L’adulto nella stanzaLa formidabile libertà d’azione di Draghi grazie a un sistema di partiti senza leader

Le dimissioni di Zingaretti non hanno scalfito il Governo. Più i partiti sono deboli, più autonomia ha il presidente del Consiglio. Non ha bisogno di fare vertici di maggioranza, gli basterà un giro di telefonate. E persino i ministri politici potrebbero avere meno condizionamenti

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Un effetto importante determinato dalle dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del Partito democratico sarà l’accresciuta fisionomia tecnica del governo Draghi per effetto della sempre più evidente debolezza dei partiti della maggioranza. Più i partiti sono deboli, più libero è il presidente del Consiglio, e persino i ministri politici potrebbero avere meno condizionamenti. È una situazione inedita.

Mario Monti aveva dietro il suo governo tecnico il famoso “ABC” (Alfano-Bersani-Casini), e perfino Carlo Azeglio Ciampi doveva fare i conti col Pds, col Ppi e gli altri. Mario Draghi non ha bisogno di fare vertici di maggioranza, gli basterà un giro di telefonate. È uno stato di eccezione che deriva dalla contestualità fra una inedita emergenza e un altrettanto inedita crisi dei partiti. 

C’è da chiedersi se la sorprendente scelta di Zingaretti di non avvertire il presidente del Consiglio delle sue dimissioni forse va interpretato in chiave psicologica, come se il problema del governo non fosse in cima ai suoi pensieri (magari anche in conseguenza di un rapporto mai nato) e d’altra parte è ipotizzabile che, al di là della solidarietà personale, a Mario Draghi queste dimissioni zingarettiane non spostino nulla.

In un certo senso, anzi, e senza che lui abbia mosso un dito, in questo momento la situazione vede tutti i partiti della maggioranza non in grado di dire al presidente del Consiglio quello che deve o non deve fare: l’agenda è tutta in mano sua, dei ministri tecnici, del tridente anti-Covid Gabrielli, Curcio e Figliuolo e dei suoi collaboratori. Una sovrastruttura che risponde ai partiti per un fatto più di cortesia che di sostanza o per ragioni di mero coordinamento parlamentare.

Guardiamo i fatti. Il Pd da ieri non ha un segretario né un gruppo dirigente centrale, perché con le dimissioni di “Nicola” decade anche il vice segretario Andrea Orlando e tutta la segreteria. Visto che Zinga ha spiegato che le sue dimissioni sono vere e non si torna indietro (anche se nella vita non si può escludere nulla e che alla fine possa esserci un clamoroso ritorno), l’Assemblea nazionale dovrà eleggere un segretario con pieni poteri ma in realtà vincolato al mandato di arrivare al Congresso, verosimilmente in autunno.

Dunque si tratterà di un segretario – o segretaria (Roberta Pinotti) – formalmente nella pienezza dei poteri ma con la caratteristica della provvisorietà tipica di un reggente, come furono Guglielmo Epifani dopo le dimissioni di Bersani o Maurizio Martina dopo quelle di Renzi. Dunque obiettivamente non un leader fortissimo, chiunque sarà. In un quadro che sarà complicatissimo, se possibile ancora più nervoso di quello attuale per un partito alle prese con la grande corsa congressuale che deciderà il suo destino.

Lo stato del Movimento 5 stelle è confuso quasi quanto quello del Pd, anche se la prospettiva di nominare Giuseppe Conte segretario o come si chiama allevia la sofferenza di un partito dilaniato fra dissidenti, espulsi, rientranti, fuoriusciti. La guida dell’ex presidente del Consiglio beninteso sarà tutta da verificare. Ma pare di poter escludere un suo qualunque potere di interdizione nei confronti del presidente del Consiglio a cui ha ceduto la campanella. E d’altra parte Mario Draghi ha già fatto vedere per esempio con la proposta del ministero per la transizione ecologica come si può agevolmente giostrare con i grillini: non è da lì che verranno le insidie. 

Anche Forza Italia ha un suo specifico problema di identità, dopo aver mollato i lidi sovranisti ma senza aver acquisito pienamente una nuova fisionomia – anche perché con Salvini non ha affatto rotto. Diviso fra l’anima più innovativa di Mara Carfagna e la vecchia guardia del berlusconismo d’antan, il partito del Cavaliere ha certamente solo da guadagnare dal protrarsi dell’esperienza-Draghi, con il quale peraltro sta dimostrando di trovarsi a proprio agio.

La piccola area riformista è per l’appunto troppo piccola per fare pressioni, se ne sentisse il bisogno, sul presidente del Consiglio; e d’altra parte sembra di capire che Matteo Renzi sia posto per così dire al servizio di un capo del governo fortemente voluto. Mentre dalla parte opposta Liberi e Uguali si è autoazzoppata con il passaggio di un suo pezzo all’opposizione  (Sinistra italiana di Fratoianni) quando invece Articolo uno vive soprattutto grazie al fatto che il suo Roberto Speranza siede al governo in una postazione delicatissima come la Sanità e di più non chiede.

Quanto alla Lega, l’illusione ottica di questi giorni suggerisce l’idea che solo Matteo Salvini sia in campo. Ma Salvini non è più “la Lega”, ma il leader che intona il controcanto a favore di telecamere mentre il suo alter ego Giancarlo Giorgetti governa. Per il momento il Carroccio ha scelto questa strada da partito di lotta e di governo, come il Partito Comunista italiano di Enrico Berlinguer a metà degli anni Settanta – e non fu uno slogan fortunatissimo – in un equilibrio a somma zero che rischia di rendere evanescente il suo ruolo nell’esecutivo e contraddittoria la sua presenza nelle piazze.

Se tutto questo è vero, qui non esistono né golden share, né figure che possano ostacolare o anche solo condizionare Draghi. Può persino essere una grande opportunità per partiti tutti in cerca di autore: mentre SuperMario governa con la sua sovrastruttura, i partiti hanno tempo per rifondarsi, ripensarsi, darsi nuove fisionomie e nuove idee all’altezza dei problemi del secondo decennio del secolo. Se ne saranno capaci.

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