No entryIl complicato rapporto tra Francia e Balcani occidentali

Macron ritenere prioritario riformare il funzionamento dell’Ue prima di integrare nuovi membri. Chiede di soppesare con cautela le richieste di adesione per evitare di ritrovarsi novelli Orbán, visto che nella regione molti governi sono guidati da forze illiberali

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Da quando Emmanuel Macron si è insediato all’Eliseo, la Francia si è proiettata come uno dei Paesi europei più ostili all’entrata dei Balcani Occidentali – Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Albania, Bosnia Erzegovina e Kosovo.

Macron ha chiarito in più occasioni di ritenere prioritaria la riforma dell’attuale funzionamento dell’Unione rispetto all’integrazione di nuovi membri. Una gerarchizzazione che non deriva tanto da un’ostilità preconcetta verso i partner della Penisola, quanto da riflessioni che poco hanno a vedere con il processo di allargamento.

Il presidente francese esige che il blocco riconosca la dura lezione imparata con Ungheria e Polonia, due Stati che, una volta entrati stabilmente nell’Unione, si sono presto impegnati in ribellioni e ricatti, approfittando dell’assenza di meccanismi istituzionali capaci di contrastare efficacemente le loro violazioni, né tanto meno di espellerli.

Per Macron, le prossime adesioni vanno quindi soppesate con estrema cautela, per evitare di ritrovarsi con novelli Orbán in seno, specie considerando che già ora la maggioranza dei Balcani occidentali è governata da personaggi e forze illiberali.

Una posizione comprensibile che però, lasciando sostanzialmente campo libero ai rivali dell’Unione europea (Cina, Russia, Turchia) e al suo sempre più riottoso alleato, gli Stati Uniti, in parte contraddice l’anelito alla futuribile “autonomia strategica” che Macron va propugnando.

La Francia, inoltre, è sempre stata una sostenitrice molto tiepida dell’estensione dei confini comunitari, vista come più funzionale alle esigenze strategiche della Germania, che storicamente tratta l’Europa centro-orientale e i Balcani come il proprio cortile di casa.

Natascha Wunsch ha definito la linea di Parigi sull’allargamento a metà tra l’indifferenza e l’esitazione.

Secondo l’esperta, tra i francesi è cresciuta una graduale disillusione verso la capacità dell’Unione di giocare un ruolo di primo piano nell’arena internazionale.

La Francia, nobile decaduta, su questa capacità aveva scommesso per tornare, sotto mentite spoglie, al tavolo delle grandi potenze. Non è accaduto.

Azzoppata da veti incrociati, interessi di bottega e priorità divergenti, l’Unione europea è rimasta un soggetto molto abulico in politica estera. E, constatazione ancora più amara in ottica francese, stabilmente germano-centrica.

Scrivendo nel 2017, Wunsch riconduceva la scarsa vocazione balcanica di Parigi a un’opinione pubblica apertamente ostile alla prospettiva di accogliere nuovi membri in un’Unione già ingolfata e litigiosa.

Quattro anni più tardi, i sondaggi suggeriscono che questa ostilità si sia ulteriormente esacerbata: secondo una rilevazione pubblicata lo scorso febbraio, il 59% dei francesi è contrario all’allargamento.

Tuttavia, gli addetti ai lavori hanno interpretato questo dato non come una posizione fondata e meditata, bensì come la conseguenza del generale distacco che la maggioranza dei francesi oggi prova nei confronti di Bruxelles, unita a una conoscenza molto superficiale della regione. Lo stesso sondaggio ha rilevato che molti intervistati si sono stupiti di scoprire che questi i Balcani occidentali non fossero già membri dell’Unione, quando gli è stato mostrato sulla cartina di quali Paesi si trattasse.

Fondata o meno, questa posizione è maggioritaria e la politica francese si è adeguata. La concretizzazione più clamorosa e contestata di questa opposizione è arrivata durante la riunione del Consiglio europeo del 17-18 ottobre 2019. Nell’occasione, la Francia si è fatta capofila dei Paesi balcano-scettici, imponendo il proprio veto all’apertura ufficiale dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord.

Un no pesante, che ha attirato su Macron gli strali di una folta schiera di alleati e ha scandalizzato i balcanologi, che hanno accusato il presidente transalpino di aver commesso un “errore storico” che avrebbe rischiato di “uccidere il sogno dell’allargamento”.

Nei mesi seguenti l’Eliseo ha caldeggiato una riforma del meccanismo di adesione, poi licenziata dalla Commissione europea il 5 febbraio dello scorso anno. Sono state introdotte dei meccanismi che dovrebbero rendere ancora più rigoroso l’esame dei progressi fatti dai sei candidati.

La finalità principale di questi maquillage resta comunque quella di procrastinare diluendo ulteriormente la pratica. Al momento non esiste la volontà politica necessaria per far instradare per davvero i Balcani occidentali sul binario che porta a Bruxelles.

A fronte di questo scenario, il 5 marzo scorso il Belgrade Center for Security Policy (BCSP), uno dei think tank più quotati della regione, ha organizzato una conferenza online per interrogarsi sul rapporto tra la Francia e i Balcani occidentali.

I relatori si sono concentrati soprattutto sulle dinamiche politiche interne all’Esagono. È stato realisticamente notato che, come tradiscono anche i sondaggi, l’interesse dei francesi per l’allargamento è così scarso che sostenerlo non arrecherebbe a Macron virtualmente nessun danno nella prossima campagna elettorale. Sostenerlo con convinzione sarebbe quindi una mossa politicamente economica per recuperare un minimo di credibilità nella regione.

Loïc Tregoures, uno dei massimi esperti europei della regione, ha notato che nell’opinione pubblica transalpina si può tranquillamente essere pro Ue ma contro l’allargamento. Esattamente come l’inquilino dell’Eliseo, molti europeisti francesi vorrebbero prima vedere un’Unione europea funzionante, efficiente ed incisiva e solo staccare nuovi biglietti di ingresso.

Zoran Nechev (Institute for Democracy “Societas Civilis”), un altro dei nomi più noti tra i balcanisti, ha sottolineato che lo stridente contrasto tra le dichiarazioni di facciata di Parigi sul proprio sostegno all’allargamento e la sua implicita tolleranza del veto della Bulgaria all’inizio dei colloqui con la Macedonia del Nord la presentano come una potenza interessata esclusivamente al mantenimento dello status quo.

iUn’immagine distante dalla forza proattiva e innovatrice che Macron propagandava prima della vittoria elettorale.

Alba Çela (Albanian Institute for International Studies) ha ricordato la differenza tra Francia e Paesi Bassi: mentre entrambe sono notoriamente contrarie all’entrata dell’Albania, i secondi si sono effettivamente prodigati per aiutare Tirana a risolvere il problema del crimine organizzato, la prima si è limitata a utilizzarlo per giustificare il proprio dissenso.

Jovana Marović (Politikon) ha ribadito che lo sgarbo fatto a Macedonia del Nord e Albania nel 2019 ha inviato un segnale a tutta la regione: attuare le riforme previste dal processo di allargamento non serve, l’integrazione della regione è de facto sospesa.

Vuk Vuksanović (BCSP), infine, ha concluso con un’osservazione molto acuta: poiché Parigi è più interessata a coltivare rapporti bilaterali che ad approcciare la regione come un unico soggetto, la Serbia sta trovando nella Francia il proprio nuovo “migliore amico”, dopo essersi alienata il sostegno della Germania, poco disposta a tollerare la politica estera multivettoriale perseguita da Belgrado e la deriva autocratica impressa dal presidente Aleksandar Vučić.

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