La vita davanti a noiQuattro scenari per prevedere quanto peggiorerà l’ambiente

Li delinea Gianfranco Pacchioni in “W la Co2” (Il Mulino), uno molto (troppo) ottimista, uno molto (forse non troppo) pessimista e due in mezzo, di cui uno più probabili che immagina un aumento delle temperature medio di 2,2 gradi. In tutti i casi, molto dovrà cambiare e poco sarà sufficiente

Di Christian Sterk, da Unsplash

Pare che il celebre fisico danese Niels Bohr (1885-1962) una volta abbia detto che «è difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro». La paternità della frase non è certa, ma attribuirla a Bohr ha più fascino. Fatto sta che quando si guarda al futuro, è bene essere prudenti.

Su come l’aumento di anidride carbonica nell’aria si rifletterà sulle temperature medie del pianeta esistono vari studi, che hanno preso in considerazione scenari diversi. Va poi detto che non c’è solo la CO2 tra i gas con effetto serra. Abbiamo visto che il metano (CH4) è da trenta a cento volte più efficiente. E poi c’è l’acqua, molto abbondante sul pianeta e presente nella sua atmosfera. Questa molecola domina l’effetto serra e vi contribuisce per il 68% del totale. La CO2 è responsabile per il 26%, mentre gli altri gas serra fanno il restante 6%.

Ma come abbiamo visto di CO2 continuiamo a emetterne quantitativi massicci che non fanno che aggiungersi agli altri gas serra già presenti.

Le attuali proiezioni prevedono per il 2100 un aumento di temperatura media che va da 1 °C (scenario migliore) a 4-5 °C (scenario peggiore).

Nella visione più ottimistica, chiamiamolo scenario «bello e impossibile», per limitare l’aumento di temperatura a 1,0 °C le emissioni di CO2 per attività umane dovranno essere ridotte del 45% entro il 2030 (come dire domani) e azzerate entro il 2050 (come dire dopodomani).

In realtà questo obiettivo è molto improbabile, in quanto se anche sostituissimo tutti i combustibili fossili con fonti rinnovabili e riuscissimo ad arginare i disboscamenti continueremmo comunque a generare CO2 per via di altri processi industriali: cemento, acciaio, materie plastiche, fertilizzanti ma anche farmaci e tessuti. Ebbene sì, quasi tutto quello che utilizziamo nella società moderna comporta un rilascio di CO2. Quindi in futuro potremo al massimo ridurre, ma non eliminare del tutto la produzione di CO2.

Inoltre, l’eccesso di CO2 accumulato dall’era preindustriale a oggi è destinato a rimanere in giro a lungo. Non ci aiuterà nemmeno il fatto, prospettato da alcuni, che una maggiore concentrazione di anidride carbonica possa risultare in un aumento dell’attività fotosintetica delle foreste: un gruppo australiano ha mostrato che un aumento della concentrazione di CO2 del 38% ha portato a una crescita dell’assorbimento di carbonio da parte delle piante di solo il 12%.

Circa un terzo dell’anidride carbonica che produciamo oggi sarà ancora in atmosfera tra 100 anni, un quinto dopo 1.000 anni e una parte più ridotta la troveremo ancora dopo 10.000 anni. Anche se si bloccasse il livello di emissioni a quello attuale, le temperature del pianeta non sono destinate a ridursi significativamente per migliaia di anni.

Appena più realistico è il secondo scenario, chiamiamolo «yes, we can», che prevede una progressiva riduzione di emissioni che porti il livello globale di CO2 nel 2100 a 538 ppm (dai 415 attuali), con un aumento medio delle temperature di 1,5-1,8 °C.

Per raggiungere questo obiettivo le emissioni cumulative di CO2 dovranno essere mantenute entro 2.800 miliardi di tonnellate; visto che dalla rivoluzione industriale a oggi ne abbiamo già prodotte 2.200 miliardi, ci resta un margine di soli 600 miliardi, meno di un quinto del totale.

Secondo un recente studio pubblicato su «Nature Climate Change», per contenere l’aumento di temperatura entro 1,5 °C bisognerà rimuovere 800 miliardi di tonnellate di CO2 da qui al 2100, come dire venti anni di emissioni, dato che produciamo circa 40 miliardi di tonnellate all’anno.

Più inquietante, ma allo stato attuale più probabile se non si intraprendono azioni decise, è lo scenario tre, che potremmo definire «mal comune mezzo gaudio», secondo cui la riduzione di emissioni ci sarà ma sarà lenta, tanto da arrivare a una concentrazione di CO2 di 670 ppm a fine secolo e un aumento di temperatura di 2,2 °C.

Infine, c’è lo scenario peggiore, quello tipo «non è un problema mio», secondo il quale se nessuna azione verrà intrapresa la concentrazione arriverà a 936 ppm con un aumento medio di temperatura di quasi 4 °C.

E questo senza parlare di altri problemi, come il già citato aumento dell’acidità degli oceani che varierà di pochissimo nello scenario più favorevole, mentre potrebbe cambiare in modo significativo nello scenario peggiore.

Si parla di una riduzione del pH di 0,3 unità, che è non affatto poco: tanto per dare un’idea, se il pH del sangue, normalmente 7,4, scende di 0,3 unità subentra l’acidosi, un problema fisiologico che può portare al coma.

E non è finita qui. Secondo un recente studio dell’Università del Colorado, livelli di CO2 intorno alle 900 ppm potrebbero risultare in concentrazioni sino a 1.400 ppm nei luoghi chiusi come le aule scolastiche.

A questi valori sembra che i punteggi su un test che misura la capacità di prendere decisioni siano inferiori del 25% rispetto a quelli attuali e che le risposte a un più complesso test su come fare scelte strategiche possano essere inferiori addirittura del 50%. Se confermato, questo studio sembra suggerire che non solo farà più caldo con tanta CO2 in giro, ma che saremo anche un po’ storditi.

da “W la Co2. Possiamo trasformare il piombo in oro?”, di Gianfranco Pacchioni, Il Mulino, 2021, pagine 208, euro 15