Sindrome dell’abbandonoI Balcani non si fidano più dell’Ue per l’approvvigionamento dei vaccini?

Montenegro, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Kosovo si sentono dimenticati dall’Europa per le poche dosi anti covid arrivate finora. E sono costretti a fare buon viso al cattivo gioco del presidente serbo Aleksandar Vučić che si è rilevato come il principale donatore nel sud-est europeo

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Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

L’Unione europea ha fatto un altro autogol nei Balcani occidentali trattando la regione, durante la pandemia, come se fosse una qualsiasi altra parte del mondo: dalla decisione di vietare le esportazioni del materiale medico – all’inizio dell’epidemia di Covid-19 – alla negazione di concedere una via preferenziale di accesso ai vaccini ai paesi candidati e ai potenziali candidati all’adesione. Sembra che i governi dei paesi membri dell’Unione non si rendano conto che la parte occidentale della penisola balcanica anche se fosse intestinum caecum sia comunque parte della pancia europea e non si può togliere come un’appendicite. 

I paesi balcanici che si sono fidati di più dell’UE (Montenegro, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Kosovo), per quanto riguarda l’approvvigionamento dei vaccini contro il Covid-19, si sono trovati nella posizione peggiore nella regione: costretti a fare buon viso al cattivo gioco del presidente serbo Aleksandar Vučić che si è rilevato come il principale donatore dei vaccini nel sud-est europeo. 

L’esempio lampante è quello di Skopje. Il governo del primo ministro Zoran Zaev ha ignorato la proposta del governo russo, ricevuta a dicembre, di importare il vaccino Sputnik V perché temeva che un accordo del genere potesse mettere in cattiva luce Skopje nelle capitali europee. 

In Montenegro il precedente governo del partito del presidente Milo Đukanović non ha fatto nulla per provvedere ai vaccini dopo aver perso le elezioni in agosto dell’anno scorso ed essere rimasto in carica a lungo ad interim. In Bosnia Erzegovina, la parte bosgnacco-croata del paese (Federacija BH) si è affidata completamente al programma Covax e all’UE, mentre la parte serba (Republika Srpska) si è affidata ad aiuti da Belgrado e da Mosca. Il Kosovo era focalizzato sulle elezioni parlamentari e il governo tecnico non ha preso iniziative che uscissero dal perimetro dell’ordinaria amministrazione. 

L’unico paese a muoversi nella regione, oltre la Serbia, è stata l’Albania. Per il premier Edi Rama la vaccinazione è una delle questioni cruciali nella campagna per le elezioni parlamentari in programma il 25 aprile. Tirana ha firmato un contratto con la Pfizer ma è stata messa in lista d’attesa. Allo stesso tempo, Rama è riuscito ad assicurarsi qualche migliaio di vaccini da un donatore misterioso. Il primo ministro albanese ha accennato a un paese europeo che non vuole farsi pubblicità. 

Il presidente serbo Vučić ha continuato nella politica estera serba fondata sui quattro pilastri (UE, USA, Russia e Cina) già disegnata a suo tempo dall’ex presidente serbo Boris Tadić e dal suo capo della diplomazia Vuk Jeremić. A dire il vero, si tratta di una modificazione e modernizzazione della politica di non allineamento di Josip Broz Tito che storicamente piace molto ai leader politici serbi. 

La strategia basata sui quattro pilastri si è dimostrata una carta vincente durante la pandemia e specialmente all’inizio della vaccinazione di massa. La Serbia è tra i paesi con i migliori risultati dell’immunizzazione della popolazione, non solo in Europa ma nel mondo. Nell’ex repubblica jugoslava è possibile scegliere un vaccino tra  Pfizer, Sputnik V, Sinopharm e AstraZeneca. 

I primi vaccini in Montenegro, Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina sono arrivati, come donazione, proprio dalla Serbia. Molto simbolica la scelta del governo serbo di mandare i vaccini della Pfizer a Skopje, dello Sputnik V a Podgorica e Banja Luka, e dell’AstraZeneka a Sarajevo. 

