Risorse scarseLo scontro tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle terre rare

La disponibilità dei 17 minerali utilizzati nella produzione di conduttori e semiconduttori è ora fondamentale anche per accompagnare la spinta alla progressiva elettrificazione dell’economia. Ma anche se il quadro globale è in continuo mutamento, Pechino gestisce circa i quattro quinti della capacità globale di raffinazione

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Il futuro delle terre rare assomiglia sempre di più a una partita di scacchi. Un insieme di mosse e contromosse tra Cina e Stati Uniti che potrebbero ridisegnare il futuro tecnologico delle due potenze, dell’Europa e del mondo intero. La scacchiera di questo complesso gioco è la lunga filiera della supply chain, quella catena del valore che Washington e Bruxelles vogliono rivedere pesantemente per ridurre la dipendenza da Pechino.

Intanto una mossa importante è arrivata proprio dalla Repubblica popolare. Il 16 febbraio scorso il Financial Times ha scritto che il governo cinese ha avviato una consultazione tra i suoi esperti per valutare l’impatto di un’eventuale limitazione delle esportazioni di terre rare, in particolare per capire le ricadute sul settore della Difesa come la fabbricazione degli F-35 della Lockheed Martin.

Le terre rare, chiamate così più per i costi di estrazione e lavorazione che per la loro scarsità, sono un insieme di 17 minerali diversi utilizzati sempre più nella produzione di conduttori e semiconduttori anche per la spinta alla progressiva elettrificazione dell’economia.

«Il governo vuole sapere se gli Stati Uniti potrebbero avere problemi a produrre aerei da combattimento F-35 se la Cina impone un divieto di esportazione», ha confidato al Ft un consigliere del governo cinese. Il velivolo della Lockheed Martin utilizza in modo massiccio le terre rare.

Secondo un rapporto del CRS, Congressional Research Service, un think tank che pubblica analisi per i membri del Congresso Usa, ogni F-35 richiede circa 417kg di minerali per alcuni componenti come i sistemi di alimentazione elettrica e i magneti.

A un primo sguardo la mossa sembra una risposta ad alcune attività delle grandi imprese belliche che non sono andate già al Partito comunista. Lo scorso anno il ministero degli Esteri cinese annunciò che in un modo o nell’altro avrebbe colpito Lockheed Martin, Boeing e Raytheon per aver venduto armi a Taiwan, l’isola autogovernata rivendicata da Pechino. Ma in realtà dietro a queste mosse ci sono altre ragioni. Gli stessi dirigenti cinesi hanno evidenziato come il governo voglia capire quanto rapidamente gli Stati Uniti siano in grado di assicurarsi fonti alternative per le terre rare e allo stesso tempo aumentare la propria capacità produttiva.

L’inizio della partita a scacchi
Per comprendere questi movimenti è necessario partire dai numeri. La Repubblica popolare detiene circa un terzo delle riserve conosciute a livello globale ma è sempre stata all’avanguardia nell’estrazione e lavorazione dei minerali. Oggi la quota cinese della produzione globale di terre rare si attesta intorno al 63% (dato riferito al 2019).

Secondo i dati dell’agenzia cinese per il controllo delle dogane se guardiamo al lato delle importazioni vediamo che la grande maggioranza dell’export cinese, circa 45.552 tonnellate per un valore complessivo di 398 milioni di dollari, è andata a cinque Paesi che hanno assorbito l’87,8% del totale. Tra questi la fetta più grossa è andata al Giappone (36%), seguito da Stati Uniti (33,4%), Olanda (9,6%), Corea del Sud (5,4%) e Italia (3,5%).

«L’origine dell’ipotesi del FT è una bozza regolamentare sulla gestione delle terre rare che il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione (MIIT) ha pubblicato in gennaio per sollecitare commenti», spiega a Linkiesta Rebecca Arcesati, analista del Mercator Institute for China Studies di Berlino, «La bozza prevede un rafforzamento della regolamentazione statale sull’intera catena industriale dei metalli rari, e afferma l’obbligo da parte delle aziende di rispettare le leggi e i regolamenti vigenti sull’importazione e l’esportazione delle terre rare».

Le mosse di Stati Uniti e Unione europea
Il nodo centrale di questa partita è rappresentato quindi dal rinnovamento della supply chain. Si tratta di un tema diventato sempre più centrale dopo lo scoppio della pandemia. L’America deve gran parte delle sue forniture proprio alla Repubblica popolare. Stando a fonti dell’agenzia federale United States Geological Survey nel periodo 2015-2018 l’80% delle importazioni di terre rare arrivava dalla Cina, seguita dall’Estonia (6%), Giappone e Malesia (entrambi al 3%) e un restante 8% spalmato in altri Stati. Per questa ragione i governo americano pare pronto a fare la sua mossa spingendo per ridare slancio al proprio settore estrattivo.

È il caso ad esempio della grande miniera californiana di Mountain Pass, nella contea di San Bernardino, al confine col Nevada. Tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’80 è stato il luogo che ha rifornito il mondo intero di terre rare, salvo poi essere superato dall’estrazione e lavorazione cinese e chiudere definitivamente nel 2002. Oggi una nuova società, la MP Materials ha riavviato le estrazioni e prepara a rilanciare l’intero settore estrattivo americano con lo scopo di rinvigorire e diversificare gli approvvigionamenti americani.

Verso la fine dell’anno la società ha avviato le pratiche di fusione con un altro fondo di investimento per un accordo di oltre 1,5 miliardi di dollari. Parallelamente dovrebbe arrivare anche la quotazione a Wall Street che permetterebbe di avere un portafoglio da 500 milioni di dollari per l’ammodernamento dell’impianto di estrazione.

