Patata bollenteLa curiosa rivolta in Belgio contro una fabbrica di patatine fritte

Gli abitanti di Frameries, cittadina vallone di 20 mila anime a 75 chilometri da Bruxelles protestano contro la prossima costruzione di uno stabilimento da 300 milioni di euro per produrre le note "frites". «È un’industria pesante che inquina enormemente. Con questo modello agroindustriale stanno distruggendo l’ambiente», spiega Florence Defourny, portavoce dell’associazione “Nature sans friture”

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«È un’industria pesante che inquina enormemente. Con questo modello agroindustriale stanno distruggendo l’ambiente». Sono parole dure quelle che Florence Defourny, portavoce dell’associazione “Nature sans friture”, rivolge a Linkiesta per raccontare la protesta di Frameries, cittadina vallone di 20 mila anime a 75 chilometri da Bruxelles, contro Clarebout, gigante dell’industria delle patate. Motivo del contendere la prossima costruzione di uno stabilimento da 300 milioni di euro per produrre le note frites, le patate fritte per cui il Belgio è tanto famoso nel mondo. Un’operazione che però ai cittadini non piace. «Non vogliamo lo stabilimento qui. Tuttavia non siamo contro Clarebout ma contro qualsiasi sito industriale che danneggi l’ambiente e vada contro i nostri valori», ha dichiarato Defourny in occasione della Giornata nazionale della Lotta contadina di domenica 18 aprile. La protesta non è un atto isolato: già da tempo le industrie delle patate sono nell’occhio del ciclone, tra accuse di inquinamento acustico e ambientale, condizioni di lavoro precarie e incidenti mortali in fabbrica derubricati a mere casualità.

Per capire la protesta di Flameries bisogna partire dal principio, dal gennaio 2019. «È iniziata allora la nostra mobilitazione, tesa a impedire la costruzione della fabbrica, che sarebbe dovuta nascere nel 2020. Abbiamo prima costituito un gruppo su Facebook e poi abbiamo iniziato a organizzare eventi offline che hanno pian piano coinvolto migliaia di persone», racconta Defourny a Linkiesta. I risultati sono in parte arrivati. «Grazie al sostegno di tanti cittadini siamo riusciti a farci ascoltare dalla politica e a rallentare il progetto, ma non a interromperlo. Per questo non possiamo fermarci qui». La ragione è semplice. «Il luogo dove Clarebout vuole costruire la sua fabbrica per la produzione di patate fritte e spicchi di patate è un sito industriale che si trova in periferia ma a soli 15 metri di distanza dalle case. È troppo vicino. Inoltre, avere così vicino alla città un simile impianto, che produrrà 2 mila e 800 tonnellate di patate fritte e vedrà la presenza stimata di 900 camion al giorno, causerà un danno permanente all’ambiente». Accuse che l’industria Clarebout respinge al mittente. «Non è vero che i nostri siti di Nieuwkerke e Warneton inquinano: ci sottoponiamo a controlli e rispettiamo la natura», ha dichiarato Raphaël Tassart, portavoce di Clarebout, a POLITICO

L’azienda è una delle poche che controlla il mercato belga delle patate fritte.  Insieme a Mydibel, Ecofrost, Lutosa, Agristo e Remo-Firtes, Clarebout controlla il 90% della produzione nel settore. Un vero e proprio oligopolio che arricchisce enormemente i conti dei proprietari e i fatturati delle società, che ormai valgono svariate centinaia di milioni (nel caso di Clarebout oltre 600 milioni di euro). Da essere di proprietà familiare queste aziende sono diventate delle industrie di grande taglia, visto che devono fronteggiare una richiesta estera pari al 95% della loro produzione e che viene soprattutto da Usa, Brasile, Arabia Saudita e anche Perù. A rimetterci è in primis la salute dell’ambiente circostante, come i campi. Secondo un rapporto stilato da Manuel Eggen, responsabile alimentazione della ONG FIAN International, l’incremento di produzione, giunta a 5 milioni di tonnellate, ha portato a un incremento del 50% delle terre coltivate a patate, che ha raggiunto i 100 mila ettari nel 2019.

