Scuola a diverse velocitàMiozzo lascia anche il ministero dell’Istruzione: «Regioni e comuni vanno per conto loro»

«Penso che il mio ruolo ormai abbia perso di significato. E sono molto stanco», dice al Messaggero. «Non è accettabile», dice, che nei territori ci sia chi contrasta le scelte dell’esecutivo sul rientro in classe, «quando le indicazioni partono da un governo di emergenza nazionale, in cui è rappresentato l’80% dei partiti. Una follia»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

«Voglio parlarne con il ministro Bianchi, penso che il mio ruolo ormai abbia perso di significato. E sono molto stanco». Agostino Miozzo, ex coordinatore del Comitato tecnico scientifico, poi diventato consulente del ministero dell’Istruzione, annuncia al Messaggero la sua volontà di dimettersi anche da quest’ultimo ruolo. «Sulla scuola non è possibile che vi siano regioni o comuni che vanno per conto loro, senza applicare le decisioni del governo. Serve uno sforzo per ripartire e andrebbero effettuati molti più tamponi. Qualcuno lo fa, molti altri no».

Il problema però è che la scuola ha riaperto più o meno alle stesse condizioni di quando era stata chiusa. «Tutti sanno che io sono un sostenitore del ritorno alle lezioni presenza. E non contesto le percentuali fissate dal governo», dice Miozzo. «Però non è accettabile che nei territori ci sia chi contrasta questa operazione, chi lavora per la Dad, quando le indicazioni partono da un governo di emergenza nazionale, in cui è rappresentato l’80 per cento dei partiti. Una follia».

Miozzo aveva chiesto tamponi in tutte le scuole. «Andrebbero eseguiti molti più test tra i ragazzi, molti più controlli. Ci sono esempi virtuosi, dall’Alto Adige al Lazio, vi sono comuni e regioni che stanno eseguendo tamponi a campioni nelle scuole. Perché non lo si fa ovunque?».

Nell’intervista Miozzo ripercorre la sua carriera, dalla prima esperienza nella Cooperazione internazionale, nel 1982 nello Zimbabwe, fino a quando è stato nominato coordinatore del Comitato tecnico scientifico. Nella prime riunioni sul coronavirus «compresi che la situazione non si sarebbe risolta velocemente. Lo dissi al ministro Speranza, dopo avere ascoltato le prime informazioni: “questo è il black swan, il cigno nero”. L’evento imprevisto che fa saltare ogni previsione», racconta.

Ma non si pente delle scelte fatte dal Cts, dice: «Al Cts va dato il merito di avere fatto molto di più di ciò che doveva fare. Siamo stati molto coerenti nelle scelte. E indipendenti. Nella prima fase la politica si affidò completamente a noi, era disorientata, come è normale che fosse. Oggi è tutto differente: conta molto di più la politica, le decisioni sono solo politiche. Il Cts dà solo una consulenza, è cambiato il contesto. La mia non è una critica: in questa fase penso che sia giusto che il decisore politico si prenda le responsabilità delle scelte, gli scienziati devono solo mettere in guardia sulle possibili conseguenze».

Quanto alle riaperture, «il Paese non ce la fa più, è giusto riaprire, anche se dobbiamo fare attenzione a una cultura che sta passando in modo sotterraneo e che fa dire: “Quello è vecchio, non importa se muore”. Per ragioni economiche e sociali, è giusta una graduale riapertura. Ciò che mi preoccupa di più, piuttosto, è una anarchia crescente, la convinzione strisciante tra la gente che non vi sia più pericolo di contagio. Io dico: apriamo, certo, ma le regole che ci sono facciamole rispettare. In modo puntuale, perfino feroce. Il Ministero dell’Interno ha fatto moltissimo e lo ha fatto bene, ma ora deve decuplicare i controlli, multare chi sgarra. Solo così il Paese può permettersi le riaperture».