Anime salve“Soul” è il film animato che spiega il mistero della vita a ritmo di jazz

L’ultimo capolavoro della Pixar, uscito su Disney+ a Natale, racconta un viaggio a metà tra New York e un Aldilà non definito, dove chi non vuole morire incontra chi invece cerca di non nascere. E da cui nasce una storia di amicizia dal valore universale

fotogramma del film

Un’anima che non vuole morire incontra un’anima che non vuole vivere. E il posto più adatto per farle conoscere è, come è sembrato ovvio ai realizzatori di “Soul”, l’ultimo film Pixar uscito a Natale su Disney +, l’altro mondo. Per la precisione, l’Antemondo o Io Seminario, sorta di realtà a metà tra paradiso e nirvana, non religioso per scelta e dai tratti new age, dove si muovono tutte le anime, quelle di chi è morto, di chi non è ancora vissuto e di chi è vivo ma è concentratissimo (in bolla, si dice).

È in questo aldilà laico che Joe Gardner, pianista jazz nero di New York che vivacchia insoddisfatto con lezioni di musica in una scuola superiore della città ma sogna di diventare un concertista, si ritrova dopo essere caduto (e quasi morto) in un tombino. Colpa dell’entusiasmo: era stato appena scelto per accompagnare, in una serata, la stella del jazz Dorothea Williams. Una beffa: come è possibile morire poche ore prima di cominciare la vita che si sogna?

Per rimediare farà di tutto, scombinando calcoli di meccaniche celesti e immutabili, falsando i conti e prestandosi a svolgere il compito di mentore per una giovane prossima anima, la sprezzante e sarcastica numero 22, che a differenza di lui non vuole vivere. Prima di lui – per la cronaca – avevano fallito le anime di spiriti illustri come Madre Teresa di Calcutta, Carl Jung, Abraham Lincoln, Mohammed Alì. Perfino Archimede. Joe, con un trucco, la porterà sulla Terra, ma le cose non andranno come previsto.

All’incrocio di queste due esigenze, all’apparenza opposte, Pete Docter (suoi sono “Up” e “Inside Out”) fa scorrere la sua favola contemporanea, puntando ancora una volta sul trucco di mostrare le cose da un punto di vista nuovo. Stavolta è quello di un’anima (la numero 22, appunto), che scopre come è la vita dopo averne sentito soltanto parlare. Si spaventa di fronte al traffico di New York, scopre la pizza e la sua bontà, registrando continui e bizzarri comportamenti umani.

Ma non è solo la prospettiva che conta: “Soul” è la storia di una crisi di senso (Docter ammetterà, in diverse interviste, che riguarda anche lui), lo smarrimento classico che coglie a metà strada nella vita e sorprende perché trova le persone impreparate e senza un scopo.

In questo senso le analisi si sono già sprecate, si è parlato di approccio esistenzialista (quello di Joe, che si sente destinato a qualcosa di preciso) e di visione nichilista (quella dell’anima 22, che invece vede solo il vuoto nella vita), declinati però con la leggerezza di un film per bambini (ma pensato più per gli adulti) e una storia di amicizia.

Tutto il resto è bellezza. La si trova nel disegno, prima di tutto, che sa esaltare gli ambienti di una New York caotica e frizzante e al tempo stesso la geometria eterea dell’altro mondo, in cui la stilizzazione delle entità incorporee è un evidente omaggio alla Linea di Osvaldo Cavandoli, con qualche accenno a Picasso.

E poi nella musica. “Soul” è soprattutto una colonna sonora maestosa, realizzata per le parti jazz da Jon Batiste, che si è affidato alla consulenza, tra gli altri, di Herbie Hancock (il suo stile del resto richiama quello di Joe, il protagonista), mentre le atmosfere soffuse del mondo delle anime sono toccate a Trent Reznor e Atticus Ross, dei Nine Inch Nails. Hanno assegnato a ogni regione dell’aldilà un particolare marchio sonoro.

Il contrasto tra le due situazioni, insoma, non è solo estetico: è anche di senso. Le anime scorrono in una realtà di precisione geometrica, ma la vita è tutt’altro. E per Docter il jazz, con le sue improvvisazioni, gli schemi che saltano e la passione che fa nascere ne è una rappresentazione perfetta.