Gli altri NavalnyI dissidenti che sfidano i governi autoritari in nome dei diritti umani

Il principale oppositore di Putin è al centro dell’attenzione internazionale, ma non è l’unico disposto a tutto pur di schierarsi contro il regime del suo Paese. Iham Tohti, Ahmed Mansoor, Sônia Guajajara e Robert Kyagulanyi stanno conducendo battaglie simili in Cina, negli Emirati Arabi Uniti, in Brasile e in Uganda

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Aleksej Navalny è per vari motivi al centro dell’attenzione internazionale. Ma, come ricorda Human Rights Watch, ci sono anche altri Navalny.

Da una parte, le sanzioni che l’Unione europea intende imporre contro il governo di Mosca e che Joe Biden vuole ora coordinare con Bruxelles a proposito dell’oppositore russo – prima avvelenato e poi spedito in carcere – si inseriscono in un quadro in cui Putin sta cercando di usare lo Sputnik V come arma di potente soft power in un momento di grande ricerca di vaccini. Dall’altra, il modo in cui Amnesty International ha prima concesso e poi ritirato lo status di «prigioniero di coscienza» a Navalny per aver fatto «discorsi di odio» ha suscitato polemiche.

In effetti, nel suo mandato Amnesty International distingue tra i prigionieri di coscienza, che possono essere stati arrestati per razza, religione, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e credo politico, senza aver usato o invocato l’uso della violenza; e i prigionieri politici, che possono aver usato o invocato l’uso della violenza.

Dei primi si chiede la liberazione, dei secondi solo processi equi e tempestivi per il fatto che l’accusa di violenza può essere stata mossa in modo pretestuoso. Navalny è stato paragonato a Nelson Mandela: in effetti Mandela non fui mai adottato come prigioniero di coscienza, per essere leader di una organizzazione che propugnava la lotta armata. Il punto però è che in questo caso lo status era stato concesso ed è stato ritirato in base a un “bombardamento” di proteste che sono sembrate orchestrate dai Servizi di Putin.

Ma ovviamente non c’è solo Navalny: dal Venezuela di Maduro – dove sono stati appena denunciati l’uso della tortura, la detenzione preventiva come castigo e il sequestro di dirigenti oppositori – al Myanmar dove imperversano i golpisti, dall’Egitto di Zaki e Regeni all’Arabia Saudita – con gli ultimi sviluppi del caso Khashoggi – il mondo è purtroppo pieno di situazioni gravi sul fronte dei diritti umani. E vari rapporti segnalano che nell’ultimo anno la situazione è pure peggiorata.

Andrew Stroehlein, European media director di Human Rights Watch, tiene però a cogliere l’occasione del caso Navalny per segnalare alcuni casi simili ad alto valore simbolico. «Navalny ha mostrato un tipo di determinazione e coraggio raro, ma non unico», ha spiegato. «Se guardiamo in giro per il mondo, vediamo anche in altri contesti persone coraggiose che si prendono rischi simili. Anche questi dissidenti meno conosciuti a livello globale meritano la nostra attenzione».

Il primo esempio proposto è quello di Iham Tohti: un economista di etnia uigura che nel 2014 in Cina è stato condannato all’ergastolo. In effetti era un riformista. Proponeva alcune ricette pratiche per affrontare il problema della discriminazione economica di cui è vittima la sua etnia, sosteneva la necessità di un sistema giudiziario indipendente per tutelarla dagli abusi di Stato, sollecitava più in generale un dibattito pacifico tra studenti, intellettuali e cittadini. La sua condanna, con accuse di separatismo che secondo Human Rights Watch sono «false» e «a seguito di un processo ingiusto fino all’assurdo», è stata paragonata dalla stessa Human Rights Watch al canarino che nelle miniere di carbone serviva a controllare la respirabilità dell’aria.

Dopo la sua persecuzione, infatti, il governo di Pechino si è scatenato, mandando un milione di uiguri e altri musulmani turcofoni in campi di rieducazione ed espandendo all’eccesso i suoi sistemi automatizzati di sorveglianza di massa. Senza però riuscire a far dimenticare Tohti, dal momento che nel 2019 il Parlamento Europeo gli ha conferito il Premio Sakharov.

Il secondo esempio proposto è quello di Ahmed Mansoor, un attivista per i diritti umani che negli Emirati Arabi Uniti è stato condannato a 10 anni con accuse interamente legate a sue dichiarazioni sui diritti umani fondamentali.

Le stesse autorità emiratine si sono rese conto di quanto la cosa fosse imbarazzante, dal momento che sia il processo e che l’appello si sono svolti a porte chiuse. Human Rights Watch ha citato il “1984” di George Orwell: «La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Se questo è concesso, tutto il resto segue». Secondo Khalid Ibrahim, direttore esecutivo del Gulf Center for Human Rights, «Ahmed Mansoor sapeva di rischiare la prigione quando si è dedicato a protestare contro le violazioni dei diritti umani nel suo paese e nella regione, eppure lo ha fatto con coraggio e dedizione. Questo è il motivo per cui le autorità degli Emirati Arabi Uniti lo hanno punito così duramente».

Il terzo caso è quello della brasiliana Sônia Guajajara, che a differenza d Navalny, Tohti e Mansoor non sta in carcere. Andrew Stroehlein ammette che potrebbe sembrare incongruo «paragonare un dissidente in Russia, Cina o Emirati Arabi Uniti a un dissidente di un Paese più democratico come il Brasile».

Spiega però che lì «l’attivismo ambientalista, anche sulle questioni dei diritti delle terre indigene, è incredibilmente pericoloso». La Commissione Pastorale sulla Terra ha denunciato in Brasile oltre 300 omicidi in 10 anni a seguito di conflitti sull’uso della terra e delle risorse negli stati amazzonici, e molti per responsabilità di chi è coinvolto nella deforestazione illegale.

Nata nella foresta pluviale in un villaggio del popolo Guajajara, Sônia Guajajara è stata il primo indigeno nella storia del Brasile a candidarsi per un ufficio esecutivo federale: nel 2018 ha corso per la vicepresidenza. Secondo Humah Rights Watch, «sicuramente conosce i gravi rischi che deve affrontare, dopo l’uccisione di attivisti della sua stessa etnia. Eppure continua a parlare, in particolare contro le reti criminali violente che stanno dietro a tali omicidi».

Il quarto caso è quello dell’ugandese Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto col nome d’arte di Bobi Wine. Nato in uno slum di Kampala, è infatti divenuto famoso come cantante, prima di darsi alla politica e sfidare alle ultime presidenziali Yoweri Museveni – il capo guerrigliero che dopo aver conquistato il potere con e armi nel 1986 si è fatto rieleggere in continuazione, fino ad arrivare al sesto mandato di fila. «Mi sono reso conto che nessuno ci salverà», ha spiegato Bobi Wine in un’intervista.

«Dobbiamo farlo da soli». Arrestato innumerevoli volte e torturato, la sua campagna elettorale ha dovuto farla con addosso un giubbotto antiproiettile e un elmetto. Nelle settimane precedenti le elezioni di gennaio, Human Rights Watch ha documentato «uccisioni da parte delle forze di sicurezza, arresti e percosse di sostenitori e giornalisti dell’opposizione, interruzione delle manifestazioni dell’opposizione e chiusura di Internet». Museveni è stato dichiarato vincitore e Wine è stato posto agli arresti domiciliari. Ma anche lui dice che continuerà a combattere.