Il mondo è piattoLa crisi sanitaria dell’India avrà ricadute su tutto il mondo

Nel subcontinente si contano oltre 200mila vittime per il coronavirus, più di 3mila al giorno. Ma gli effetti di questa nuova ondata vanno ben oltre i confini nazionali. Lo spiega un articolo dell’Atlantic, che ricorda come la diffusione del virus, la pericolosità delle varianti e l’assenza di solidarietà sulla gestione dei vaccini siano problemi per tutti noi

LaPresse

Da settimane il bollettino sanitario in India è diventato drammatico. Le vittime per il coronavirus hanno superato le 200mila, con picchi di oltre 3mila nell’arco di 24 ore. Solo nel mese di aprile il numero di nuovi casi ha raggiunto i sei milioni, con un nuovo record di contagi giornalieri: oltre 345mila. E questo tenendo conto solo dei dati del ministero della Salute, che però potrebbe riportare stime ritoccate al ribasso.

Sempre secondo i numeri ufficiali, l’India sembrava in una fase di miglioramento fino a poche settimane fa, con i contagi in diminuzione e la condizione degli ospedali in alleggerimento. Oggi è l’epicentro globale del coronavirus. E gli esperti di sanità pubblica dicono che i numeri non diminuiranno ancora per un po’.

Gli effetti di questa nuova ondata vanno ben oltre il subcontinente indiano: è un grande problema anche per il resto del mondo.

È prima di tutto un discorso sanitario. La variante indiana del virus, denominata B.1.617, è preponderante nel Paese, ma è già stata identificata in almeno altre 10 nazioni.

E riguarda anche sui vaccini, dal momento che oltre novanta nazioni in via di sviluppo si affidano all’India – sede del Serum Institute, il più grande produttore di vaccini al mondo – per le proprie dosi. Ma la fornitura ora è limitata dalle limitazioni alle esportazioni volute dall’India.

La situazione sanitaria è così delicata che domenica scorsa è intervenuto anche il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza, ha bloccato gli arrivi dal subcontinente: «Ho firmato una nuova ordinanza che vieta l’ingresso in Italia a chi negli ultimi 14 giorni è stato in India. I residenti in Italia potranno rientrare con tampone in partenza e all’arrivo e con obbligo di quarantena».

E chi è stato in India negli ultimi giorni e si trova già all’interno del territorio italiano è tenuto a sottoporsi ai test. Si tratta di misure di sicurezza molto simili a quelle adottate da altri Paesi che temono gli effetti della variante indiana.

«Se mai ci fosse un momento per intervenire, sarebbe adesso. Ma i leader mondiali, che finora si sono limitati a esprimere a parole la necessità di una cooperazione globale, sono stati per lo più preoccupati dalle loro situazioni interne», scrive l’Atlantic, in un articolo firmato da Yasmeen Serhan.

Per capire come l’India sia arrivata a questo punto bisogna tenere insieme tutti i fattori che possono aver contribuito a creare una situazione tanto compromessa, quella che nell’articolo dell’Atlantic viene definita la «tempesta perfetta» e include le nuove e le vecchie varianti. Ma anche l’assenza totale di misure di prevenzione come il distanziamento sociale o le mascherine, e poi ancora un flusso continuo di comizi politici e raduni religiosi senza alcuna restrizione.

Hanno fatto il giro del mondo le immagini della festa religiosa indù Kumbh Mela: tra il 12 e il 14 aprile centinaia di migliaia di persone si sono riunite nella città di Haridwar, nello Stato settentrionale dell’Uttarakhand, per fare un bagno rituale nel fiume Gange.

Nelle ultime ore, invece, a fare il giro del mondo sono le immagini delle cremazioni in strada, simbolo delle difficoltà di un Paese che sta vivendo la fase più grave da quando è iniziata la pandemia.

Un ruolo decisivo l’ha giocato l’atteggiamento del governo di Narendra Modi. Nelle ultime settimane c’è stato anche un susseguirsi di manifestazioni politiche e un generale compiacimento da parte dell’esecutivo, che aveva cantato vittoria troppo presto ed è stato lento a rispondere alla nuova crisi.

Non solo: l’esecutivo ha spesso nascosto i contagi e le morti – o quanto ha provato a silenziare le voci critiche. Pochi giorni fa Twitter ha cancellato, su richiesta del governo indiano, 52 tweet che criticavano la gestione della pandemia.

In quei messaggi si accusava Modi di essere responsabile della drammatica situazione indiana. Alcuni di questi tweet erano stati scritti da parlamentari e politici dei partiti di opposizione.

Il social network ha concesso questa forma di censura a causa dell’Information Technology Act, una legge del 2000 che permette di limitare la pubblicazione di materiale che il governo considera diffamatorio o che potrebbe incitare alla violenza.

