Inside BelgradoIl ritorno della leva obbligatoria in Serbia

Il ministro della Difesa Nebojša Stefanović ha dichiarato che la decisione sulla reintroduzione del servizio militare per tutti i maggiorenni sarà presa in autunno. Il 72,5% degli intervistati in un sondaggio del Centro per la politica di sicurezza si è detto favorevole, ma il 20% di questa maggioranza è contrario a svolgere la naia in caserma usando armi

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Stando a un sondaggio condotto tra il 15 e il 21 febbraio 2021 dall’agenzia di consulenza House of Win di Belgrado, il 72,5% degli intervistati ritiene che la Serbia debba reintrodurre il servizio militare obbligatorio, abolito nel 2011. L’indagine è stata effettuata attraverso interviste telefoniche e un questionario online su un campione di 1157 uomini di età compresa tra i 17 e i 30 anni.

Anche dati resi pubblici dal Centro per la politica di sicurezza di Belgrado (BCBP) dimostrano che quasi il 75% dei cittadini serbi è favorevole alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Tra i principali motivi indicati dagli intervistati per spiegare la necessità di reintrodurre la leva obbligatoria vi è il bisogno di insegnare la disciplina ai giovani (citato dal 63% degli intervistati) e la tradizione (il 20%). Si ha l’impressione – come si legge nel rapporto del BCBP – che i cittadini serbi percepiscano il servizio militare obbligatorio non come parte integrante della politica di difesa, bensì come uno strumento educativo.

La questione della reintroduzione della leva obbligatoria è stata riattualizzata all’inizio di quest’anno dal presidente serbo Aleksandar Vučić, il quale ha sottolineato che la leva obbligatoria «ha i suoi lati positivi e negativi».

«Uno degli aspetti negativi sono le spese per vitto e alloggio [a carico dello stato] che ammonterebbero a 70 milioni di euro [all’anno]», ha affermato Vučić, precisando che a quella cifra andrebbero aggiunte anche le spese per gli stipendi dei militari.

Lo scorso 7 febbraio il ministro della Difesa Nebojša Stefanović ha dichiarato che una decisione sulla reintroduzione o meno del servizio militare obbligatorio verrà presa entro settembre od ottobre di quest’anno. Due giorni dopo il ministero della Difesa ha fatto sapere che sono in corso preparativi per l’introduzione di un corso di insegnamento sulle «Basi del sistema di difesa della Repubblica di Serbia» che sarà facoltativo e destinato agli studenti delle classi terze e quarte delle scuole superiori.

Dragan Šutanovac, ex ministro della Difesa durante il governo guidato dal Partito democratico (DS), afferma che i sondaggi sulla reintroduzione del servizio militare obbligatorio sono incentranti sui sentimenti dei cittadini e non hanno nulla a che vedere con le esigenze del sistema di difesa nazionale.

«L’esercito serbo non è un’istituzione educativa con il compito di disciplinare i giovani e farli diventare ‘adulti’ in grado di affrontare le sfide della vita. Considerando che i tre principali compiti dell’esercito, definiti dalla legge, sono la difesa del paese, la partecipazione a missioni militari all’estero e il sostegno alla popolazione civile in situazioni di emergenza o di calamità naturali, vediamo che le risposte degli intervistati non si basano su questi dati, bensì sulle informazioni diffuse dai media», spiega Šutanovac a OBC Transeuropa, aggiungendo che i risultati del sondaggio di cui sopra appaiono confusi perché il 72,5% degli intervistati si è detto favorevole alla reintroduzione della leva obbligatoria, dei favorevoli il 20% è però contrario alla possibilità di svolgere il servizio militare in caserma con l’uso delle armi.

Šutanovac afferma inoltre che il sondaggio in questione dimostra che i giovani non sono adeguatamente informati su cosa comporterebbe la reintroduzione della leva obbligatoria né su quali siano gli obblighi e i doveri dei militari di leva.

