Inside BelgradoIl timore del Parlamento europeo per la crescente influenza della Cina in Serbia

Gli eurodeputati della Commissione per gli Affari Esteri hanno evidenziato la mancanza di trasparenza degli investimenti cinesi proprio nell’unico paese dei Balcani occidentali che non ha mai appoggiato le risoluzioni UE critiche verso le violazioni dei diritti umani di Pechino

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Lo scorso 23 febbraio la Commissione per gli affari esteri (AFET) del Parlamento europeo ha adottato una risoluzione, presentata dal rapporteur Vladimír Bilčík, sulle relazioni 2019 e 2020 della Commissione europea sulla Serbia, esprimendo tra l’altro «preoccupazione per la crescente influenza della Cina in Serbia e in altri paesi dei Balcani occidentali, in particolare in merito alla mancanza di trasparenza e di una valutazione dell’impatto sociale e ambientale degli investimenti e dei prestiti cinesi».

In Serbia il rapporto del Parlamento europeo ha riaperto il dibattito sul carattere delle relazioni bilaterali con la Cina, suscitando commenti che oscillano tra elogi, spesso esagerati, alla Cina e affermazioni secondo cui la Serbia sarebbe diventata “la prima provincia cinese in Europa”.

«Per noi è un grande onore, vantiamo un’ottima collaborazione con la Cina. La ‘Belt and Road Initiative’ ha portato grandi benefici al nostro popolo, come anche a quello cinese», ha dichiarato il presidente serbo Aleksandar Vučić al termine del vertice annuale tra la Cina e i paesi dell’Europa centrale e orientale, tenutosi in videoconferenza lo scorso 9 febbraio.

In un’intervista rilasciata all’emittente cinese CCTV-13, Vučić ha affermato che oggi l’export serbo verso la Cina è di 50 volte superiore rispetto a 10 anni fa, aggiungendo di essere grato a Pechino per gli aiuti inviati l’anno scorso alla Serbia, compresi dispositivi medici e vaccini.

«[Nel 2020] il Pil serbo è sceso dell’1%, mentre certi paesi hanno registrato un calo del Pil del 17%. Nel 2021 ci aspettiamo una crescita del Pil del 6%. Il debito pubblico serbo è pari al 57% del Pil, nonostante l’aumento delle spese durante la pandemia. Non saremmo mai riusciti a raggiungere questi risultati senza il sostegno della Cina», ha dichiarato Vučić.

L’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera Josep Borrell sottolinea invece che il sostegno dell’UE ai Balcani occidentali è più cospicuo di quello che arriva da Cina, Russia e Turchia.

«Il nostro piano di investimenti [per i Balcani occidentali] prevede finanziamenti fino a 6 miliardi di euro per interventi in ambito sanitario ed economico», ha dichiarato Borrell, aggiungendo che l’UE sta cercando di aiutare i paesi dei Balcani occidentali anche per quanto riguarda l’approvvigionamento dei vaccini anti Covid 19, pur confrontandosi anch’essa con numerosi problemi su questo fronte.

«Non nascondiamo di avere delle difficoltà, [nell’UE] mancano i vaccini, mentre in alcuni paesi della regione, come la Serbia, è in corso una grande battaglia diplomatica», ha affermato Borrell.

Lo scorso 19 gennaio venti europarlamentari, tra cui Miriam Lexmann del gruppo del Partito popolare europeo (PPE), hanno inviato una lettera al Commissario europeo per l’Allargamento Olivér Várhelyi, mettendo in evidenza alcuni aspetti negativi degli investimenti cinesi in Serbia.

«Chiediamo alla Commissione europea di prestare attenzione agli investimenti cinesi nel settore dell’industria pesante in Serbia, perché hanno molti effetti negativi sia sull’ambiente che sull’ordinamento giuridico», ha dichiarato Miriam Lexmann.

Per quanto riguarda invece la questione dei vaccini, Lexmann ha definito la fornitura alla Serbia di un milione di dosi del vaccino cinese Sinopharm come «un investimento politico» di Pechino.

«La salute è importante per tutti. Di fronte a una minaccia alla salute gli esseri umani provano paura e una sensazione di insicurezza. È facile manipolare persone impaurite. Purtroppo, credo che assistiamo a un tentativo da parte della Cina di manipolare i cittadini serbi», ha affermato Lexmann.

Mentre in Europa si discute dell’influenza strategica di Pechino nei Balcani occidentali, in Serbia è in corso un feroce dibattito sugli aspetti finanziari della crescente presenza della Cina.

