini allo stesso modo secondo la legge. Per molti studiosi di razza, tuttavia, la riluttanza fa parte di una lunga storia di negazione del razzismo in Francia, del suo coinvolgimento nel commercio di schiavi e del passato coloniale del paese, mai davvero analizzato e condannato.

A queste tensioni si sono aggiunti gli attentati terroristici, che dal 2015 in poi hanno per esempio reso più complesso per i ricercatori occuparsi di argomenti come l’islamofobia. Il New York Times riporta la dichiarazione di Abdellali Hajjat, un esperto in questo campo, che sostiene come dal 2015 (anno degli attacchi a Charlie Hebdo, al Bataclan e ai ristoranti del centro di Parigi) i fondi pubblici per la sua materia sono diminuiti, e i ricercatori hanno cominciato ad essere accusati di fare apologia degli islamisti o addirittura dei terroristi.

Onishi nota che il ministro dell’istruzione, Jean-Michel Blanquer, ha anch’egli accusato le università di farsi influenzare dal dibattito americano, e di essere diventate complici dei terroristi fornendo una giustificazione intellettuale ai loro atti. Un gruppo di cento studiosi ha scritto una lettera aperta per sostenere il ministro e criticare le teorie «trasferite dai campus nordamericani» sulle colonne del Monde.

In fondo, conclude il giornalista americano, dietro gli attacchi ai campus statunitensi si celano le tensioni di  una società dove il potere (non solo politico, ma in senso lato) sembra essere diventato improvvisamente contendibile. E quindi, nelle parole del sociologo Éric Fassin, stiamo assistendo a un rovesciamento di prospettiva: fino a pochi anni fa gli studiosi che si occupavano di razzismo tendevano ad essere uomini bianchi come lui, ma l’emergere di giovani intellettuali – alcuni neri o musulmani – che si occupano delle stesse cose ha alimentato l’assalto a quello che lui definisce «l’uomo nero americano».

«Questo ha capovolto le cose. Gli oggetti di cui occupava la sociologia sono spesso diventati allo stesso tempo i soggetti che li studiano». Questo ha cambiato la prospettiva e creato un cortocircuito nelle classi intellettuali. 

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