Nuove qualità Così possiamo cambiare il sistema di reclutamento e formare bravi professori

Per essere un buon insegnante non è sufficiente possedere le competenze disciplinari. Servono anche capacità didattica e abilità di relazione con alunni e colleghi, capacità che oggi (quando va bene) vengono acquisite sul campo, in un quadro che lascia al caso e alla buona volontà gran parte della preparazione dei docenti

Immagine di Element 5 Digital, da Unsplash

Quali sono le competenze professionali adi un insegnante? Parlo di professione, non di “vocazione”. Non perché le motivazioni esistenziali non siano importanti, ma perché una vocazione senza professionalità rischia di provocare generosamente danni irreversibili.

Esistono molte versioni che contengono lunghi elenchi variabili di competenze del “Sillabo delle competenze-chiave” di un docente-tipo. Me ne bastano qui, sinteticamente, cinque: il sapere disciplinare, le capacità didattiche, le abilità di relazione con gli alunni, l’attitudine a fare comunità professionale-educante con i colleghi, la conoscenza e le relazioni con il contesto territoriale.

Chiunque si presenti su una cattedra davanti a dei ragazzi, le deve possedere.

Ma chi le fornisce agli insegnanti e chi ne verifica il possesso? Le competenze disciplinari dovrebbero essere di… competenza dell’Università. Supponiamo, per ora, che le Università forniscano la conoscenza delle discipline che il laureando andrà ad insegnare, compresa quella della Lingua italiana, orale e scritta.

E le altre quattro? Qui è nebbia fitta. Il meccanismo attuale di formazione/assunzione è noto: ti laurei, cerchi un posto da precario, frequenti corsi e accumuli crediti presso Scienze della formazione, partecipi a concorsi, se e quando vengono indetti.

Poi ti infili nel labirinto infinito delle graduatorie, alla cui costruzione si dedicano incessantemente l’Amministrazione ministeriale e i sindacati, a giustificazione fondamentale della propria esistenza. E aspetti per anni. I precari hanno un’età media di 42 anni, i docenti di ruolo 51 anni, le donne sono il 67%.

E la carriera professionale? Zero! Scatti di anzianità e stop. In ogni caso, nessuna verifica del possesso delle altre quattro competenze-chiave. Queste altre si possono formare solo sul campo. Se i docenti le hanno, se le sono conquistate così, sulle spalle proprie e dei ragazzi.

Solo che uno dovrebbe possederle prima di cominciare. Come spezzare questo circolo vizioso? Come evitare di assumere insegnanti incapaci, culturalmente fragili e professionalmente impreparati? È evidente che occorre modificare radicalmente il meccanismo di formazione/assunzione del corpo docente, al quale è affidata l’infrastruttura decisiva dell’economia della conoscenza e la formazione della cittadinanza dei nostri ragazzi.

Un altro meccanismo di selezione e assunzione più semplice, più rapido, più efficiente è urgente ed è possibile.

Proviamo ad accompagnare un aspirante docente di Matematica, secondo il modello di formazione/assunzione, che qui si propone.

Nei primi tre anni il futuro docente deve solo studiare Matematica. Se viene afferrato da raptus vocazionale per l’insegnamento, a quel punto il suo percorso si biforca. Per altri due anni, deve continuare il suo percorso disciplinare.

Ma deve anche e contemporaneamente infilarsi in un percorso pedagogico-didattico, teorico e pratico. Teorico: l’iscrizione ad un’area pedagogico-didattica a numero programmato – sì, perché il Ministero è facilmente in grado di prevedere il bisogno di docenti di Matematica per i prossimi 10 anni – in cui l’aspirante apprenda i rudimenti delle scienze della formazione, dalla psicologia dell’età evolutiva alle tecniche della didattica, all’epistemologia e all’ontologia della didattica. In quest’area può essere benissimo comune a parecchi laureandi di varie discipline, uniti dalla comune aspirazione all’insegnamento.

Pratico: per i due anni successivi al triennio l’aspirante-docente deve fare tirocinio per 4 semestri in quattro scuole diverse. Il “tirocinium”, ricordo agli immemori, era il periodo in cui il “tiro”, la recluta, veniva duramente addestrata per diventare legionario romano a tutti gli effetti.

I due anni di tirocinio consentono al futuro docente di acquisire e di verificare e sperimentare le altre quattro competenze previste dal Sillabo, sotto la guida di un docente-mentor. Il docente-mentor è il docente “esperto” o “senior” – previsto dallo stato giuridico dei docenti, proposto da Letizia Moratti nel 2003 – e rinominato “mentor” dalle Linee-Guida del 2014 di Renzi.

Alla fine dei cinque anni, se il giudizio dell’Università e quello delle scuole convergono positivamente, all’aspirante docente viene conferita la laurea magistrale. Cioè: è riconosciuto in possesso delle cinque competenze-chiave, previste dal Sillabo. Non ha più bisogno di nessun concorso-monstre, di nessuna abilitazione, di nessun passaggio in ruolo.

Qualsiasi scuola lo può assumere, incominciando da due anni di praticantato retribuito. Alla fine dei quali, se il giudizio del Comitato di valutazione della scuola è positivo, diventa un insegnante ordinario.

Di qui in avanti può svilupparsi, a partire dai 24/25 anni, la sua carriera, secondo una molteplicità di funzioni, di figure professionali e di ore di lavoro, ciascuna retribuita in modo diverso: disciplinarista ordinario; disciplinarista CLIL – quello che insegna in lingua straniera; cattedra mista con altro; tutor di studenti; mentor di docenti tirocinanti e praticanti; figura di staff, nelle sue varie articolazioni: referente di rete o di progetto; coordinatore di classe; direttore di dipartimento; vice-preside…

Di tale carriera fanno parte essenziale i periodi di obbligatorio aggiornamento disciplinare e culturale generale, tipici di ogni professione. È facile prevedere che docenti professionalmente preparati godono di maggior prestigio sociale e, di conseguenza, di stipendi più alti.

La qualità del corpo docente produce la qualità del sistema di istruzione/educazione. La qualità del sistema di istruzione/educazione produce la qualità della società civile. La qualità della società civile produce la qualità dello spirito pubblico. La qualità dello spirito pubblico produce la qualità della rappresentanza politica. La qualità della rappresentanza politica produce la qualità del governo. A questa catena logica non si sfugge.

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