Più a Sud un secondo soggetto, la USA Rare Earth, sta lavorando all’apertura di un centro estrattivo in Texas, il Round Top che secondo l’azienda potrebbe godere di lunga vita: 20 anni per estrarre solo il 14% del materiale disponibile e una vita stimata di almeno 140 anni agli attuali ritmi estrattivi.

Le aziende, che sulla carta dovrebbero essere in concorrenza, si sentono in realtà partner nella corsa all’autonomia americana. L’idea, ha notato un consulente della USA Rare Earth, è quella di creare un complesso mosaico di realtà per aiutare il Paese a ridurre la dipendenza da Pechino. In questa logica si inserisce ad esempio un accordo dal 30 milioni di dollari del Pentagono con l’australiana Lynas per l’apertura di una miniera in Texas. Mentre il 24 febbraio scorso Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo che acceleri la ristrutturazione delle catene del valore.

Forze e debolezze della Cina
In questa complessa partita la Cina mantiene però diverse mosse di vantaggio. Il Paese ha praticamente il monopolio del processo di raffinazione dei minerali estratti tanto che controlla circa i quattro quinti della capacità globale di raffinazione delle terre rare. E qui arriva il primo limite degli Usa, molti dei minerali estratti devono infatti essere inviati in Cina per la lavorazione dato che il Paese non ha ancora la capacità di raffinazione.

Non deve quindi stupire se almeno un decimo della MP Materials, la società Usa che estrae in California è di proprietà della cinese Shenghe Resources, una holding che opera lungo tutta la filiera delle terre rare. E infatti i clienti cinesi rappresentano la fetta principale del fatturato della società. Un discorso simile vale anche per l’australiana Arafura, altra impresa che opera nel settore estrattivo, che recentemente ha siglato accordi con aziende cinesi per vedere il 40% della produzione autunnale di ossido di praseodimio.

La Cina non solo è il player più importante sul lato dell’offerta, ma gioca un ruolo chiave anche sul fronte degli acquisti. Nel 2018 la domanda interna di terre rare è cresciuta così tanto da fare del Paese un importatore netto, prima volta in trent’anni, di alcuni minerali. Un dato importantissimo che, stando alle regole della Organizzazione mondiale per il Commercio (Wto), le permette di chiudere il rubinetto dell’export senza incorrere in sanzioni.

«Al di là delle tensioni geopolitiche», prosegue l’analista del Merics, «ci sono poi varie ragioni interne di politica economica ed industriale che spingono Pechino a regolamentare di più il settore. Le terre rare sono estremamente strategiche, non solo nel comparto della difesa ma anche per la transizione all’energia rinnovabile e l’avanzamento del paese nell’high-tech».

Questa fame di materiali ha spinto le stesse autorità cinesi a chiudere spesso un occhio sulle norme che regolano le estrazioni. Già dal 2007 esistono leggi per limitarle con lo scopo di mantenere i prezzi alti, ma spesso le aziende estraggono comunque in gran quantità per soddisfare la domanda.

«Ci sono preoccupazioni concrete nell’establishment politico e industriale cinese rispetto all’incapacità del paese di influenzare i prezzi, mentre l’avanzamento tecnologico del settore non è ancora sufficientemente maturo», continua l’analista del Merics.

A ottobre l’agenzia cinese Xinhua spiegava che il Paese ha poca influenza nella determinazione del prezzo finale delle terre rare e questo perché non ha ancora un mercato maturo per gli scambi dei minerali. E infatti un altro limite del sistema cinese sul quale americani ed europei potrebbero puntare riguarda alcune fragilità nella stessa catena del valore.

Le voci di una stretta all’export oltre che una leva diplomatica e geopolitica sono il riflesso di un lento declino nel predomino cinese. E potrebbe anche rappresentare un potenziale boomerang che spinga gli altri Paesi ad accelerare con accordi e nuove linee di fornitura. Non è un caso infatti che la quota cinese di produzione di terre rare sia diminuita. Se è vero, come abbiamo visto che nel 2019 la quota era del 63%, solo nove anni prima quell’indicatore era del 97,7%. Allo stesso tempo la quota di riserve mondiali si è ridefinita: nel 2010 la Cina ne contava il 50%, mentre nel 2019 il numero è sceso al 37,7%.

Uno scenario in continuo mutamento
Per le economie occidentali la riduzione della dipendenza cinese rimane un percorso molto accidentato. Al momento l’unico ad esserci riuscito in maniera netta è il Giappone. In 10 anni, dal 2008 al 2018 la quota delle importazioni dalla Cina è scesa dal 91,3% al 58%, un balzo accelerato anche dallo stallo del 2010 quando Pechino tagliò le forniture a Tokyo per un periodo a causa di una disputa su alcuni pescherecci sequestrati vicino alle isole contese di Senkaku.

Lo scenario è in continua evoluzione. Basti pensare al recente colpo di stato in Myanmar. L’ex Birmania nel 2020 ha estratto circa il 12% di tutta la produzione di terre rare a livello globale. E l’instabilità della regione rischia quindi di apportare un nuovo choc alla catena del valore e ai prezzi.

In generale misurare gli effetti su queste eventuali strette non è semplice. Allo stesso tempo è necessario osservare il fenomeno dal punto di vista cinese. Sempre secondo Arcesati è necessaria cautela rispetto allo scenario più difficile: «Dal mio punto di vista», conclude «la nuova bozza di legge va vista in parte come una mossa difensiva in risposta alle restrizioni commerciali imposte da Washington verso le Cina nell’ambito della tecnologia, specialmente sui semiconduttori. Pechino si sente in posizione vulnerabile e intende mostrare di avere gli strumenti e la volontà di attuare rappresaglie qualora fosse necessario. Per molti versi è un avvertimento».

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