Polemiche nucleariL’impatto sull’ambiente dell’acqua contaminata di Fukushima sarà trascurabile

Il piano osteggiato da ambientalisti, cittadini e governi dei Paesi confinanti al Giappone è appoggiato invece da diversi esperti, prevede lo sversamento in mare di oltre 1 milione di tonnellate del liquido utilizzato per raffreddare i reattori dell’impianto in seguito al disastro dell’11 marzo 2011

LaPresse

Almeno un milione di tonnellate di acqua contaminata sarà sversata nell’Oceano Pacifico, cioè in un bacino il cui volume misura 760 milioni di chilometri cubi. Quello che confluirà nel mare è il liquido impiegato per raffreddare i reattori 1, 2 e 3, della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, che furono compromessi dal disastro innescato l’11 marzo del 2011, quando un terremoto di magnitudo 9 e il successivo tsunami provocarono il surriscaldamento del combustibile nucleare, la fusione del nocciolo all’interno dei reattori, esplosioni di idrogeno ed emissioni radioattive.

L’acqua radioattiva che, stoccata in cisterne, oggi ammonta a oltre 1,2 milioni di tonnellate, sarà diluita fino a raggiungere livelli di radioattività non dannosi per l’uomo, per poi essere gettata in diverse zone della distesa oceanica.

Gli sversamenti, che dureranno per decenni, inizieranno entro la fine del 2022 o, al più tardi, nel 2023.

Il contaminante presente nell’acqua in quantità maggiori rispetto ai livelli massimi accettati internazionalmente è il trizio, un isotopo dell’idrogeno.

«Si tratta di un elemento radioattivo che decade con emissione di un elettrone a debolissima energia e, se ingerito in quantità quali quelle che potrebbero arrivarci a seguito della doppia diluizione, a terra e nell’oceano, e del suo successivo transito nella catena alimentare fino all’uomo – ammesso che qualche atomo riesca a raggiungerci – non desta alcuna preoccupazione per la salute umana e per l’ambiente», ha spiegato a Linkiesta Alessandro Dodaro, capo del dipartimento Fusione e sicurezza nucleare ed esperto di sicurezza nucleare presso l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

Secondo le autorità giapponesi non esiste un’alternativa sostenibile né praticabile: la decisione presa è frutto di anni di consultazioni pubbliche e discussioni di comitati di esperti.

«In passato sono state ipotizzate altre soluzioni, quali l’evaporazione in atmosfera (ma il trizio evaporato si ricombina con l’ossigeno e ricade a terra sotto forma di pioggia quindi, oltre che estremamente oneroso, è abbastanza inutile), oppure il congelamento in attesa del decadimento (ma il trizio impiega circa 12 anni per dimezzare il suo carico radiologico, quindi per ridurre di un fattore 100 l’attività presente occorrerebbero circa 80 anni e il problema sarebbe solo procrastinato)», ha continuato Dodaro. «Poiché lo stoccaggio massiccio a terra non è sostenibile, quella presa dal governo giapponese è indubbiamente della soluzione migliore, peraltro adottata da altri Paesi per analoghe procedure di scarico, senza alcuna conseguenza per l’ambiente».

Nel febbraio dello scorso anno, durante una visita alla centrale, il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, aveva sostenuto che il rilascio dell’acqua nell’Oceano Pacifico sarebbe stato in linea con gli standard internazionali dell’industria nucleare.

«L’impatto sull’ambiente sarà del tutto trascurabile – ha sottolineato Dodaro – Lo sversamento avverrà previa diluizione a terra per portare la concentrazione di trizio al di sotto dei livelli massimi accettati internazionalmente, rendendo l’acqua così diluita quasi confrontabile con quella dell’oceano. Gli sversamenti verranno poi scaglionati nel tempo ed a distanze adeguate dalla costa, per consentire un’ulteriore diluizione, e sotto adeguati controlli ambientali».

Quella del primo ministro giapponese Yoshihide Suga è stata una decisione che, come era immaginabile, ha comunque infiammato l’opinione di cittadini (non solo locali), ambientalisti e governi esteri, come Cina e Corea del Sud, che non ritengono opportuna la scelta presa dal Paese del Sol Levante.

Tra gli oppositori c’è anche Greenpeace, per la quale il governo giapponese e la Tokyo Electric Power Company avrebbero costruito una serie di miti per sostenere il loro piano: come il fatto che entro il 2022 non ci sarebbe più spazio per lo stoccaggio dell’acqua; o ancora che l’acqua non sarebbe contaminata perché il trizio radioattivo sarebbe l’unico radionuclide presente nell’acqua e sarebbe innocuo.

Infine, che non ci sarebbero alternative allo scarico dell’acqua nell’oceano. «La narrazione del governo giapponese è stata creata per ragioni finanziarie e politiche. Non solo lo scarico negli oceani è l’opzione più economica, ma aiuta il governo a creare l’impressione che si stiano compiendo progressi sostanziali nella disattivazione precoce dei reattori Fukushima Daiichi», si legge nel documento “Stemming the tide 2020. The reality of the Fukushima radioactive water crisis”, che l’organizzazione ambientalista ha pubblicato lo scorso ottobre.