Srđan Majstorović, ex membro del team del governo serbo che negozia l’adesione della Serbia all’UE, afferma a OBC Transeuropa che l’UE avrà un’altra chance per correggere i suoi errori nei Balcani occidentali e che non dovrà mancare quella opportunità: «L’UE, quando avrà un numero importante di vaccini a disposizione, dovrà includere i paesi balcanici nei suoi programmi di vaccinazione o almeno assicurare un canale privilegiato per le forniture ai paesi candidati per l’adesione. Se non dovessero agire in questa direzione, i Ventisette manderebbero un messaggio sbagliato, non solo alle capitali della regione, ma anche ai paesi terzi interessati, incoraggiandoli a radicarsi ancora di più nella regione. Sarebbe una specie di ammissione che l’Europa non ragiona in maniera strategica per quanto riguarda la regione balcanica». 

Il primo ministro albanese Edi Rama ha colto nel segno la situazione attuale durante la conferenza stampa a seguito della riunione del Consiglio di associazione UE-Albania, questa settimana a Bruxelles: «Apprezziamo molto gli sforzi compiuti dalla Commissione Europea che è al nostro fianco in questo momento molto difficile per l’Albania e per gli altri stati della regione esclusi nella distribuzione dei vaccini. È stato un momento scioccante per la nostra gente, sappiamo tutti come sono andate le cose. Nell’UE dovrebbero capire che noi non viviamo dall’altra parte dei confini dell’UE, ma dentro l’Unione, noi siamo circondati dai membri dell’UE». 

Ernest Bunguri, giornalista albanese che segue da 25 anni il cammino dell’Albania e dei Balcani occidentali verso l’Unione, parlando a OBC Transeuropa sottolinea il fatto che i paesi della regione hanno ricevuto solo delle briciole dall’UE per fronteggiare la crisi. “È inaccettabile che tutti e sei paesi balcanici ottengano solo 3,3 miliardi di euro, mentre la Croazia avrà da sola più di cinque miliardi. Un’altra crisi gestita come questa dall’UE e quel poco che è rimasto del sogno europeo svanirà anche in Albania”, dice Bunguri. 

La portavoce della missione della Macedonia del Nord a Bruxelles Svetlana Jovanovska conferma a OBC Transeuropa che Skopje si è appoggiata in buona fede all’UE e al programma Covax: «Essendo il paese che si prepara per aprire i negoziati di adesione con l’UE, la Macedonia del Nord riteneva che fosse doveroso allinearsi alla strategia dell’UE». Nel frattempo, il premier Zaev dopo aver ricevuto la donazione dei vaccini dalla Serbia, ha raggiunto un accordo con Pechino per l’acquisto di 200 mila dosi del vaccino Sinopharm. 

Elvir Bucalo, uno dei migliori conoscitori dei rapporti tra la Bosnia Erzegovina e l’UE, osserva che la pandemia ha svelato tutti i punti deboli del paese e delle sue relazioni con l’Unione. «L’epidemia del Covid-19 ha dimostrato un’inadeguatezza disarmante della leadership politica, incapace di rispondere alla sfida della pandemia e un disinteresse preoccupante dell’UE per la Bosnia. D’altronde cosa potevamo aspettarci dall’UE dopo l’esperienza desolante con la questione dei migranti incastrati nella regione di Bihać, al confine con la Croazia? Il quadro è molto cupo: abbiamo una percentuale molto alta di morti da Covid-19, il che vuol dire che il nostro sistema sanitario non funziona, mentre le stazioni sciistiche Bjelašnica e Jahorina lavorano a pieno ritmo, come se non ci fosse la pandemia», conclude Bucalo. 

Una delle prime lezioni che imparano gli studenti di economia è che non esiste il pranzo gratis. L’altra faccia della medaglia del successo del governo serbo nella campagna di vaccinazione è l’oscurità che avvolge gli accordi con la Cina e la Russia per le forniture dei vaccini. Sarebbe ingenuo pretendere che il presidente Vučić svelasse pubblicamente il prezzo pagato per i vaccini russi e cinesi, ma almeno i membri del comitato parlamentare di competenza dovrebbero esserne informati. In assenza totale di trasparenza sorgono domande e dubbi, si crea lo spazio per la corruzione e la diffusione delle teorie del complotto che trovano sempre terreno fertile nei Balcani.

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