Ultimo tangoIl tour del ministro delle Finanze argentino per rinegoziare il debito con i Paesi Ue

Martín Guzmán ha visitato i suoi colleghi in Germania, Italia, Spagna e Francia per ristrutturare un debito di 2,4 miliardi che scade a maggio. Ma Buenos Aires cerca anche una soluzione per dilazionare restituzioni assai più gravose dovute al Fmi. «È impensabile che il Paese possa pagare 18 miliardi di dollari il prossimo anno», ha detto il presidente Fernández

LaPresse

Quattro capitali e oltre quattromila chilometri percorsi in appena 5 giorni. È stato un lungo tour quello del ministro delle Finanze argentino Martín Guzmán, giunto in Europa per incontrare i suoi omologhi di Germania, Italia, Spagna e Francia a cui ha aggiunto un’udienza presso Papa Francesco in Vaticano, che lo ha ricevuto in forma privata.

La ragione del viaggio è stata soprattutto di natura economica: Guzmán ha intrapreso questo viaggio con l’obiettivo di ottenere la rinegoziazione del debito di 2,4 miliardi che l’Argentina ha con i Paesi del Club di Parigi (associazione che riunisce i 22 Paesi più ricchi del mondo ed è capitanata dal Tesoro francese) e che scade a maggio. Obiettivo che sembra nel complesso raggiunto: Guzmán non poteva chiedere altro, visto che detrazioni di capitale o interessi erano impossibili da ottenere perché i creditori sono, in questo caso, Stati sovrani e non fondi d’investimento o banche.

Oltre a questo, però il vero scoglio da superare era un altro: il presidente Alberto Fernández aveva infatti affidato a Guzmán l’obiettivo di convincere i Paesi più ricchi del G7 a intercedere presso il Fondo monetario internazionale per rinegoziare i 44 miliardi che l’Argentina ha preso a prestito nel 2018 e che ora deve restituire.

Il rapporto tra l’Argentina e il proprio debito pubblico è da sempre piuttosto complicato: il default del 2001 da 132 miliardi di dollari è ancora un ricordo ben vivido nella memoria di tutti, compresi molti europei e italiani che non hanno più visto tornare i loro investimenti. «La storia però oggi è completamente diversa», racconta a Linkiesta Antonella Mori, head of the Ispi Latin America programme e docente di Macroeconomia e Scenari economici presso l’Università Bocconi di Milano. Il debito che il governo argentino aveva contratto nel 2001 era infatti soprattutto con investitori privati, mentre oggi non è così. «Il debito maggiore che ha l’Argentina è con il Fondo monetario internazionale, a cui ha chiesto 57 miliardi di dollari per ripagare il debito contratto con i privati in valuta straniera nel 2018, sotto la presidenza di Mauricio Macri.

«La recessione del Paese ha fatto sì che il debito da pagare fosse soltanto di 44 miliardi, visto che l’ultima tranche non è stata presa», sottolinea Mori. Adesso la pandemia e il crollo del 10 per cento del Prodotto interno lordo nazionale, unita a un’inflazione galoppante sopra il 40 per cento, costringono il Paese a rivedere drasticamente i propri piani: i debiti privati, circa 100 miliardi di dollari, sono stati i primi a essere rinegoziati, ma adesso tocca a quelli pubblici. Come ha dichiarato il presidente Fernandez in un’intervista televisiva, «è impensabile che il Paese possa pagare 18 miliardi di dollari di debito il prossimo anno e 19 nel 2023». Il 2021 è stato in parte un’eccezione, visto che l’Argentina ha ricevuto i diritti di prelievo, una somma elargita dal Fmi per i Paesi a medio reddito, che hanno difatti annullato la rata di 4,5 miliardi di dollari che il Paese doveva elargire quest’anno. 

In Argentina il viaggio del ministro è stato seguito con molta attenzione, grazie alle note ufficiali del ministero dell’Economia e agli aggiornamenti quotidiani dei giornali locali. Questi cinque giorni in Europa sono stati l’occasione anche per incontrare esponenti del mondo dell’imprenditoria europea: non a caso Guzmán era accompagnato dal direttore del Fmi per l’Argentina e il Cono Sud, Sergio Chodos, e dal capo di gabinetto del Ministero dell’Economia, Melina Mallamace.

