Monitory democracyLa politica ha bisogno di molta immaginazione per resistere al populismo degli ultimi anni

John Keane, docente dell’Università di Sidney e consigliere per le Nazioni Unite ci spiega perché i partiti tradizionali devono cambiare approccio ed essere più creativi per battere i loro avversari. Nel suo nuovo saggio “Potere e umiltà” (Hopefulmonster), il professore indaga le evoluzioni e le tendenze dei governi in tutto il mondo

Lapresse

Hopefulmonster, storico marchio dell’editoria indipendente italiana fondato da Beatrice Merz a Firenze nel 1986, ha inaugurato la sua nuova collana “La stanza del mondo” – curata dalla giornalista Paola Caridi – per rilanciarsi sul mercato con una prima uscita (inedita in Italia), attuale e necessaria per leggere e interpretare la realtà che stiamo vivendo.

Si tratta di: “Potere e umiltà. Il futuro della monitory democracy”, di John Keane (trad. Piernicola D’Ortona), docente di Teoria Politica all’Università di Sidney e per il Centro di Ricerca per le Scienze Sociali di Berlino, fondatore del Centro di Ricerca per lo Studio della Democrazia e consigliere per le Nazioni Unite.

Il libro di Keane indaga la democrazia rappresentativa e la sua evoluzione a livello globale, partendo da un presupposto, ovvero che non c’è più tempo e serve un grosso sforzo di immaginazione alla democrazia per reinventarsi e rispondere ai cambiamenti di questi anni.

Lo fa anche coniando un termine, “Monitory democracy”: «Attingendo al termine latino monere, per avvertire o consigliare – spiega Keane –, ho coniato l’espressione per indicare una tendenza di importanza storica: la rapida crescita dal 1945 di molti nuovi tipi di istituzioni extraparlamentari di responsabilità pubblica che rimodellano le dinamiche di democrazie effettivamente esistenti. Questi “cani da guardia” sono progettati pubblicamente per difendere i cittadini, considerati alla pari contro gli abusi di potere. La morsa delle elezioni, dei partiti politici e dei parlamenti nel plasmare la vita dei cittadini e nel rappresentare i loro interessi si sta indebolendo. Democrazia ora significa niente di meno che elezioni libere e corrette, ma è qualcosa di molto di più».

Nel libro lei descrive la “Monitory Democracy” come una cura per combattere i populismi.
Per prima cosa dobbiamo essere chiari sulla parola “populismo”. Per me si riferisce a uno stile di politica pseudo-democratico guidato da demagoghi che in nome del “popolo” approfittano delle libertà democratiche per attaccare le istituzioni politiche (casta). Raccolgono litigi con le minoranze, suscitano paure e risentimento tra gli elettori scontenti e offrono loro speranze di redenzione. Vedo il populismo come una pericolosa malattia autoimmune della democrazia elettorale. È più che un sintomo del fallimento delle istituzioni democratiche nel rispondere efficacemente alle sfide antidemocratiche come la crescente disuguaglianza, la corruzione politica e il sentimento di impotenza dei cittadini. Il miglior rimedio contro questa malattia autoimmune è la difesa delle istituzioni di monitoraggio – agenzie anti-corruzione, tribunali indipendenti, parlamenti, giornalismo di sorveglianza, commissioni elettorali – che funzionano come armi per proteggere persone reali dagli abusi di potere in nome di un romanzo di fantasia.

Uno dei temi del suo libro è che non c’è più tempo e la democrazia deve reinventarsi per rispondere ai cambiamenti degli ultimi anni. Da dove si comincia?
Non penso in termini apocalittici, ma in materia di democrazia le cose sono davvero serie, tanto gravi quanto l’ultima grande crisi della democrazia degli anni ‘20 e ‘30. Guardiamo per esempio gli Stati Uniti, la democrazia più potente al mondo. I sondaggi mostrano che una netta maggioranza dei suoi cittadini, spesso più di sette su dieci, si aspetta che il divario tra ricchi e poveri si allarghi e che i loro leader non riusciranno a risolvere i maggiori problemi del Paese. La tendenza non è limitata agli Stati Uniti. Eppure ci sono controtendenze. Stanno accadendo cose positive, in nome della democrazia. Le femministe ovunque stanno contestando le istituzioni dominate dagli uomini e la misoginia quotidiana. Esistono leggi contro il bullismo sul posto di lavoro, denunce da parte di giornalisti investigativi, sforzi locali per creare schemi di reddito di base e mosse dei cittadini per proteggere i rifugiati, i migranti e i senzatetto.

