RehabCome il Giappone può disintossicarsi dai combustili fossili

A dicembre il primo ministro Yoshihide Suga ha annunciato che avvierà una strategia di crescita verde per abbattere le emissioni nette climalteranti del Paese nipponico entro il 2050, e che non sosterrà più la costruzione di nuove centrali a carbone nel sud-est asiatico. Tuttavia, il percorso di adozione di energie pulite potrebbe incontrare diversi ostacoli

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A quasi 25 anni dal protocollo di Kyoto, l’accordo sul clima tenuto in occasione della Conferenza delle Parti – COP3 – della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il Giappone, così come la maggior parte degli Stati che lo hanno sottoscritto (oltre 180), sta ancora lottando per ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra.

Per quanto sorprendente, la dipendenza del Paese nipponico dai combustibili fossili è attualmente maggiore rispetto al periodo precedente il disastro nucleare di Fukushima, dell’11 marzo del 2011.

La dipendenza del Giappone dal carbone, a discapito dello sviluppo di energie rinnovabili come il solare, l’eolico e l’idroelettrico, è stata a lungo giustificata dalla narrativa politica dominante sottolineando che la geografia e orografia del territorio mal si concilierebbe con l’installazione di turbine, dighe e pannelli solari.

Nonostante ciò, lo scorso dicembre è arrivato l’annuncio del primo ministro Yoshihide Suga di una strategia di crescita verde che avrebbe portato a zero le emissioni nette del Giappone entro il 2050. L’Amministrazione ha anche dichiarato che con aprile cesserà di sostenere la costruzione di nuove centrali a carbone nel sud-est asiatico così come in altri Paesi dell’area orientale.

Una notizia accolta con ottimismo dagli ambientalisti. «Devo dire che la politica di Suga si sta rivelando più seria e attenta al cambiamento climatico rispetto a quella, precedente, di Shinzo Abe», ha sottolineato al Financial Times la direttrice del Renewable Energy Institute Mika Ohbayashi.

Entro il 2025, i nuovi veicoli dell’industria automobilistica nipponica saranno tutti elettrificati, nonostante le perplessità di Akio Toyoda, presidente della Toyota Motor, che ha ricordato: «C’è il rischio che il modello di business dell’industria automobilistica possa crollare». Toyoda ha sottolineato il rischio per il Giappone di non riuscire a produrre sufficiente elettricità pulita per alimentare tutte le auto.

Attualmente, per una parte della classe politica nipponica, anche l’energia nucleare potrebbe essere una soluzione, perché in grado di generare molta elettricità senza dover produrre gas a effetto serra. Tuttavia, si tratta di una soluzione ancora impopolare, a causa del disastro della centrale di Fukushima.

Alcuni osservatori guardano alla tensione attuale del Paese verso una conversione green come un’opportunità per lo Stato di riconquistare la reputazione di innovatore. Rimasto un ritardatario nell’economia digitale, la nascente industria della tecnologia pulita richiede competenze ingegneristiche avanzate e investimenti a lungo termine che il Paese sarebbe in grado di garantire potenziando il settore delle esportazioni.

«Internet, la digitalizzazione e l’economia delle app hanno spinto l’innovazione negli ultimi 20 anni, ma non hanno risolto problemi terribili come il riscaldamento globale», ha dichiarato al Financial Times Sota Nagano, partner della società di venture capital Abies Ventures con sede a Tokyo. «Queste soluzioni richiedono l’impiego di saperi ingegneristici e scientifici».

Nagano ha osservato che il Giappone ha sostenuto per decenni la ricerca di nuovi materiali nel campo della robotica e di altre deep tech attraverso Nedo – New Energy and Industrial Technology Development Organization -, un organismo governativo che sovvenziona il lavoro su nuove energie e tecnologie industriali avanguardistiche.

«Ora il governo sta spingendo le università a monetizzare i brevetti e la ricerca nei materiali, nel calcolo quantistico, nell’ingegneria meccanica», ha puntualizzato Nagano. «Tutto ciò testimonia l’impegno a contribuire a questo piano energetico verde. Il Paese si è impegnato in due audaci scommesse a lungo termine sulla tecnologia pulita. Una riguarda la trasformazione dell’idrogeno in combustibile per auto e generatore di elettricità. L’altra concerne un nuovo tipo di batteria per auto elettriche che promette di essere molto più efficiente dei modelli agli ioni di litio che alimentano Tesla e altri veicoli elettrici oggi su strada».