Una delle tappe più difficili del viaggio è stata la prima, in Germania, Paese da sempre molto esigente in tema di debito, dove il ministro delle Finanze argentino ha incontrato il segretario del Ministero federale delle Finanze, Wolfgang Schmidt. Come recita la nota ufficiale, durante l’incontro i funzionari hanno discusso «del processo di stabilizzazione dell’economia argentina e dei progressi nei negoziati con il Fondo monetario internazionale (Fmi) e il Club di Parigi, per alleggerire le restrizioni cui devono far fronte i Paesi a medio reddito per una ripresa anche in tempo di pandemia.

Roma è stata una tappa decisiva nel viaggio di Guzmán: nella capitale italiana il ministro argentino ha incontrato Papa Francesco, che da tempo si è fatto promotore di una politica di ristrutturazione del debito dei Paesi a medio reddito, ma anche il ministro dell’Economia italiano, Daniele Franco, e un pool di investitori privati. Come si legge nel comunicato erano presenti Michele Crisostomo (presidente Enel), Maurizio Bezzeccheri (ceo di Enel Americas), Alessandro Profumo (ad di Leonardo), Pierfrancesco Latini (ad di SACE) e Giovanni Rocca (vicepresidente di Ferrovie dello Stato), a cui il ministro ha spiegato la nuova politica economica argentina, basata su investimenti reali e tendente a scoraggiare comportamenti speculativi a breve termine.

Il ricordo di ciò che è successo nel 2018 è ancora ben presente. «È stata questa la causa ultima dell’attuale debito argentino», spiega la professoressa Mori. «Il problema maggiore di Macri è stato l’aver cercato di aprire l’Argentina al mercato, dopo anni di divieto di accesso ai mercati internazionali. Il punto è che dopo aver emesso titoli a 100 anni gli investitori, che prima avevano scommesso sull’Argentina, sono poi improvvisamente usciti. Così è nato il prestito da 44 miliardi del Fondo monetario internazionale, il più grande della sua storia, e volendo anche la sconfitta di Macri contro il tandem Fernández-Kirchner, che adesso lo accusano di frode pubblica e danno fiscale alla nazione».

Altrettanto cordiale è stato l’incontro con il ministro delle Finanze italiano, Daniele Franco. «La presidenza italiana del G20 ci pone di fronte alla necessità di definire azioni globali per affrontare la pandemia e poter portare a una ripresa economica sostenibile, che non lasci indietro i Paesi a medio reddito», ha twittato il ministro Guzmán. Il tour si è infine concluso con un incontro prima con le istituzioni spagnole, in particolare con la ministra dell’Economia e vicepremier Nadia Calviño, e poi con il suo omologo francese Bruno Le Maire, che formalmente presiede il Club di Parigi.

Il tour è in generale passato inosservato agli occhi della stampa europea, eccezion fatta per quella francese: Le Monde e Le Figaro sono stati gli unici quotidiani di spicco a raccontare il viaggio di Guzmán in giro per l’Europa. I buoni rapporti con le cancellerie del Continente e con i vertici del Fmi lasciano immaginare che alla fine l’Argentina otterrà quanto richiesto. «Abbiamo un rapporto molto costruttivo con l’Argentina», aveva assicurato non più tardi del 7 aprile la direttrice operativa del Fondo monetario internazionale, la bulgara Kristalina Georgieva, aprendo le porte a una revisione dei tassi d’interesse. «C’è una generale fiducia nell’Argentina e nessuno vuole realmente creare problemi al governo di Fernández, specie in un momento come quello attuale in cui anche in Argentina si combatte contro la pandemia», sottolinea Mori.

Una vera opposizione alla richiesta di Guzman non c’è stata, anche se in Spagna più di qualcuno all’interno del Partido Popular ha mugugnato. La coalizione di governo tra il Partito socialista di Pedro Sánchez e Podemos ha coltivato un buon rapporto negli ultimi mesi con il presidente Fernández: per questo, il leader del Partito popolare Pablo Casado, in un discorso al Congresso qualche mese fa sull’uso dei fondi europei, ha chiesto al governo di «evitare il peronismo e il clientelismo». L’esempio argentino degli ultimi anni resta ancora ben impresso in tutta Europa.