Gli effetti del climate changeLo sviluppo insostenibile sull’Himalaya

Il distaccamento di una parte di montagna nello Stato di Uttarakhand (in India) ha originato uno tsunami d’acqua che ha causato oltre 200 vittime tra morti e dispersi. È solo l’ultimo tragico episodio di una lunga serie

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Se le temperature aumenteranno di un grado e mezzo, prima del 2100 i ghiacciai himalayani si ridurranno di un terzo, ammoniscono gli scienziati. Questo metterebbe a rischio l’accesso all’acqua potabile per un miliardo e mezzo di persone, perché limiterebbe le portate di grandi fiumi come il Gange, l’Indo, il Brahmaputra.

Secondo un recente studio della Banca Mondiale, rispetto ai 9.000 metri cubi d’acqua pulita disponibili annualmente per ogni cittadino statunitense, gli abitanti della Cina ne hanno 2.000, quelli dell’India 1.000, i pakistani 300.

A questo problema se ne aggiunge un altro, sempre incentivato dall’aumento delle temperature: il dissesto idrogeologico. Poco più di un mese fa, il 7 febbraio, 22 milioni di m3 di roccia mista a ghiaccio e neve del ghiacciaio Nanda Devi – nel Nord dell’India, al confine con il Tibet –, sono precipitati in un lago artificiale nel distretto di Chamoli di Uttarakhand. L’evento ha generato uno tsunami d’acqua, detriti e fango che ha travolto due dighe, inducendo l’esondazione di altrettanti affluenti del Gange e distrutto il villaggio di Reni (causando oltre 200 morti e dispersi), raggiungendo l’intera vallata alle pendici del massiccio montuoso.

Chamoli si trova a circa 60 km a Nord-Est del luogo in cui, nel 2013, un nubifragio innescò alluvioni e frane: un disastro ecologico che ha mietuto circa 6mila vittime.

«Le temperature nelle zone delle cime più alte della Terra sono cresciute mediamente più che in altre catene montuose», ha sottolineato al Financial Times Maharaj Pandit, docente di studi dell’Ambiente all’università di Nuova Delhi. La conferma arriva anche dal Centro internazionale per lo sviluppo montano integrato (ICIMOD), un organismo intergovernativo regionale.

La popolazione di queste terre, e in generale coloro che abitano la fascia che andando dalla provincia cinese dello Yunnan a oriente sino al Pakistan occidentale forma la regione dell’Himalaya-Karakorum, sede dell’Everest e del K2, sono consapevoli da diverso tempo che il loro ecosistema sta cambiando.

La causa non sarebbero solo i cambiamenti climatici. Ma anche la costruzione compulsiva di strade e dighe in un’area geologicamente instabile. È un cocktail esplosivo che minaccia la sicurezza degli Stati himalayani.

Oltre 1.300 centrali idroelettriche sono state costruite, o sono pronte per essere ultimate, tra l’India e le zone di confine con la Cina: ciò ha richiesto l’edificazione di nuove strade e implicato attività intensive di deforestazione così come il danneggiamento di intere parti di montagne. Aumentando le probabilità di dissesto idrogeologico.

«Sappiamo che la regione himalayana è molto vulnerabile, ma non lo stiamo prendendo in considerazione», ha ricordato al Financial Times Pema Gyamtsho, direttore generale dell’ICIMOD.

Reni, protagonista dell’ultimo disastro ambientale, fu il villaggio che favorì la nascita del movimento ecologista Chipko (o Chipko Andolan), quando le donne locali nel marzo del 1974 respinsero i taglialegna impedendo che una foresta vicina venisse rasa al suolo.

Furono proprio quelle proteste a ispirare il moderno attivismo ambientale in India. «Siamo del villaggio che ha insegnato al mondo l’importanza dell’ambiente», ha ricordato al Financial Times Hira Singh, una 38enne del paese. «È molto difficile iniziare una vita normale dopo questo disastro». «Le autorità stanno giocando con la natura più di quanto dovrebbero fare», ha sottolineato Vibhuti Garg dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis.

Oltre al controverso progetto di edificazione di dighe e centrali elettriche, anche la costruzione di strade suscita l’opposizione delle popolazioni locali (e non solo).

L’India è attualmente impegnata nel progetto Char Dham Highway: 800 chilometri di strada che collegano diversi siti di pellegrinaggio indù a Uttarakhand. Secondo le autorità, l’ampliamento delle strette strade di montagna incentiverà l’arrivo di pellegrini e di turisti, con importanti benefici economici, consentendo al contempo un rapido accesso militare al confine indiano con la Cina.

Secondo Ravi Chopra, ambientalista alla guida di una commissione nominata dalla Corte Suprema che esamina il progetto, il taglio degli alberi richiesto esacerba pericoli come le frane. «Il progetto – ha ricordato – contraddice le precedenti linee guida del ministero delle Strade contro strade montane così ampie». È d’accordo il politico e attivista ambientale Atul Sati, che ha sottolineato: «Abbiamo bisogno di buone strade, non di autostrade a due, tre, quattro, cinque corsie».

A ciò si aggiunge un problema geopolitico. Gli scontri tra Pakistan e India per il controllo del Kashmir impediscono infatti di dare priorità ai temi ecologici. E le tensioni con la Cina, secondo quanto suggeriscono gli scienziati, rischiano di acuirsi con l’aumento demografico, la crescita economica e gli effetti del climate change. Intensificando la concorrenza per risorse indispensabili come l’acqua, ricavata dai fiumi himalayani.

Il trattato sulle acque dell’Indo, siglato il 19 settembre del 1960, che regola l’uso condiviso dell’India e del Pakistan del fiume Indo, è un esempio di cooperazione sopravvissuto a lungo. Tuttavia, l’India ha più volte minacciato, l’ultima nel 2019, di deviare l’acqua quando le tensioni militari aumenteranno. Parallelamente la Cina, che non ha trattati di condivisione di questo bene con i suoi vicini himalayani, in seguito alle tensioni di confine con l’India, nel 2017 ha interrotto temporaneamente la condivisione dei dati sul fiume Brahmaputra, soggetto a frequenti inondazioni.

Secondo Aditya Valiathan Pillai del Centre for Policy Research di Nuova Delhi, «una delle tragedie è stata che le questioni climatiche e ambientali sono state sempre più trascinate nella fragile geopolitica della regione. I Paesi dovrebbero sviluppare un trattato a lungo termine, pragmatico, apolitico sulla sopravvivenza della civiltà».

Benché nel 2020 gli otto Stati himalayani abbiano stretto un accordo per cooperare, elaborando una strategia per affrontare il climate change, il cambiamento climatico continua a essere visto e trattato come una minaccia solo remota, come conferma Dipak Gyawali, ex ministro delle Risorse idriche del Nepal. «Per un politico medio nel Sud del mondo, ci sono troppi problemi da affrontare prima», afferma. «Il cambiamento climatico è troppo lontano all’orizzonte per essere importante».