La diretta conseguenza di questa gestione della crisi è nei numeri citati in apertura, negli ospedali pieni dai degenti e con scorte di ossigeno esaurite, negli obitori che hanno esaurito lo spazio e nelle cremazioni in strada.

«Il mese prossimo si potrebbe salire fino a 4.500 morti giornaliere, o addirittura fino a 5.500», scrive l’Atlantic, sottolineando che il peggio, forse, deve ancora venire.

La speranza di poter uscire da questa situazione risiede ovviamente in un duplice sforzo, almeno a livello di politica interna: da un lato il rispetto di nuove e più stringenti limitazioni, per contenere l’aumento dei contagi; dall’altro l’accelerazione della campagna vaccinale.

Quest’ultimo punto però potrebbe rivelarsi più complesso del previsto. «La situazione è diventata così disastrosa che il Serum Institute di Pune, produttore del vaccino AstraZeneca e uno dei principali contributori all’iniziativa Covax che si occupa di fornire dosi di vaccino ai Paesi a basso e medio reddito, ha detto che non sarà in grado di soddisfare il suo impegno a causa della carenza interna dell’India. Quella che una volta era considerata la farmacia del mondo, ora è costretta a importare dosi di vaccino», si legge sull’Atlantic.

Allora un contributo dovrebbe arrivare dall’esterno, scrive Yasmeen Serhan: «Nessuno dei passi falsi del governo indiano assolve il resto del mondo dal preoccuparsi di ciò che accade al Paese. Al di là delle ovvie ragioni morali ci sono anche quelle pratiche. Le epidemie incontrollate rappresentano una minaccia per chiunque, anche per i Paesi ricchi di vaccini come gli Stati Uniti. Forse la più grande preoccupazione in questo momento, in India e altrove, è la minaccia rappresentata da varianti più trasmissibili e la loro potenziale capacità di superare l’immunità vaccinale».

Dall’inizio della pandemia l’India ha fornito il 20 percento della fornitura di farmaci generici mondiali e oltre il 60 percento dei vaccini, nonostante abbia inoculato solo l’ 1 percento della propria popolazione contro il Covid-19.

Il Paese ha la capacità di produrre 70 milioni di dosi al mese, ma pur immaginando di dirottare tutte quelle dosi al suo fabbisogno interno non basterebbero a soddisfare la domanda di vaccini.

«Oggi l’India sta somministrando circa 3 milioni di dosi al giorno, ma per proteggere la sua popolazione di 1,4 miliardi, quel dato dovrebbe aumentare di tre volte», scrive l’Atlantic.

Il problema, a questo punto, è che il resto del mondo non ha ancora – per motivi diversi – messo in campo uno spirito di solidarietà tale da impegnarsi a fondo per aiutare i Paesi più in difficoltà, come l’India (o il Brasile, per fare un altro esempio molto di stretta attualità).

Questo perché, come si legge nell’articolo, «la maggior parte di coloro che hanno vaccini non ne hanno abbastanza e quelli con un immenso surplus, come gli Stati Uniti, non sono ancora abbastanza sicuri della loro fornitura per separarsi dalle scorte in eccesso».

Ma questi Paesi potrebbero aiutare in altri modi. Un primo suggerimento è abolire i limiti alle esportazioni di materie prime utilizzate per produrre vaccini. L’amministratore delegato del Serum Institute lo ha chiesto espressamente all’amministrazione Biden poche settimane fa, e la risposta di Washington – arrivata solo domenica scorsa – è stata positiva: gli Stati Uniti forniranno immediatamente le materie prime necessarie per aiutare l’India a produrre il vaccino AstraZeneca oltre ad altre forniture mediche. E lo stesso faranno i governi di Regno Unito e Germania.

Poi c’è il capitolo brevetti. India e Sudafrica hanno fatto appello all’Organizzazione mondiale del commercio per allentare temporaneamente i diritti sui brevetti dei vaccini, in modo che possano essere prodotti senza timore di essere citati in giudizio anche da questi Paesi.

E c’è una miriade di altri modi in cui il resto del mondo può aiutare chi sta subendo, in questo momento, gli effetti peggiori della crisi, indipendentemente dalle risorse a disposizione. Ad esempio aiutare l’India con il suo sequenziamento del virus, o donare macchinari per le terapie intensive di cui il Paese ha disperatamente bisogno.

«Dopotutto l’India – è la conclusione dell’articolo dell’Atlantic – è un promemoria per tutto il mondo: sebbene la vaccinazione di massa abbia fornito una via di fuga dalla pandemia, c’è una lunga strada da percorrere. Il mondo è sulla buona strada per registrare più morti per Covid-19 quest’anno rispetto al 2020. I rischi generati dai nuovi focolai non sono limitati a singoli Stati, ma coinvolgono tutti».