La produzione che ne deriva, quasi 3 milioni di tonnellate di patatine fritte e altri derivati, risulta essere 16 volte superiore al fabbisogno nazionale belga. Per questo le azie3nde sono obbligate a importare patate dall’estero e a cercare sempre nuove terre da coltivare. Questo produce un doppio danno, verso i piccoli produttori locali, che non riescono a vendere i loro prodotti e sono costretti ad appoggiarsi alla grande industria, e in termini ambientali. L’industria delle patate è infatti la prima consumatrice di prodotti fitosanitari, utili a incrementare la produzione. Macchinari sempre più pesanti e prodotti nocivi sono così tra le prime cause dell’impoverimento e dell’erosione del terreno, una drammatica quotidianità aldiquà e aldilà del fiume Lys, tra la Vallonia, zona belga, e la Francia, dove le grandi aziende decidono di porre i loro stabilimenti.

Per loro la regione è perfetta, visto che è ben collegata e si trova in vicinanza di una fonte d’acqua, molto utile per i processi di raffreddamento dell’industria delle patatine surgelate. Ed è proprio nel fiume Lys che si notano i danni causati dalle industrie: nel 2013 il tribunale di Tournai ha condannato Ecofrost per aver inquinato il canale ed essere stato la causa della morte di alcuni pesci. Un problema comune anche a Mydibel, sanzionata nel 2019 dalla regione della Vallonia al pagamento di un’ammenda. L’azienda ovviamente ha subito cercato di sviare da sé le proprie colpe, sostenendo che la colpa era dell’estate troppo calda e delle difficoltà di alcuni impianti di aerazione, non avevano funzionato a dovere. Non sono mancate le proteste anche in Francia: anche tra Comines e Deûlémont, i cittadini hanno protestato per la costruzione di un secondo sito industriale di Clarebout. «Un tempo, qui, c’era una pace incredibile e lo stesso era dall’altra parte della frontiera, in Belgio. Oggi mi fa male al cuore vedere tutti questi lavori», sostiene una cittadina in un’inchiesta del Wilfried magazine.

L’inquinamento però non è l’unico problema di queste fabbriche. Come ha raccontato sempre il settimanale, le condizioni di lavoro nelle aziende di patate sono spesso dure e gli incidenti più del normale. Tra il 2015 e il 2019 l’Agenzia Federale per i Rischi sul Lavoro (Fedris) ha registrato 2841 incidenti in questa settore, pari al 10,8% dell’intera industria alimentare. Negli ultimi cinque anni, il revisore del lavoro dell’Hainaut, una sorta di procuratore incaricato delle indagini sugli incidenti e che decide se avviare o meno un procedimento penale, ha compilato trenta fascicoli riguardanti imprese stabilite in Piccardia Vallonia. Tra le lesioni più comuni ci sono ustioni di secondo grado e arti, comprese braccia, mani e piedi che sono rimasti bloccati o schiacciati. Per simili cause sono morti in uno degli stabilimenti di Clarebout Rachid Maiz, 42 anni, e Alisson Engrand, 29. 

In tutto questo la voce della politica è appena percettibile. Negli anni sono stati i politici valloni ad avvallare tali finanziamenti, preoccupandosi spesso di più dei posti di lavoro che dell’impatto ambientale. In questi anni la regione Vallonia ha spesso aiutato le aziende con finanziamenti importanti, a cui si sono aggiunti alcuni fondi europei, visto che l’area è interessata da una grande opera di riqualificazione, che mira a collegare Le Havre e Rotterdam grazie proprio al fiume Lys. «I ministri valloni devono scendere in campo con noi: quello che chiediamo è un cambiamento del piano di settore. Non siamo contro tutte le industrie, ma in quel sito ci vogliono piccole imprese di taglia ragionevole che non inquinino come un’industria pesante. Non ci fermeremo e abbiamo già pronte nuove azioni», promette Defourny. Clarebout non sembra voler arretrare. «Abbiamo ritardato i piani, è vero, ma la richiesta alle autorità valloni è pronta e non cambieremo il nostro piano per l’ostilità degli abitanti», assicura Tassart. La palla adesso passa alla politica. 

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