Fare centro mancando il bersaglio No, il populismo nazionale non è di marca cattolico-democratica

Su Linkiesta, Cundari ha fatto un’analisi giusta indicando il colpevole sbagliato: il movimento referendario degli anni Ottanta e Novanta ha fatto molti errori ma non possono essergli imputati gli sbandamenti demagogici degli anni successivi. A meno che si creda al mito secondo cui fuori dal sistema proporzionale non c’è salvezza

Photo by Ricardo Arce on Unsplash

Le formule giornalistiche fanno storcere il naso agli intellettuali ma spesso colgono nel segno. Fanno, in altri termini, il loro mestiere e suscitano una salutare discussione, anche quando mettono in luce non tratti pertinenti della realtà ma esattamente il loro opposto. O, meglio, quando fanno centro ma colpendo il bersaglio sbagliato.

È il caso del pezzo assai interessante di Francesco Cundari su Linkiesta del 13 aprile. In molti si sono esercitati nella ricerca delle radici del populismo politico nazionale. Qualcuno è andato indietro non fino allo scontato Uomo qualunque ma al meno lontano ed eppure certamente più influente referendum pannelliano del 1978 sul finanziamento pubblico dei partiti, segnale d’allarme non ascoltato in tempi di ancora apparente egemonia dei partiti di massa.

Cundari spiazza tutti con una tesi sorprendente: il populismo nazionale ha avuto un padre nobile nella fascinazione della sinistra cattolico-democratica per il sistema elettorale maggioritario. Si comincia con il brillante “anonima partiti” di Andreatta (padre) ripreso da Andreatta (figlio) ora nel cerchio magico di Enrico Letta (linea di successione Andreatta, Ulivo, Pd, Renzi) e si finisce con l’assai meno brillante “uno vale uno” dell’altrettanto “anonima” Rousseau. Interessante ma non convincente, per una serie di ragioni che provo a sintetizzare.

Cominciamo da lontano. Le debolezze del compromesso costituzionale italiano sono note. Gli stessi costituenti ne erano del tutto consapevoli, come testimoniato dal celebre ordine del giorno Perassi con il quale ci si impegnava a introdurre correttivi che impedissero il deragliamento della nostra forma di governo, pericolosamente agganciata al sistema elettorale proporzionale.

Sappiamo anche che ben consistenti erano le ragioni di quel compromesso costituzionale realizzato dentro uno spazio di manovra assai ristretto, in ragione per un verso del complesso del tiranno e per l’altro dalla mancata legittimazione democratica della sinistra comunista. Ne venne fuori un assetto costituzionale funzionale alla transizione democratica ma che richiedeva man mano che se ne avveravano le previsioni (definitiva reciproca legittimazione) continue manutenzioni condite da sostanziali cambiamenti.

In altri termini, tanto più la democrazia consociativa faceva (bene) il suo mestiere tanto più la democrazia competitiva andava fatta entrare in campo. Questo vedevano con lungimiranza i costituenti. Per inciso, difficile pensare anche loro come ispiratori del populismo nazionale.

Ma la democrazia competitiva non è mai compiutamente entrata in campo. La transizione democratica si è completata, per fattori interni ed esterni, ma quella istituzionale è rimasta impigliata nella rete dei veti e degli errori. E il quadro della transizione verso la democrazia competitiva non è fatto soltanto di regole e di assetti istituzionali ma anche di partiti e del sistema di partito, non solo di party in the governement ma anche di party organization. Dal che i partiti burocratici di massa che avevano gestito e completato la transizione democratica erano diventati inservibili per la transizione istituzionale: il loro sgretolarsi andava fronteggiato aggiornando gli argini costituzionali.

Ci siamo così ritrovati con partiti privi di ancoraggio sociale, perché la società italiana non aveva più bisogno della pedagogia del partito di massa, e con assetti istituzionali privi del loro ancoraggio nel sistema di partito che dei primi costituiva la spina dorsale. Così come ci siamo parallelamente ritrovati con una presenza intrusiva e ostruttiva della politica nell’economia che di quel compromesso costituzionale rappresentava per diverse ragioni un corollario.

Progressivamente cultura, economia, religione, scienza hanno dichiarato esaurita la funzione integrativa di quel compromesso. Forma di governo e partiti non hanno però preso atto di quella dichiarazione. Difficile pensare a una condizione migliore per alimentare scorciatoie populiste.