Oltre a questi dilemmi, si impongono anche altri interrogativi sulla crescente influenza dell’esercito, come uno dei pilastri della politica del principale partito al governo (Partito progressista serbo, SNS). I recenti acquisti, da parte del governo serbo, di armi, elicotteri, sistemi missilistici antiaerei e pezzi di ricambio per i MIG russi hanno suscitato preoccupazione in Occidente.

In un’intervista rilasciata nel novembre 2020, Matthew Palmer, rappresentante speciale degli Stati Uniti per i Balcani occidentali, ha parlato delle possibili conseguenze di questi acquisti sulla Serbia. «Vi è una certa preoccupazione per il dispiegamento di sistemi militari russi sul territorio serbo, ma anche per la possibilità che la Serbia acquisti alcuni sistemi speciali russi, uno scenario che porterebbe al rischio di introdurre sanzioni contro la Serbia per l’acquisto di armi», ha dichiarato Palmer.

Dragan Šutanovac spiega che nell’opinione pubblica serba è diffusa la convinzione che la Russia sia una grande sostenitrice della Serbia, ma in realtà i cittadini serbi pagano caro tutte queste “donazioni” russe che spesso risultano inutili, come ad esempio aerei ormai obsoleti che devono essere riparati e modernizzati.

Nonostante il presidente Vučić continui a ripetere che il potenziamento dell’Esercito serbo, compresa un’eventuale reintroduzione della leva obbligatoria, sia un’operazione legata alla politica di difesa, si moltiplicano i dubbi sulla necessità di investire risorse così cospicue nell’esercito, in un momento in cui sembra più urgente investire nelle politiche di sviluppo e di welfare.

Quando si parla di potenziamento dell’esercito serbo, il principale interrogativo è: con chi la Serbia potrebbe entrare in conflitto considerando che è circondata da paesi membri o candidati all’adesione alla Nato?

Da ex ministro della Difesa – che guidava questo dicastero nel periodo dell’ultima crisi economica mondiale, quando le risorse destinate alla difesa erano molto inferiori a quelle attuali – Dragan Šutanovac è contento della decisione del governo serbo di investire in equipaggiamenti militari, sottolineando però che questi investimenti non sono basati su un piano strategico, bensì sul desiderio di promuovere relazioni bilaterali tra la Serbia e i paesi da cui vengono acquistati armamenti e attrezzature militari.

«Gli investimenti in equipaggiamenti militari non dovrebbero essere accompagnati da gridi di battaglia né dalla tendenza a fare paragoni con i paesi vicini, bensì dovrebbero essere effettuati seguendo un piano preciso elaborato dagli esponenti dell’esercito e non dai vertici politici del ministero. Da noi invece accade il contrario, per cui anche alcuni interventi positivi appaiono come mera propaganda», afferma Šutanovac.

Nikola Lunić, direttore del Comitato per le politiche strategiche, spiega che in un momento in cui i paesi della regione hanno adottato una politica di sicurezza comune, come risposta efficace alle minacce sofisticate, la politica estera serba è rimasta prigioniera di vecchi pregiudizi, di una retorica da tabloid e di calcoli politici.

La Serbia – come afferma Lunić – è ancora alle prese con le conseguenze dei cambiamenti del contesto globale avvenuti vent’anni fa, e invece dovrebbe rendersi conto della situazione attuale e definire strategie per i prossimi vent’anni. Stando alle sue parole, nessuno deve rinunciare ai propri ricordi e sentimenti, ma la sopravvivenza di una nazione non dovrebbe dipendere dalle conseguenze delle sue sconfitte, bensì deve poggiare sull’idea di un futuro realizzabile.

«Il futuro potrebbe portarci nuove vittorie grazie alla fiducia nella regione, la solidità dei rapporti bilaterali e la possibilità di prevedere le sfide alla sicurezza. Purtroppo, il potenziamento delle capacità operative dell’esercito serbo che non è basato su ragioni geostrategiche oggettive finirà per produrre un effetto contrario, che potrebbe costituire un terreno fertile per future sconfitte», conclude Lunić.

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