La pandemia, in questo senso, potrebbe influenzare il futuro delle democrazie?
Lo fa già, ma gli effetti sono contraddittori. La morte e la sofferenza su larga scala e lo sconvolgimento sociale innescati sono terribili e preoccupanti presagi di possibili future catastrofi. Eppure le crisi sono anche momenti di opportunità e innovazione. Nel 2020 la Cina ha prodotto un record del 30% della crescita del Pil globale. Alcuni osservatori concludono da tutto ciò che “il modello cinese” sia il modo migliore per gestire le future pandemie. Non sono d’accordo. È notevole il modo in cui una manciata di democrazie – Uruguay, Corea del Sud, Taiwan, Nuova Zelanda e Australia – stanno dimostrando che esiste un’alternativa ai modi cinesi di gestire un’epidemia. Sostenuti da messaggi sui social media chiari e pratici, i governi si sono mossi rapidamente. I sistemi di test digitali sono stati rapidamente utilizzati per mirare e bloccare le catene di trasmissione locali del virus. Le decisioni del governo su come gestire il virus sono state filtrate attraverso competenze scientifiche. Test su larga scala, tracciamento sofisticato e isolamento della comunità dei pazienti sono state la norma. Ciò che è veramente interessante del rilevatore digitale di allerta precoce e dei metodi di controllo pubblico utilizzati da questi governi è il modo in cui dimostrano che la trasparenza è importante. Al contrario di governi in stile Boris Johnson e Jair Bolsonaro, che hanno diffuso confusione nell’opinione pubblica, moltiplicando le disparità. Ne derivano centinaia di migliaia di morti evitabili.

Nel libro si parla anche di democrazia in relazione alle esperienze dell’Unione europea in materia di cooperazione. Come si supera la “mentalità territoriale”? Come si disconnettono democrazia e luoghi?
Si parla ad esempio di “democrazia canadese” o “democrazia italiana”. Si limita quindi la democrazia al luogo fisico in cui deve vivere. È una visione piatta. Gli effetti farfalla sono la nuova norma. Le cose che accadono in un luogo hanno effetti politici altrove, in luoghi lontani, spesso simultaneamente. Il mio libro sostiene la necessità di reimmaginare la democrazia in termini più fluidi. Il punto è pensare alla democrazia in modo più caleidoscopico.

Il libro poi parla anche del rapporto tra capitalismo e democrazia, concentrandosi sul tema delle crescenti disuguaglianze.
L’economista politico americano Thorstein Veblen una volta ha notato con quanta facilità la democrazia potrebbe essere convertita in una maschera per camuffare la corruzione dei governi che fanno affari per i ricchi. Questa è ancora una delle nostre sfide: utilizzare metodi democratici per frenare un’economia che richiede la concentrazione della ricchezza e del potere in poche mani.

Un altro tema chiave del suo saggio è la battaglia sul terreno politico della biosfera. Il libro parla di non-umano, allargando il principio di uguaglianza non solo ai mercati ma alla biosfera.
L’inverdimento della politica democratica contemporanea è qualcosa di nuovo nella storia della democrazia. Pensiamo a organismi di monitoraggio ambientale, a progetti di citizen science, a scioperi per il clima; fanno di più che campagne contro il vandalismo ambientale. Mettono in discussione l’antropocentrismo della democrazia, la presunzione obsoleta che il popolo sia il legittimo padrone e il sovrano possessore della natura. Avvertono che a meno che noi esseri umani non abbiamo il coraggio di cambiare i nostri modi e trattare i nostri habitat con rispetto, le cose potrebbero andare davvero male.

Una domanda tratta dal libro: la democrazia è un ideale universale?
La risposta più breve possibile: è l’arma migliore che abbiamo per proteggerci dalle “illusioni di certezza” (Daniel Kahnemann). La democrazia non ha basi o garanzie metafisiche. Ci sono contesti come la Nigeria e la Thailandia in cui la democrazia non è nemmeno una questione filosofica. È apprezzata per ragioni meno esoteriche, ad esempio perché promette un governo non corrotto che fornisce acqua corrente pulita, elettricità e scuole e ospedali decenti. Ma anche in questi contesti in cui la democrazia mette radici, ha aspirazioni egualitarie e mette in guardia contro l’arroganza, prende posizione contro l’umiliazione delle persone.

Un’ultima domanda: nel libro si parla del rapporto tra democrazia e umiltà. In cosa consiste?
Una volta a Torino ho avuto il piacere di parlare per diverse ore in privato con Norberto Bobbio dell’importanza democratica della virtù dell’umiltà. Mi ha aiutato a capire che l’umiltà non è mitezza. L’umiltà non è piegarsi. Si oppone all’orgoglio arrogante. Detesta l’arroganza e la violenza. Gli esseri umani umili sanno di essere abitanti sulla terra (humus, da cui deriva la parola umiltà). Sono consapevoli dei loro obblighi nei confronti del mondo non umano. Sanno che non sanno tutto. L’umiltà è l’opposto della fame arrogante di potere predatorio, motivo per cui l’umiltà si rifiuta di umiliare. Dà agli individui e ai gruppi la forza interiore per agire sul mondo. L’umiltà è un’arma dei deboli.

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