«È la “soluzione” più economica per l’azienda, la Tepco, che in questi 10 anni ha fatto errori gravi a partire dal sistema di trattamento delle acque che non ha funzionato: il 72% dell’acqua stoccata a Fukushima è fuori norma, secondo l’ammissione della stessa Tepco che solo lo scorso agosto ha annunciato che c’è una contaminazione anche da Carbonio-14», ha spiegato a Linkiesta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Secondo Onufrio si tratta di una soluzione inaccettabile sia per l’ambiente sia per la salute. «Il gruppo di radioelementi segnalati dall’azienda infatti entra in catena alimentare e si va riconcentrando via via che si passa dal plancton ai molluschi e ai pesci. La dieta giapponese, come in generale quella dei Paesi dell’area, è molto ricca di prodotti ittici, ragion per cui ci dovrebbe essere molta attenzione nella gestione degli scarichi radioattivi».

Il direttore di Greenpeace ha sottolineato che l’organizzazione ambientalista ha  chiesto di modificare il sistema di trattamento delle acque reflue e di continuare lo stoccaggio a lungo termine. «Non è vero che manca lo spazio, è solo una questione di organizzazione e di costi», ha continuato Onufrio. «A marzo abbiamo presentato una proposta alternativa che prevede l’isolamento dalla falda dell’intera area della centrale coi tre reattori, il passaggio a un sistema di raffreddamento ad aria per evitare di continuare a produrre migliaia di tonnellate di acqua contaminata».

Secondo il direttore di Greenpeace Italia, il piano del governo giapponese che prevede di bonificare l’area in diversi decenni non è credibile. La proposta dell’organizzazione ambientalista prevede invece una gestione secolare del sito che andrebbe considerato come un deposito di rifiuti nucleari a lungo termine.

«Il recupero del combustibile fuso dei tre reattori richiederà molto tempo e in un contesto in cui, nonostante gli sforzi, la maggior parte dell’area rimane ancora contaminata oltre i limiti previsti dalle norme. Inoltre la contaminazione della parte forestata – non bonificabile – diventa essa stessa sorgente di contaminazione a causa degli agenti atmosferici che trasportano gli elementi radioattivi».

Dura è stata anche la posizione dei pescatori. «Questa decisione, che non intendiamo accettare, è estremamente deplorevole», ha affermato Hiroshi Kishi, presidente della Federazione nazionale delle cooperative di pesca.

Secondo gli ambientalisti, il Giappone avrebbe ignorato l’opzione di immagazzinare l’acqua a tempo indeterminato, preferendo scaricarla nell’oceano. «Il governo ha preso la decisione del tutto ingiustificata di contaminare deliberatamente l’Oceano Pacifico con scorie radioattive», ha detto al Financial Times Kazue Suzuki, attivista di Greenpeace Giappone.

Parallelamente, la Cina ha espresso «seria preoccupazione» per il piano, definendo la decisione «estremamente irresponsabile». Il ministero degli esteri ha esortato il Giappone a trovare un compromesso con i paesi interessati e l’Aiae. «Prima di raggiungere un accordo, [il Giappone] non deve rilasciare in mare senza permesso», ha spiegato.

La Corea del Sud ha espresso «forte rammarico», mentre gli Stati Uniti hanno approvato, se pur con cautela, la decisione del Paese nipponico. «Il Giappone ha soppesato le opzioni e gli effetti, è stato trasparente sulla sua decisione e sembra aver adottato un approccio conforme agli standard di sicurezza nucleare accettati a livello globale», ha fatto sapere il dipartimento di stato degli Stati Uniti.

«Siamo al corrente della decisione presa dal governo del Giappone», ha spiegato un portavoce della Commissione europea. «La Commissione si aspetta che le autorità nipponiche garantiscano totale sicurezza nell’operazione di sversamento in piena conformità con i suoi obblighi nazionali e internazionali – ha aggiunto il portavoce – In questo tipo di operazioni è fondamentale la trasparenza. Noi continueremo a monitorare la situazione e a restare in contatto con i nostri omologhi giapponesi».

La manutenzione giornaliera della centrale di Fukushima Daiichi genera l’equivalente di 140 tonnellate di acqua contaminata che, anche se trattata negli impianti di bonifica, continua a contenere il trizio. Oltre mille serbatoi si sono accumulati nella area adiacente all’impianto, e secondo Tepco le cisterne raggiungeranno la massima capacità consentita entro l’estate del 2022.

Proprio per questo risulta indispensabile e urgente rintracciare una soluzione per l’acqua utilizzata per raffreddare i reattori della centrale nucleare.

Le radiazioni possono essere pericolose per la salute, certamente, ma forse non tutti sanno che ciascuno di noi ne è quotidianamente esposto.

L’ha ricordato sui suoi canali social anche il direttore di Le Scienze, Mind, National Geographic Italia e National Geographic Traveler, Marco Cattaneo, che in un post ha sottolineato: «Le acque degli oceani sono già debolmente radioattive. È la radioattività naturale. Che è particolarmente alta in alcuni luoghi, per via della concentrazione di isotopi, naturali, radioattivi. Piazza San Pietro, per esempio, ha un fondo di radioattività naturale più elevato, per via dei sampietrini. È due volte più radioattivo del fondo naturale medio italiano. Le banane? Debolmente radioattive pure quelle, perché contengono l’isotopo 40 del potassio, un isotopo radioattivo che può subire due tipi di decadimento, beta e gamma. Ma tranquilli. Il potassio non si accumula nell’organismo. Quindi la radioattività che ingeriamo con le banane se ne va insieme al potassio che contengono».

«La decisione del governo giapponese, presa peraltro in accordo con l’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica, è stata ponderata per anni», ha continuato Cattaneo. «L’acqua di Fukushima nel Pacifico sarà più diluita di qualsiasi prodotto omeopatico (o giù di lì). E non aumenterà di una virgola la già bassissima radioattività naturale dell’Oceano».

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