L’ex ministroLa versione di Minniti sulla Libia, le ong e le intercettazioni dei giornalisti

«Ha fatto bene la ministra Cartabia a ordinare un’ispezione a Trapani», dice. Nega di aver mai criminalizzato le organizzazioni non governative: «Non abbiamo chiuso nessun porto». Ora, dice, l’Ue dovrebbe finanziare la ricostruzione a Tripoli e creare nuovi corridoi umanitari in grado di svuotare i campi profughi

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti in un’intervista alla Stampa spiega la sua versione dei fatti sulle inchieste che riguardano le ong e le intercettazioni a carico dei giornalisti che indagavano sul traffico di esseri umani in Libia. Lo fa da «ex politico» da una «casa nel faro di un Paese del Sud Italia», perché «quella è una fase conclusa della mia vita», precisa. Mentre oggi è «uno studioso cui Leonardo ha chiesto di far nascere una Fondazione che prima non c’era».

Minniti precisa che le intercettazioni a carico dei giornalisti «destano giusti e forti interrogativi. E ha fatto bene la ministra Cartabia a ordinare un’ispezione a Trapani». Ma chi aveva ordinato quelle intercettazioni? «La polizia giudiziaria, da qualsiasi ministero provenga, dipende solo ed esclusivamente dal magistrato», spiega l’ex ministro. «In Italia esiste la separazione dei poteri e ne sono orgoglioso. Solo chi non conosce il nostro Paese può pensare che da noi possa esistere un magistrato che si fa dare ordini da un ministro».

C’è però una nota del 12 dicembre 2016 scritta dall’ufficio immigrazione del dipartimento di pubblica sicurezza e indirizzata allo Sco che sembra suggerire le linee di azione dell’indagine che ha finito per intercettare i giornalisti. Se non fu un ordine, sembrava tanto un suggerimento, fanno notare dalla Stampa. «Nelle stesse ore in cui veniva diramata la nota io ero al Quirinale: stavo giurando come nuovo ministro dell’Interno», spiega Minniti. «Non avrei mai potuto essere così rapido».

Allora era stato il suo predecessore Angelino Alfano? «Questo genere di relazioni non passano dal ministro. Sono note degli uffici. Gli uffici hanno una loro autonomia operativa», spiega.

I giornalisti intercettati indagavano sui rapporti tra il governo italiano e i trafficanti di uomini libici. Minniti nega di aver mai incontrato uno di questi boss, Abdul Rahaman Milan, detto Bija. «No, non l’ho mai incontrato», assicura. «Si è parlato di un suo viaggio in Italia su invito dell’Organizzazione per l’immigrazione di Ginevra. All’epoca si presentava come ufficiale della Guardia costiera libica e la formazione della guardia costiera libica era un compito dell’Ue».

Minniti dice di aver «trattato sempre con rappresentanti istituzionali. Il memorandum tra Italia e Libia era stato firmato dai due capi di governo Paolo Gentiloni e Sarraj. Sottolineo che quel memorandum è in vigore e agisce anche oggi».

Ma l’ex ministro è accusato di aver dato il via al processo di criminalizzazione delle ong che poi Salvini avrebbe completato. «È falso», risponde. «Nel 2017-2018 avevamo messo a punto un dispositivo di ricerca e soccorso in mare di cui facevano parte le ong. In quel periodo la guardia costiera italiana operava in acque libiche e questo è accaduto fino alla fine della mia esperienza di governo. Non abbiamo mai chiuso nessun porto e la situazione era molto complicata: nel 2016 arrivarono 180mila immigrati e nel 2017 se ne prevedevano 250mila. In 36 ore arrivarono 13.500 persone. Non 26 barconi, 26 navi contemporaneamente».

Ma da ministro firmò un codice di condotta che avrebbe dovuto portare uomini armati sulle navi ong. «Era un codice pattizio nei rapporti con le Ong, non una legge come sarebbe stato fatto dopo», spiega. «Se le ong assumono un ruolo rilevante nella gestione delle emergenze umanitarie è normale che si coordino con il Paese. Se un magistrato ritiene utile un’ispezione con la polizia giudiziaria, è giusto che possa farlo». Anche perché «tutti i 27 Paesi dell’Ue e tutte le ong hanno accettato quel codice. L’unica a rifiutarsi fu Médecins Sans Frontière che peraltro ha continuato a operare come Sos Méditerranée. Sia il memorandum sia il codice sono ancora in vigore oggi. E non credo di essere tanto potente da imporre ancora oggi a Stati e organizzazioni umanitarie norme che non vogliono».

Ma il nodo resta l’accordo discutibile con la Libia. Inchieste internazionali dimostrano che i respingimenti della guardia costiera libica portano gli immigrati in veri e propri lager dove vengono violati i diritti umani. «Quando ero ministro siamo riusciti per la prima volta a portare in Libia l’Onu e a consentire che ispezionasse i campi», dice Minniti. «Nello stesso tempo abbiamo avviato con Onu e Conferenza episcopale italiana i corridoi umanitari proprio per svuotare quei campi. Un lavoro progressivo, passo dopo passo. Che sarebbe proseguito se nel 2018 non avessimo perso le elezioni e il governo successivo non avesse cambiato politica».

Sul bilancio politico dei governi Conte, dice: «Che in quel periodo l’Italia abbia perso peso politico in Libia mi sembra evidente. Noi avevamo cercato di impegnare l’Europa per governare insieme l’immigrazione. Dopo di noi Conte ha cercato di utilizzare l’immigrazione contro l’Europa. Una conseguenza dell’ideologia del sovranismo nazionalista». Ma l’Europa intera può giocare ancora un ruolo: «Il nuovo governo unitario di Tripoli è una grande occasione. Il quadro geopolitico in questi anni è cambiato. È l’Oriente che è scivolato verso il Mediterraneo centrale con la presenza di Turchia e Russia in Libia».

Ieri Mario Draghi è stato a Tripoli con Di Maio e una serie di imprenditori italiani. Che cosa dovrebbe fare ora l’Europa? «L’Europa non ha un esercito (e ne avrebbe bisogno) ma ha il denaro che turchi e russi non possiedono», risponde Minniti. «Con quel denaro dovrebbe finanziare la ricostruzione della Libia e creare nuovi corridoi umanitari in grado di svuotare i campi profughi. Garantendo gli afflussi concordati con gli Stati e punendo quelli illegali. Bisogna fare in fretta. Tra pochi mesi vanno al voto Francia e Germania. E non possiamo sperare di risolvere il problema dei migranti con la redistribuzione in quei Paesi».

«Non è cinismo, è realismo», assicura. «Di fronte ai problemi non basta protestare, bisogna proporre soluzioni. Il mio modello non va bene? Ditemi qual è l’alternativa. Questo è il riformismo».

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