«Il debito della Serbia verso la Cina è salito da 118 milioni di euro alla fine del 2011 a 1,1 miliardi di euro alla fine del 2020, a cui vanno aggiunti altri 14 miliardi di euro di prestiti concordati. È più che evidente chi trae maggiore vantaggio da questa collaborazione», ha affermato Dušan Nikezić, presidente del comitato economico e finanziario del Partito di libertà e giustizia (SSP).

Nikezić ha spiegato che l’enorme aumento del debito serbo verso la Cina è legato al fatto che negli ultimi nove anni tutti i grandi progetti infrastrutturali in Serbia sono stati finanziati con prestiti ottenuti dalla Cina e i lavori sono stati affidati alle imprese cinesi senza alcuna gara d’appalto. Stando alle sue parole, se venissero realizzati tutti i progetti previsti, tra qualche anno il debito della Serbia verso Pechino salirebbe a 15 miliardi di euro.

«Vučić dimentica di dire che l’export serbo verso la Cina si attesta a 329 milioni di euro, mentre il valore delle importazioni ammonta a 2,88 miliardi di euro. Dimentica anche di dire che la bilancia commerciale della Serbia con la Cina ha registrato un deficit di 2,55 miliardi di euro, oltre la metà del deficit commerciale complessivo della Serbia, pari a 5,9 miliardi di euro», ha affermato Nikezić.

Strahinja Subotić, ricercatore presso il Centro per le politiche europee di Belgrado e autore di uno studio sulle relazioni tra Serbia e Cina, sembra invece meno preoccupato per il crescente debito verso Pechino.

«Il debito serbo verso la Cina continua a crescere. Il nostro debito verso la Cina è pari all’incirca al 4% del Pil, mentre il debito pubblico complessivo è pari all’incirca al 7%. Direi che non siamo troppo indebitati. Non credo che la Cina intenda usare la Serbia come ‘cavallo di Troia’ o che voglia strumentalizzare l’erogazione dei prestiti alla Serbia. Abbiamo un grosso debito verso la Cina, ma non eccessivo», ha affermato Subotić.

«La Serbia è l’unico paese [dei Balcani occidentali] a non aver appoggiato le risoluzioni dell’UE fortemente critiche nei confronti della Cina, sia che si tratti di violazioni dei diritti umani, questioni geopolitiche o interessi cinesi a Hong Kong e in Tibet. Nonostante la Cina respinga tali critiche con sempre maggiore fermezza, tutti i paesi della regione [tranne la Serbia] hanno appoggiato suddette risoluzioni dell’UE. Quindi, la politica sta alla base del rapporto di reciproca fiducia [tra Cina e Serbia]. Una fiducia che è rimasta invariata dopo il cambio di potere in Serbia nel 2012. I partiti al governo non criticano mai la Cina. C’è chi nutre sentimenti positivi e chi invece non ama la Russia o l’UE, ma in Serbia non c’è il cosiddetto ‘sino-scetticismo’, cioè lo scetticismo nei confronti della Cina», ha spiegato Subotić.

Un tempo in Serbia, per sottolineare la tradizionale amicizia serbo-russo, veniva spesso citato un detto che recita: “Noi [serbi] e i russi siamo in 300 milioni”. Ultimamente però è sempre più raro sentire questo slogan, mentre i cittadini serbi, soprattutto quelli che hanno ricevuto il vaccino anti Covid cinese, sempre più spesso scherzano salutandosi dicendo “Ni Hao” [termine cinese che significa ciao].

Ma in ogni scherzo – come ben noto – c’è sempre un fondo di verità.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

K - Linkiesta FictionPreordina qui il nuovo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta

Ci siamo: il nuovo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta curata da Nadia Terranova, è in stampa e sarà in distribuzione dal 15 maggio nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco), oltre che direttamente qui sul sito de Linkiesta.

Il tema del secondo numero di K è la Memoria.

Gli autori che hanno partecipato a questo numero con un racconto originale scritto appositamente per K sono:
Viola Ardone, Stefania Auci, Silvia Avallone, Annalena Benini, Giulia Caminito, Donatella Di Pietrantonio, Davide Enia, Lisa Ginzburg, Wlodek Goldkorn, Loredana Lipperini, Pasquale Panella, Francesco Piccolo, Alberto Schiavone, Simonetta Sciandivasci, Andrea Tarabbia, Alessandro Zaccuri.

C’è anche l’anteprima dei romanzi di Karl Ove Knausgård e di Ali Smith, entrambi in uscita in Italia nei prossimi mesi.
Il volume ospita anche tre mini racconti di Stefania Auci, Rosella Postorino e Nadia Terranova.

Preordina K – Memoria sul sito de Linkiesta a 20 euro più 5 di spese postali. Il volume sarà spedito dal 17 maggio e arriverà in due giorni in tutta Italia. Oppure compralo a 20 euro nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco).

Per acquistare più copie di K, scrivere qui.

20 a copia