Saremo diversamente felici? Tra ristoranti che cambieranno e ansie gastronomiche da crisi ambientale

Accetteremo forme diverse di socialità a tavola? Riusciremo a non farci travolgere dalla rabbia per unʼemergenza ambientale che sta modificando le nostre certezze alimentari?

Economist dice che lʼanno trascorso ha cambiato forma alla felicità: non siamo necessariamente meno felici, in alcuni Paesi lʼindice di felicità è addirittura cresciuto, e certe fasce sociali, pare soprattutto gli anziani, si sono ritrovate più serene, realizzate, pacificate. Lʼultimo rapporto mondiale sulla felicità restituisce un quadro frammentato, difficile da comprendere fino in fondo alla luce degli eventi pandemici. Eppure alcune linee interpretative possiamo individuarle, a partire dalla consapevolezza che a soffrire di più sono le fasce e i Paesi la cui felicità si basa sullʼabitudine a rapporti sociali stretti, mentre a migliorare sensibilmente il proprio umore sono le fasce e i Paesi che dimostrano piuttosto una consistente fiducia nella propria società. Messico vs Finlandia, per farla breve.

In tutto ciò la ristorazione, sfiduciatissima, colpita duramente, ormai sullʼorlo del precipizio, dovrà fare i conti non solo con le difficoltà economiche, ma anche con il proprio contesto culturale di riferimento: potremmo quasi azzardare a tirare una riga, anche se con una dose di arbitrarietà e imperfezione non trascurabile, e mettere da una parte la ristorazione dei Paesi a felicità relazionale (tra cui cʼè lʼItalia, siamo dʼaccordo?), e quella dei Paesi a felicità fiduciaria (Nord Europa, Giappone, Corea del Sud…). Nel primo caso la felicità data dallʼuscita al ristorante potrà essere raggiunta integralmente solo con la fine della pandemia e la ripresa di una socialità “normale”, pre-pandemica appunto. Nel secondo caso la felicità al ristorante si potrebbe configurare come fiducia nelle precauzioni garantite dal ristorante stesso, tra distanziamento, pulizia/sanificazione, standard qualitativo ben garantito. Insomma, quali che saranno le soluzioni temporanee o definitive proposte dal mondo della ristorazione al drammatico tempo presente, queste dovranno tener conto del contesto culturale e sociale di riferimento.

Intanto Adam Gopnik sul New Yorker (link sotto) mescola riflessione sullʼarchitettura e outdoor dining per farci vedere che la reazione della ristorazione newyorchese a questo stato di necessità ha seguito strade diverse, cercando però sempre di offrire sicurezza, calore e senso simbolico. Chissà quale declinazione ha avuto maggiore successo, e ha restituito maggiore felicità alla clientela accampata sotto casette di legno, tendoni e dehors più o meno improvvisati? Chissà come cambierà ancora la forma sostanziale dei nostri amati ristoranti in tutto il mondo? Di certo la direzione che prenderanno le trasformazioni strutturali nei ristoranti del futuro sarà un fattore sempre più decisivo del loro successo.

Sempre a proposito di felicità, su The Atlantic Arthur C. Brooks ha scritto di come porsi obiettivi raggiungibili e di breve termine possa renderci più felici e realizzati. Ecco perché lʼenorme crisi ambientale che ci troviamo di fronte ci rende parecchio ansiosi, rabbiosi, insoddisfatti: è un obiettivo, quello della sua risoluzione, di cui non si vede nemmeno qualche timido indizio, a oggi. E di ambiente e temi gastronomici parla lʼarticolato speciale Takin the Temperature di Eater, mentre su The Vision è comparso un bel pezzo che sottolinea come sia ora di mettere un poʼ meno pressione sulle nostre scelte quotidiane e spostare il baricentro dei nostri sforzi sullʼazione politica propriamente detta.

Poi siccome a Pasqua la felicità di molti si basa sulla socialità del pranzo ma anche sulla presenza a tavola dellʼagnello, sul Gambero Rosso si parla di sostenibilità ed eticità del modello produttivo della carne che se ne ricava, sentendo le opinioni dei detrattori dellʼallevamento animale e della pastorizia. Anche queste sono frontiere della riflessione ambientale contemporanea.

A Brief Anatomy of Outdoor Dining – New Yorker, 20 marzo

Adam Gopnik ci restituisce una lettura cultural-architettonica del mangiare allʼaperto per le strade di New York, tra tende, gazebo e strutture più solide.

Taking the Temperature – Eater, 24 marzo

Uno speciale a più voci su come il cambiamento climatico sta modificando e modificherà le nostre abitudini, tra tartufi neri, consumo di carne, lattuga, produzione di olio di oliva, meduse e vino.

No, non basterà la tua bistecca di seitan a salvare il pianeta. Il vero problema sono i ricchi – The Vision, 25 marzo

Marika Moreschi si occupa di una questione centrale nel dibattito sulla sostenibilità dei nostri consumi alimentari: il rischio di mettere al centro le nostre abitudini individuali e dimenticarci che tutto dovrebbe passare in prima istanza dallʼazione politica.

Mangiare o non mangiare l’agnello a Pasqua? Il punto non è questo – Gambero Rosso, 25 marzo

Annalisa Zordan ha intervistato il filosofo antispecista Leonardo Caffo e lʼex allevatore Massimo Manni, rappresentanti della posizione “chiudiamo tutti gli allevamenti”.

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Ci siamo: il nuovo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta curata da Nadia Terranova, è in stampa e sarà in distribuzione dal 15 maggio nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco), oltre che direttamente qui sul sito de Linkiesta.

Il tema del secondo numero di K è la Memoria.

Gli autori che hanno partecipato a questo numero con un racconto originale scritto appositamente per K sono:
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