«L’idrogeno e le batterie allo stato solido sono ciò su cui le aziende giapponesi si sono concentrate maggiormente come vantaggio competitivo», ha dichiarato Kota Yuzawa, analista di Goldman Sachs a Tokyo che segue l’industria automobilistica. Secondo Yuzawa, la recente spinta verde del Giappone, insieme agli annunci ecofriendly della Cina e dell’amministrazione Biden, accelererà rapidamente il passaggio ai veicoli elettrici a livello globale.

Toyota è impegnata da oltre un decennio a progredire nel campo della tecnologia delle batterie, nota come stato solido avanzato, che consente di immagazzinare maggiore energia e prevede di lanciare un prototipo quest’anno. Le sfide per un’ampia produzione si giocano sulla stabilità e i costi dei materiali necessari.
La casa automobilistica nipponica sostiene che grazie alle sue batterie i veicoli possono coprire un viaggio di 500 km con una sola carica – che richiede solo 10 minuti -, il doppio della distanza coperta dalle auto elettriche attualmente sul mercato. «Si impiega più tempo a fare carburante presso le pompe di benzina», ha spiegato l’analista Yuzawa.

Le batterie sono inoltre più contenute nelle dimensioni, non necessitano di alcun sistema di raffreddamento, e non sono inclini a prendere fuoco come può invece accadere con le batterie al litio. Ma non è tutto oro quello che luccica: intorno a queste batterie gravitano diverse preoccupazioni. La principale è la potenziale perdite di gas solfuro, che è velenoso. Inoltre, il costo di queste batterie sarà superiore, fino a quando non saranno prodotte in serie, rispetto a quelle al litio.

Nonostante il Giappone sia presente sul mercato delle batterie per veicoli elettrici – la Panasonic produce quella della Tesla – rimane molto indietro rispetto alla Cina. Il Paese nipponico ha cercato di contrastare la concorrenza tutta orientale incoraggiando lo sviluppo delle batterie allo stato solido, nella speranza che diventino dominanti sul mercato. Tuttavia, i tempi sono lunghi: un prodotto strutturato non vedrà la luce prima del 2025.

Molto più attuale è la possibilità di alimentare le automobili con idrogeno, fonte di carburante che è una pietra miliare del piano giapponese per un futuro neutrale dal punto di vista climalterante. Nel 2014 Toyota ha introdotto il Mirai (che significa “futuro” in giapponese), il primo veicolo commerciale a idrogeno che si basa su una batteria alimentata a idrogeno che non emette CO2 e può essere ricaricata rapidamente. Il secondo modello del Mirai è uscito a dicembre 2020.

Ma anche l’idrogeno presenta degli svantaggi, come lo stoccaggio e la distribuzione, oltre al costo attualmente alto per la sua produzione, attraverso l’elettrolisi. A tal proposito, il fondatore di Tesla Elon Musk ha definito le auto alimentate a idrogeno un’idea folle. Nonostante questo, Yuzawa di Goldman Sachs ritiene che valga ancora la pena investire nella tecnologia, che rappresenta una soluzione più efficiente anche per spostare grandi carichi su lunghe distanze.

Ohbayash, pur ritendendo che questo elemento chimico, il più diffuso nell’universo, possa rivestire un ruolo importante nel perseguimento dell’obiettivo zero emissioni nette, sottolinea come sia ancora più importante che il governo si concentri sull’impiego delle energie rinnovabili ora disponibili come l’eolica, quella solare e infine la geotermica.

Come ha sottolineato al Ft, al momento del disastro di Fukushima, le energie rinnovabili garantivano il 10% dell’energia elettrica. Ora il dato si attesta al 20%. «La tendenza all’aumento è molto rapida», ha affermato. «Con le politiche giuste, le rinnovabili potrebbero persino raggiungere il 50% del fabbisogno entro il 2030 e il 100% entro il 2050. Ma abbiamo bisogno che il governo fissi questi obiettivi e incoraggi il mercato».

Un’opinione non così condivisa dal governo né dal secondo settore che auspicano, nonostante la sua impopolarità, un rilancio dell’industria nucleare, incluso il ministro dell’Energia Hiroshi Kajiyama, per il quale è la soluzione migliore per soddisfare, in modo pulito, il fabbisogno energetico del Paese.