La grande novità in IsraeleIl partito arabo potrebbe entrare in maggioranza con Netanyahu

Non ha vinto nessuno, il primo ministro uscente ha bisogno di rinfoltire la maggioranza con diverse alleanze, ma dovrebbe tenere insieme la nuova forza di Mansour Abbas e la destra estrema di Naftali Bennet. L’unica certezza è che l’elettorato è diventato più conservatore e oltranzista

Lapresse

Benjamin Netanyhau vince le elezioni, ma forse le perde anche, con una novità clamorosa: l’ago della bilancia per formare un nuovo governo può essere il partito arabo che Bibi ha agganciato al suo carro negli ultimi mesi con una sua classifica manovra spericolata.

Ra’am, il partito arabo di Mansour Abbas, che rappresenta gli arabi e i beduini del Sud di Israele, inclusi gli islamisti, ha infatti conquistato ben 5 seggi che possono essere cruciali (a dispetto degli exit polls che lo davano sotto la soglia di sbarramento facendo sbagliare tutti i commenti dei giornali di mercoledì). Mansour Abbas dimostra così che è stata vincente la sua scelta di lasciare l’Aventino permanente nel quale dal 1948 ad oggi si sono rifugiati i partiti arabi che rappresentano il 21% della popolazione di Israele.

Questo, dopo che Netanyhau si è accordato con lui e che ha fatto per la prima volta una intensa campagna elettorale tra gli arabi presentandosi col nome di Abu Yair, puntando sui problemi che affliggono questa minoranza: criminalità, urbanistica e politica della casa. Scegliendo la strada della politica e abbandonando quella della testimonianza intransigente, Mansour Abbas ha rotto con la Joint List dei partiti arabi tradizionali che sono passati da 15 a 6-7 seggi.

Ora, questo nuovo e interessante leader arabo (figlio anche lui della logica dell’Accordo di Abramo) si dichiara disponibile a trattare un suo ingresso nella maggioranza.

Trattativa complessa, perché l’alleanza di cui è a capo il Likud di Netanyhau ha 52 seggi, ma comprende anche il nuovo Religious Zionism dei seguaci di ultra destra del rabbino Khane, omofobo, anti arabo e xenofobo, che è la seconda novità di queste elezioni, perché alla sua prima prova elettorale conquista 6-7 seggi.

Dunque, non basta ora un alleanza di governo tra Netanyhau e l’arabo Mansour Abbas ma, per superare la soglia dei 61 seggi su 120 è indispensabile un accordo a tre anche con Yamina di Neftali Bennet (6-7 seggi) che rappresenta il mondo dei coloni più oltranzisti. Trattativa complessa, con termini tutti nuovi per la scena israeliana: c’è Netanyhau al centro, unico player possibile, che supera il peso negativo dei suoi tanti processi e la demonizzazione di un voto tutto pro o contro lui, e che ora è alle prese con un compito complesso di conciliazione degli opposti.

L’unica cosa chiara, chiarissima, è che l’elettorato israeliano (ma ha votato solo il 60%) si è spostato ancora di più a destra e che la sinistra – che pure ha dominato Israele per decenni sino al nuovo secolo – raddoppia quasi i seggi (da 7 a 13, su 120) ma si conferma ridotta al lumicino con poco più del 10% dei parlamentari.

Nel complesso si conferma quello che si era intuito nella campagna elettorale: in un voto tutto drammaticamente polarizzato sulla persona di Netanyhau, i suoi avversari, che denunciano in lui addirittura un pericolo per la democrazia, non sono riusciti a presentare un leader nazionale, si sono frammentati in varie liste e su vari leader non di peso che hanno per di più ottenuto un risultato scarso: 55 seggi su 120 (inclusi i 6-7 della Joint list dei tre partiti arabi).

Benny Ganz, che aveva assunto il ruolo nazionale di anti Netanyhau nelle elezioni precedenti e che poi ha sbagliato tutto col suo Bianco e Azzurro, precipita da 12 a 7 seggi. L’unico leader di peso in questa tornata, ma isolato, è il progressista Yair Lapid che conquista solo 17 seggi e ne perde due dall’ultimo voto. Fallisce di fatto il tentativo di spaccare il Likud operato da Gideon Sa’ar, ex fedelissimo di Netanyhau, che conquista solo 6 seggi ed è comunque obbligato a sostenere Bibi.

Ora, la golden share per la formazione di una maggioranza è nelle mani di Mansour Abbas e di Naftali Bennet, due leader espressione di mondi e programmi apparentemente contrapposti, ma che forse – forse – il levantino Netanyhau saprà ricomporre. Pochi dubbi che ora il presidente della Repubblica Reuven Rivlin dia il mandato di formare il governo a Netanyhau, ma sicuramente saranno complesse e bizantine le trattative che il primo ministro uscente dovrà intessere con l’eterogeneo mosaico dei partiti suoi potenziali alleati. Tanto complesse che alcuni – non tutti – gli analisti pronosticano un quinto voto in due anni da qui a pochi mesi.

Una situazione di incertezza cronica che evidenzia un dato estremamente indicativo delle caratteristiche della società israeliana e della sua cultura politica. Nonostante la situazione di guerra permanente con i Paesi arabi (oggi finalmente pacificata con l’Accordo di Abramo), una società nella quale tutti i cittadini, maschi e femmine, devono fare uno-due anni di servizio militare e sono poi richiamati sotto le armi in continuazione, preferisce l’instabilità politica prodotta da un sistema elettorale proporzionale (con una bassa soglia di sbarramento al 3,25%), che garantisce però la rappresentanza di tutte le sue molteplici e articolate componenti – inclusi i cittadini arabi – alla stabilità che sarebbe prodotta da un sistema elettorale maggioritario.

Una apparente apparente debolezza che però esprime anche la natura di una nazione che è forte, coesa e che si impone come l’unica vera democrazia del Medio Oriente.

Un’ultima notazione: assolutamente nullo è stato il dibattito elettorale attorno alla questione palestinese. Un sintomo interessante.

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