Mentire, barare e istigareDa Trump a Biden, dall’insurrezione all’inaugurazione

L’assalto al Campidoglio è il risultato di due forze, le continue provocazioni dell’ex presidente e la crescita dell’estrema destra. Fino a poco tempo fa i gruppi estremisti però non erano collegati tra loro, e invece grazie al Tycoon si sono riuniti attorno al loro paladino e alla sua causa. L’anticipazione del nuovo quaderno di Civiltà cattolica

(AP Photo/Susan Walsh)

Pubblichiamo in anteprima un estratto dell’articolo “Gli Stati Uniti da Trump a Biden. Dall’insurrezione all’inaugurazione” di Drew Christiansen S.I. (Georgetown University), che comparirà domani sul nuovo quaderno della rivista La Civiltà Cattolica 

A scatenare la sommossa hanno contribuito principalmente due forze. In primo luogo, la campagna scatenata da Trump, da mesi, contro il processo elettorale e contro un’eventuale vittoria dei democratici, da lui descritta surrettiziamente come un «furto». In secondo luogo, la crescita dell’estrema destra e delle sue milizie armate.

Trump, che secondo il Washington Post, fino al 13 gennaio aveva rilasciato 30.529 bugie o dichiarazioni false, aveva preparato il terreno alle sue accuse di frode elettorale già alcuni mesi prima delle elezioni, annunciando che, semmai fosse risultato sconfitto, questo sarebbe accaduto in modo fraudolento. Un’affermazione infondata che lui e i suoi sostenitori hanno ribadito nelle settimane successive alla sua sconfitta.

La reiterazione di tali menzogne da parte dei sostenitori del presidente e dei media di destra ha indotto i suoi seguaci a credere che le elezioni fossero state truccate e, dando credito alle parole di Trump, che questi le avesse vinte con una «valanga di voti», come si usa dire in America per indicare una vittoria schiacciante.

La falsità di tali affermazioni è stata smascherata dai funzionari che hanno gestito le elezioni statali, fra i quali c’erano molti repubblicani – come Brad Raffensperger, segretario di Stato della Georgia –, che hanno convalidato il voto più volte. Sia il dipartimento di Giustizia sia quello della Sicurezza nazionale hanno affermato che le elezioni presidenziali del 2020 sono sta te le più sicure della storia degli Usa. Sessanta tribunali statali e federali hanno respinto i ricorsi legali alle elezioni; diversi di essi hanno ricusato le presunte prove presentate dai sostenitori dello sconfitto, giudicandole inconsistenti.

Il presidente Trump ha quindi iniziato a escogitare trucchi. L’episodio più famigerato, rivelato da una registrazione audio di un’ora, lo ha visto blandire e poi minacciare telefonicamente il segretario Raffensperger affinché producesse gli 11.790 voti di cui aveva bisogno per vincere. Inoltre Trump, aveva convocato alla Casa Bianca sei influenti rappresentanti repubblicani del Michigan, Stato che si era espresso in favore di Biden. Voleva che stravolgessero le regole esistenti in quello Stato, nominando «grandi elettori» che avrebbero dato il voto a lui, ribaltando i risultati. All’uscita dalla Casa Bianca, i deputati hanno annunciato che nulla di ciò che avevano ascoltato li avrebbe indotti a modificare il processo elettorale.

In Pennsylvania Trump ha compiuto diversi tentativi di alterare i risultati subornando i legislatori statali affinché annullassero il voto popolare e si rinviasse al Congresso la scelta del presidente, come era successo nel ballottaggio tra Hayes e Tilden alle elezioni presidenziali del 1876. Sebbene egli avesse trovato qualche sostegno, le autorità della Pennsylvania alla fine hanno sventato il suo complotto.

Allo stesso modo, dopo settimane di pressioni da parte della Casa Bianca, anche Doug Ducey, l’agguerrito governatore repubblicano dell’Arizona, ha resistito al presidente, inclusa l’occasione di una chiamata durante la sessione pubblica in cui, nell’esercizio delle sue funzioni, stava convalidando il voto. L’interruzione della certificazione formale del voto, che di solito è un esercizio pro forma, è stata l’ultimo espediente di Trump per impadronirsi del processo elettorale.

Il 19 dicembre egli ha twittato ai suoi seguaci: «Grande protesta a Washington il 6 gennaio». Ha aggiunto: «Non mancate, will be wild» («sarà pazzesco»). Così, a mezzogiorno del 6 gennaio, migliaia di sostenitori di Trump si sono riuniti nel parco dell’Ellipse, poco a ovest della Casa Bianca. Pronunciando minacce velate nei confronti del vicepresidente Pence e dei legislatori che hanno sostenuto i conteggi del voto popolare, Trump ha arringato la folla: «Andremo al Campidoglio e faremo il tifo per i nostri coraggiosi senatori, uomini e donne membri del Congresso, e probabilmente non saremo teneri con alcuni di loro…». «Io sarò là con voi». Era l’esordio di un tentativo di colpo di Stato. 

Da diversi anni funzionari della Sicurezza nazionale, dell’Fbi e delle agenzie di antiterrorismo ammonivano che la più grande minaccia alle libertà americane proveniva proprio da gruppi interni, bianchi, di estrema destra. Il loro numero ha toccato il picco nel 2012 con la rielezione di Barack Obama, e attualmente se ne conta- no più di 100, molti dei quali sono vere e proprie milizie armate. Li pervade un’innegabile componente di risentimento razziale. Nella primavera e nell’estate scorsa il movimento Black Lives Matter è entrato nel mirino della loro ira. A esacerbare la rabbia razzista di quei gruppi ha contribuito il fallito tentativo di invalidare la registrazione di intere categorie di elettori; simili risentimenti, in particolare, sono montati nello Stato della Georgia, un tempo repubblicano fino al midollo, che in un ballottaggio del 5 gennaio ha eletto il suo primo senatore nero, Raphael Warnock.

Fino a poco tempo fa i gruppi estremisti di destra non erano collegati tra loro, ma, grazie alle continue provocazioni di Trump nel tentativo di ribaltare le elezioni, si sono riuniti attorno al loro paladino e alla sua causa. Per fortuna i gruppi estremisti non erano ben organizzati. Per ora, almeno, il danno è stato limitato. Ma nei mesi a venire il rischio di disordini civili e di scontri aperti rimarrà alto.