Cucinare Stanca ma rende feliciCronache da una dittatura illuminata

Primo post, 15 ottobre. Oggi, cinque mesi dopo, a seguirla sono in oltre 48mila: ecco come Sofia sta riscrivendo l’approccio al cibo di noi incorreggibili incapacy

Una volta nella vita – ma anche più d’una – ci siamo sentiti e ci hanno dato degli incapaci, soprattutto in cucina. L’impegno non conta perché la tecnica non si improvvisa e le ricette sbagliate sono ovunque, soprattutto online. Parola di Sofia Fabiani, meglio conosciuta oggi come Cucinare Stanca, creatrice di una «dittatura illuminata» e simbolo di una «cucina maleducata», che dopo soli quattro mesi su Instagram ha raccolto 46,3 mila seguaci, anzi Incapacy come ama definirli lei. «Qualcuno dovrà pur dirvelo», spiega nella sua bio. Attenzione: questo non è un profilo per cucinieri sentimentali e amanti della torta mimosa.

Chi c’è dietro Cucinare Stanca

Sofia Fabiani è di Roma, si definisce «vecchia» e per questo «interessata alla tv», ma non a MasterChef. «Preferisco 4 ristoranti, dove la gente mangia piatti normali e poi torna a casa». Studi in Giurisprudenza e grande curiosità scolpita nel dna, dopo aver lavorato nella società di famiglia specializzata nello smaltimento di rifiuti e progettazione di discariche, ha inseguito il suo sogno: diventare pasticciera.

Siccome a casa sua le cose o si fanno perfette e o non si fanno, ha frequentato la CAST alimenti di Iginio Massari. Il suo primo lavoro lo ha fatto in una pasticceria francese in Brianza, poi da Pasticceria Bompiani di Walter Musco, per poi ritornare al punto di partenza, in Brianza. Tra 20 ore di lavoro al giorno e coazione alla preghiera da parte dei suoi colleghi evangelici, Sofia ha capito che cucinare stanca davvero. Quindi ha mollato tutto ed è tornata a casa. Ha studiato per prendere il diploma da perito chimico a 30 anni («Ho fatto l’esame con quelli del 2000: se i rifiuti dovranno smaltirli loro, siamo fregati») e ora ha anche superato l’esame di Stato, che le permetterà si utilizzare il timbro da perito con tutta l’ufficialità del mondo. Di tutto questo dice: «Non potevo temporeggiare: o diventavo il capo o niente».

Ma la gioia che la pasticceria le aveva dato in un momento difficile della sua vita lei non l’ha mai dimenticata. Da qualche parte doveva tornare, tutta quella roba lì. «Non volevo passare tutta la mia vita a lavorare perché altrimenti non riesco a pensare, a inventare cose nuove». Tornata a casa ha pensato a Cucinare Stanca: «Avevo perso tutti i miei libri nei traslochi, quindi guardavo le ricette su internet e trovavo tantissimi errori, oltre a toni inverosimili, che creano aspettative poco aderenti alla realtà. Da lì, l’idea: far capire alle persone la verità. Cioè che la cucina è fatica, che è un lavoro come un altro e che, per questo, dopo un po’ si perde la poesia». E per capirlo, secondo Sofia, non c’è niente di meglio di uno stage non retribuito di sei mesi. Se piace, bene. Altrimenti che rimanga un hobby casalingo.

«Incapacy, a me!»

Ma come si conquistano 46,3 mila follower, anzi Incapacy con la y che vale come un’emoticon, devoti a una dittatura illuminata di cucina maleducata, in cui volano improperi e soccombe chi va a caccia di complimenti? In un modo molto semplice: convincendo tutti ad abbassare le aspettative verso se stessi, per vivere meglio in generale, anche lontani dai fornelli.

Sofia risponde a tutti, ma proprio a tutti, anche quando le foto dei manicaretti fanno orrore. Oltre lo slang che ti catapulta in una puntata di Suburra e il nichilismo da cucina, batte un cuore. E forse è questa l’unica finzione messa in scena da Cucinare Stanca. Non nei piatti e nelle nozioni, che digerisce e rende comprensibili a noi poveri mortali. Oltre gli occhialoni e la vocina stridula di un filtro che tutti le invidiano ma non si sa quale sia, c’è un grande rispetto per gli sforzi di tutti gli Incapacy. Inutili, certo, ma pur sempre sforzi sono.

«Mi colpisce molto scoprire che i miei follower sono tutti dolcissimi, sanno che si prendono i miei insulti, ma sanno anche che ogni singola richiesta, ogni interrogativo trova una risposta. C’è sempre una polemica di base, ma c’è sempre anche una mano tesa. E continuano a seguirmi perché alla fine imparano sempre qualcosa». Ma attenzione a contraddirla in pubblico o a iniziare un dialogo con le parole “Guarda” o “Senti”: l’ira è funesta.

Per sembrare meno Incapacy in cucina Sofia suggerisce tre ricette infallibili. Il ragù: «Tutti lo collegano a una persona che sa gestire la casa, che fa famiglia, ricorda la nonna… insomma piace». I piatti della tradizione romana, «perché male che va impari una tecnica, la mantecazione – odio il termine risottare – della pasta. E se lo impari, sembra quasi che tu sappia cucinare». Infine, tutte le ricette di recupero come le polpette: «In un batter d’occhio ti rendono una persona capace di gestire una famiglia».

Da “incapace” a “incapacy”

Sofia non ha idoli. Segue 410 persone, quasi tutti amici, e non è affascinata dai Grandi Maestri. Pensa al lato pratico del lavoro. Per questo segue il suo primo insegnante, Iginio Massari, anche se non ne apprezza i modi degli ultimi tempi. Le interessa anche l’opera di Gino Fabbri, di cui ammira le marmellate di fiori. Volete sapere se qualcuno l’ha mai chiamata incapace? Be’ è successo, e a farlo è stato proprio Lui.

«Durante i miei anni alla CAST alimenti, durante un contest di cake design – che odio – Massari era il giudice. Vista la mia torta a tema origami, che doveva essere dedicata al compleanno di un bambino, mi dissi: “Sembra fatta più per un funerale che per un compleanno”». E ancora: «Achille Zoia mi disse: “Come farai a lavorare in un laboratorio! Non sai fare niente!”». Ma lei ride al ricordo, specificando che la pasticceria resta un mondo molto maschilista e dice: «Io mi prendevo tutto perché in cambio avevo tantissimo». Prendete appunti, dunque: anche su Instagram si può imparare qualcosa.

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