Questo è l’affresco entro il quale lavorano negli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta il movimento referendario e i suoi referenti politici. Beniamino Andreatta, Mario Segni, la Fuci, le Acli, Roberto Ruffilli, Augusto Barbera, Gianfranco Pasquino, Pietro Scoppola, prima ancora Giuliano Amato – anche se poi il mondo socialista finì invece per fare da stampella al moribondo pluralismo polarizzato – Peppino Calderisi e il mondo radicale.

Ciascuno a suo modo pensa a come costruire un nuovo allineamento tra società e sistema politico, prendendo atto del successo della transizione democratica e cercando di confezionare, con gli strumenti politicamente disponibili e attivabili, un assetto capace di chiudere in modo equilibrato e funzionante la transizione istituzionale.

E lo fanno pescando un po’ ovunque, non che infatti mancasse una tradizione da rivalutare e sviluppare: Luigi Einaudi, don Luigi Sturzo, Maurice Duverger, Costantino Mortati, Giovanni Sartori e tanti altri. Fino ad arrivare al convegno di Orvieto del 2006 nel quale si mise a punto una possibile risposta alla sfida della “democrazia del pubblico” all’organizzazione dei partiti politici: un nuovo partito e non un partito nuovo. In forme assai più sofisticate e contendibili di quanto non avesse già tentato Forza Italia dieci anni prima. Sfida che esigeva un parallelo completamento costituzionale, in qualche modo ricercato con diversi e non equivalenti equilibri sia dalla riforma Berlusconi del 2006 che dalla riforma Boschi-Renzi del 2016.

Se tutto questo percorso non ha prodotto i risultati attesi non si può non provare a setacciare errori, insufficienze, ingenuità delle diverse coalizioni politiche e culturali che lo hanno sostenuto. Quello che non si può fare, tuttavia, è imputare alla cultura istituzionale di questo percorso la responsabilità dello sbandamento populista del Paese via via sempre più forte, sino alle elezioni del 2018 e alla formazione della maggioranza Lega-M5s. O, meglio, lo si può fare a patto di assumere una premessa che si dimostra assai debole: fuori dell’esperienza del partito burocratico di massa e del sistema elettorale proporzionale non c’è salvezza, ovvero non c’è democrazia moderna.

È una premessa che appare a tutti gli effetti un mito, uno dei miti che buona parte della sinistra e dello stesso cattolicesimo democratico hanno ostinatamente coltivato, finendo per alimentare “oggettivamente” il conservatorismo che ha continuato a gettare sabbia nel motore delle riforme costituzionali, alleandosi spesso con alcuni ma influenti eredi dell’azionismo.
E il mito si è fatto resistenza, inizialmente fortissima, poi via via attenuata ma mai scomparsa del tutto, come il referendum del 2016 ha largamente dimostrato. La resistenza non ha generato però un nuovo assetto né contrastato le degenerazioni del parlamentarismo lucidamente messe a fuoco dai costituenti. Ha invece trascinato il sistema verso una progressiva paralisi decisionale.

Democrazia governante e sistema elettorale majority assuring sono in realtà le migliori polizze di assicurazione contro il populismo, come il caso Macron ha ampiamente dimostrato. Cercarle non genera populismo ma al contrario previene il populismo perché accresce la capacità decisionale del sistema. E lo contiene perché evidenzia le alternative e fa emergere la frattura tra populisti e liberali, mettendo i secondi in condizioni di liberarsi di alleanze spurie e dannose.

Non è allora fuori luogo concludere imboccando una strada diversa da quella di Cundari e andando a cercare altre fotografie nell’album di famiglia del populismo italiano, stando attenti a non sbagliare album. Difficile allora non pensare al Berlinguer che, dopo la conclusione dell’esperienza della solidarietà nazionale (ultimo esempio da lui stesso sapientemente assecondato del funzionamento integrativo della democrazia consociativa che tuttavia ne esigeva l’immediato superamento), comincia a parlare di diversità e di questione morale. «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela», dirà nella famosa intervista a Eugenio Scalfari.

Era il 28 luglio del 1981, l’anno in cui Andreatta aveva firmato la lettera che sanciva il divorzio tra Tesoro e Bankitalia, pilastro antipopulista della costituzione economica materiale del nostro Paese. Dieci anni dopo, ci avviciniamo al trentennale, il primo dei referendum elettorali dimostrava al contrario che diverse regole istituzionali e diversi partiti avrebbero potuto farcela a completare la transizione istituzionale, sfuggendo all’alternativa tra la repubblica dei partiti e la scorciatoia populista che si avviava a mietere i primi successi attraverso la Lega.

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