Non avere pauraIl Pd prova a conciliare riformismo liberale e socialdemocratico

Da Presidente del Consiglio, Enrico Letta eccedeva nella mediazione, dava risposte parziali ai problemi, decideva lentamente. Da segretario sta evitando di ripetere gli stessi errori per far uscire il suo partito dalla subalternità ai Cinquestelle

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Se è vero che il Paese ha il dovere dell’unità di fronte ad una tragedia, e dunque è bene che abbia trovato in Mario Draghi la risposta ad una priorità reale, non si può affermare la stessa cosa per quanto riguarda i partiti, che hanno invece – tutti – bisogno assoluto, prima di arrivare all’unità, di passare da una fase di confronto sulle rispettive diversità interne, oggi coperte da molte ipocrisie. L’unità senza verità sarebbe inutile. Confondere l’unità con l’unanimismo sarebbe letale. 

Ciò vale in particolare per il Pd, nel quale tutte le decisioni di Nicola Zingaretti sono state prese all’unanimità, per di più senza dibattito. Proprio questo è stato però il suo problema, alla fine decisivo per “vergognarsene”. Anche l’elezione bulgara di Enrico Letta nasconde insidie, e l’entusiasmo di lettiani fino a ieri improbabili, per una personalità che è sempre stato esigua minoranza nel partito, va verificato. 

Draghi e Letta, nonostante molte affinità e un medesimo tratto, non sono gemelli diversi e non basta, per diventarlo, essere figli della stessa esigenza contingente, dello stesso pericolo, e hanno dunque due compiti ben distinti, pur nel comune destino.

Se, per Draghi, dire la verità al Paese è un dovere, per il Pd l’operazione verità è tutto. 

Urge un chiarimento schietto e se necessario brusco, ma definito e magari definitivo, sulla convivenza tra riformismo liberale e riformismo neosocialdemocratico. Premesso che le correnti attuali rappresentano solo molto pallidamente questi orientamenti, la  conciliabilità/complementarietà tra le due linee è possibile, ma richiede uno sforzo formidabile, innanzitutto di reciproca legittimazione. Solo così il partito potrà uscire dal declino del mediocre 16% prodotto dalla subordinazione, psicologica prima che politica, alla comodità continuista del Conte 3.

Enrico Letta ha posto il problema quasi plasticamente, senza girarci intorno, nel momento stesso in cui ha scelto come vice segretari Irene Tinagli e Peppe Provenzano. 

Della triade identitaria indicata dal nuovo segretario, quella più importante ci sembra per questi motivi la “radicalità” nei comportamenti.

Il limite di Letta Presidente del Consiglio era stato proprio la non radicalità, la lentezza delle decisioni, l’eccesso di mediazione, l’individuazione giusta dei problemi ma la risposta parziale nelle soluzioni. Per attenuare il cuneo fiscale, non aveva messo 80 euro ma 15.

E allora, preliminare a tutto, è un dibattito vero, anche sanguinoso se necessario, su ciò che è sul serio il riformismo nell’Europa del recovery,  della sospensione del patto di stabilità e dell’accettazione del blocco dei licenziamenti (ma fino a quando? Qui si vedrà il coraggio), e nell’Italia – Draghi dixit – in cui bisogna salvare il lavoro ma non le imprese che non producono. Sfida non da poco per un partito che del riformismo ha talora un’idea vaga e lo confonde spesso con l’assistenzialismo.

Oppure, e qui siamo già a Draghi insediato, quando Goffredo Bettini, dominus dell’ultimo biennio al Nazareno, in una memorabile intervista al Corriere, sentenziava che «la forza del capitalismo globalizzato va civilizzata dalla politica». Non regolata, capite, ma “civilizzata”. Un modo sicuro per tener lontani gli investimenti dal nostro Paese: le multinazionali come i barbari alle porte. Riformismo è regole, è limiti, è conciliazione dinamica tra sviluppo e ambiente. Non è autoproclamazione di superiorità civile, è se mai dubbio construens sulle strutture istituzionali esistenti, sulle regole prevalenti.

E infine, sempre dal Bettini pensiero: «il riformismo è riformare il capitalismo».

Lo Stato deve fare lo Stato, cioè se mai autoriformarsi.  

Le imprese devono invece conformarsi alle regole, piacciano o non piacciano, ma non sono il nemico, l’imputato o il condannato preventivo.

Si apra su questo un dibattito, e vedremo volentieri come l’allieva di Mario Monti e quello di Emmanuele Macaluso individueranno un concreto punto di caduta. Se possibile, molto presto.

Ma la segreteria Letta non la vediamo impegnata prioritariamente nella demonizzazione del capitalismo (che non è peraltro un partito, ma solo un modo di organizzare la produzione), proprio mentre ha da collaborare a mettere a posto una Giustizia che Luca Palamara ha descritto come un sistema deviato e Alfonso Bonafede ha ridotto a fabbrica di manette spazzacorrotti. Oppure quando c’è da recuperare la neutralità proporzionale di un fisco che non chiami più pace fiscale i condoni.

E poi c’è tutto il resto, su cui Enrico Letta ha la grande occasione di esprimere la sua maturità politica, non più solo la freschezza dell’enfant prodige che fu.

A proposito di alleanze, c’è un grande tema da chiarire: i 5Stelle sono sinistra, sono centrosinistra?  Sulla questione, l’equivoco è grande e pende anche qui l’errore tattico, tutto zingarettiano, dell’elogio di Giuseppe Conte progressista, addirittura federatore di una immaginaria maggioranza a tre.

Sarà perchè usiamo parametri antichi, ma fatichiamo a vedere tracce di sinistra in un movimento che deve la sua fortuna, ora tramontata, proprio all’essere conforme a derive in cui i valori ideali e culturali sono da accantonare. Né troviamo tracce di sinistra nei comportamenti concreti, quelli che dovrebbero contare, vista non tanto e non solo l’acquiescenza un po’ invidiosa verso i decreti sicurezza di Salvini, quanto a capolavori al contrario come il decreto dignità e la riforma del mercato del lavoro di stampo Missouri.

Enrico Letta ha rimesso le cose a posto, parlando di alleanze, e dunque di diversità, non di federazioni, ma nel Lazio non si sentiva davvero il bisogno di una giunta giallorossa, né nelle grandi città al voto sarà utile una trattativa per calare dall’alto candidati spartiti a Roma, fatalmente sbagliati.

Anche questo del rapporto con i 5S è un tema decisivo, che esige comportamenti “radicali”.

Tenere in piedi un pugile suonato può servire per far durare il match, far spettacolo più a lungo, ma non è lungimirante dar fiato ad un avversario che potrebbe anche riportarti nell’area pericolosa del vaffa, dove è più forte.

E infine c’è il rapporto con Draghi. Qui le parole decisive le ha pronunciate Claudio Petruccioli: opportunità o complotto?

Draghi non è arrivato per via di un complotto, ma perché qualcuno ha detto che il re era nudo, ed era ora di finirla con il più fortunato premier della storia, quello che poteva far debiti senza nessuno a mettergli freni. Sarebbe stato altrettanto “popolare” avesse dovuto fare tagli e mettere tasse?

Draghi è un’opportunità, anche per il Pd.

——–

* Da questo articolo è stato tolto un passaggio su Emanuele Felice, ex responsabile economico del Pd zingarettiano, perché basato sull’interpretazione inesatta di una sua dichiarazione

 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter