Addio, eccomiLa letteratura in estinzione e il morituro

L’edito non è che ostentazione, messa in mostra del cuore come oggetto scenico da prendere a pedate e non più quel muscolo sacro ai miscredenti puri, sempre invisibile, inedito in petto. Vuoi creare altri tempi nei quali vivere? Scrivi le tue memorie. Chi lo disse? Il solito Anonimo

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Signore e Signori, benvenute e benvenuti nel mio locale, buonasera, buongiorno, buonanotte, fate voi.

Io ce l’ho fatta, l’ho aperto, questo è il mio locale. Ci ho scritto su anche un testo, come un’insegna sull’architrave. Un giorno, una sera, una notte, ve lo leggerò. Forse no.

Amo i miei inediti, con gelosia li amo.

Qualche forma di canzone con dentro miei testi malandrini è nota. Quando dico forma di canzone intendo proprio dire forma di canzone, la forma, le forme, le formelle per i dolci, per le sabbie, per le statuine, per tanti oggetti d’uso, forme che accolgono gessi e colate metalliche, e le parole con la musica fuse.

Mi bolle in mente il Perseo che nell’adolescenza mi infiammò. La parte in cui Cellini fa gettare nella bocca della forma i piatti, le scodelle, i vassoi tondi, le posate, ché erano di stagno perché lo stagno per la troppa temperatura era evaporato, evaporato in febbre per l’artista intossicato dalle esalazioni, e così lo stagno non legava più col rame, e non fluivano, rame e stagno, in bronzo. Duecento pezzi di stoviglieria, cucchiai soavi e forchette pungenti, stanno in corpo al Perseo.

Vuoi creare altri tempi nei quali vivere? Scrivi le tue memorie. Chi lo disse? Il solito Anonimo.

Così si rende pubblica la cosa: dandole forma. Io sono un formalista. E non scrivo che in prosa, anche in versi scrivo in prosa, e amo gli inediti.

Pubblicare crea squilibri, spesso. È la più grande delusione, questa: che li crei. Perché è una grande delusione? Perché è normale che li crei. Molto meno normale è che non li crei. Sono una cosa eccezionale i nervi saldi, non i normali nervetti fragili, teneri più dei cucchiaini, ammollati nel gesso, liquefatti e fusi nel metallo, che sdilinquiscono l’opera colando nella forma.

Insomma, basta, giocherò da solo. Sì, è probabile che ancora qualche pezzo, qualche brandello di me da me sbranato in forma di cantabile miscuglio vedrà la luce, come mummia sbendata, senza cervello e visceri, che alla luce si sbriciola, ma vi dico, e ve lo dico come un idealista, come un pazzo rivoltoso, come un irriducibile, come un ultras tifoso, vi dico: per ogni brano, per ogni pezzo di me edito, altri inediti nasceranno e combatteranno per restarlo, per restare la mia squadra del cuore.

Per fare un’analogia col calcio: la Roma, la mia squadra antica e attuale, gladiatori e imperatori tutt’uno, i saggi e i folli, i poeti di corte e i poeti esiliati, celebranti e inveenti, i miei ragazzi in campo. Chiunque è capace di guardare una nostra partita, chiunque è capace di parlarne e sparlarne, di far chiacchiera (che non è calcio), ma cosa vedono, cosa hanno visto? Un’altra partita.

Io vedo la partita inedita, sempre bellissima della mia squadra splendida. Noi siamo anche capaci di infliggere la nostra sconfitta all’avversario, siamo capaci di segnarci da soli per noia di gioco, come profetizzò di me Mario Socrate, grande ispanista, grande slavista, grande Giovanni Battista, saggista, poeta linguista, autore di uno dei romanzi più belli del dopoguerra.

Insomma, le segnature nostre nella nostra stessa rete sono tutte opera mia, così per noia del gioco avverso (ma perché giocare in due quando è da soli che si gioca al meglio?). Contro di noi non è mai rigore, a favore lo è sempre, anche per fallo commesso a centro campo, anche per fallo commesso da noi, ma sì. La svista è rotonda, si sa.

Siete creduli in quel che dicono le immagini, anche rallentate, credete nell’edito? Fate un po’ come vi pare. L’edito non è che ostentazione, messa in mostra del cuore come oggetto scenico da prendere a pedate e non più quel muscolo sacro ai miscredenti puri, sempre invisibile, inedito in petto.

Permettetemi di essere retorico se io me lo permetto. Sulla purezza della miscredenza credo di aver scritto una cosa ma non ricordo cosa, se me la ricordo la riscrivo inedita, così sarà dimenticabile per tutti.

Ah, il nome che ho dato al mio locale è “Le Confessioni”, come è scritto sopra nell’insegna.

Mi ritiro a scrivere. Insomma non cambia niente, invece sì. Ringrazio tutti gli “a capo”, tutti i versi miei che mi hanno amato. Vito diventa letterario perché lo è sempre stato e perché la letteratura è in estinzione e ha bisogno di morituri che la salutino. Qui prendo un impegno: accetto l’invito de Linkiesta a scrivere un racconto per la prestigiosa antologia letteraria K.

C’entra qualcosa con la purezza della miscredenza? Non lo so, però so farcela entrare, la qualcosa.

Allora, comincio subito, subito dall’inizio, anzi dall’esergo, da quel motivetto che fa così: “La memoria è luogo e forma, una forma di creazione dell’incredibile nel quale vivemmo, oppure tutto è solo rimpianto del possibile” (di Anonimo). E ne aggiungo un altro come ritornello, questo: “Il racconto non racconta storie, è storia vera”, sempre di Anonimo, autore assai prolifico in me.

Il seguito qui non segue perché non l’ho ancora scritto. Sto solo annunciando, come sempre, un mio rischio.

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