Chi li ha visti?Che sta succedendo ai Cinquestelle (e perché i talk show fanno finta di niente)?

Il primo partito in Parlamento è dilaniato da una faida interna senza precedenti intorno a questioni di natura costituzionale, ancora prima che politica, eppure nessuno gliene chiede conto, come se fosse una cosa normale. Ma non è una cosa normale

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Chi li ha visti? Più che Bianca Berlinguer o Corrado Formigli dovrebbe essere Federica Sciarelli a darsi da fare per portare in tv qualche leader dei Cinquestelle e chiedergli, come Michelangelo al suo Mosè, perché non parli? Perché nessun grillino spiega che cosa sta succedendo nel primo partito italiano (in realtà è il quarto, ma è il più rappresentato in Parlamento)?

Perché mentre prima, soprattutto ai bei tempi dell’abolizione della povertà (governo Conte 1 cosiddetto gialloverde), c’era sempre un Di Maio, un Toninelli, almeno un Buffagni, oggi nessuno di loro va in tv a spiegare qual è, se c’è, una svolta politica e “ideologica” del Movimento?

Perché l’avvocato Giuseppe Conte, a parte una noiosa riunione in streaming in cui non ha detto niente, non prova a farci capire lo stato dell’arte?

È una questione democratica, persino. Perché è tipico di un sistema politico sano che i partiti diano conto di ciò che si muove intorno e dentro di loro, mentre è nei regimi che tutto avviene nelle segrete stanze.

Eppure i famosi Stati generali del Movimento sono passati da mesi, nessuno organo direttivo è stato eletto, se n’è andato un pezzo da novanta come Alessandro Di Battista, decine di parlamentari – in barba alla mistica grillina – hanno tranquillamente trovato casa in altri gruppi parlamentari.

Davide Casaleggio è in rotta con i capi del Movimento creato da suo padre, mentre Repubblica ci informa che la Conte-revolution consisterebbe nell’adozione di uno slogan vecchio come il cucco, «né di destra né di sinistra», che poteva avere un senso nella stagione dell’assalto al cielo e del trionfo dell’antipolitica, mentre adesso odora di un qualunquismo che al confronto quello di Guglielmo Giannini era la quintessenza della raffinatezza politica.

E dunque che vuol dire questo «né di destra né di sinistra»? Che analisi fanno, i grillini, dello stato della sinistra italiana? Che giudizio danno della destra italiana? Che cosa significa avvicinarsi al Partito socialista europeo, ammesso che sia vero? O voler diventare una specie di partito verde? Quali sono insomma i capisaldi di teoria politica che sorreggono quel trito slogan in voga da sempre in certi annoiati salotti borghesi e nelle anticamere dei ministri di fine Ottocento?

Eppure la cosa è inquietante.

Non è infatti rispondente ai dati fattuali della Storia pretendere di dichiararsi né di destra né di sinistra (tutt’altra cosa è battersi per una nuova sintesi in grado di assimilare non ideologicamente ma sulla base della realtà storica elementi dell’una e dell’altra cultura formandone, hegelianamente, una del tutto nuova): tanto è vero che sempre, nella Storia reale, i sostenitori del «né di destra né di sinistra» sono regolarmente finiti molto a destra.

Non a caso, un volume della monumentale storia della Terza Repubblica francese dello storico israeliano Zeev Sternhell si intitola proprio “Ni droite ni gauche”, presupposto ideologico dello slittamento proto-fascista della destra francese; un topos ripreso decenni dopo da Marine Le Pen e da quel Nigel Farage presso il cui gruppo europeo i grillini trovarono la loro prima casa. E lasciamo stare, per brevità, il sansepolcrismo di Benito Mussolini o la triste esperienza dell’Uomo qualunque.

Ma comunque la si pensi, è innegabile la necessità democratica, diremmo così, per la quale i grandi anchorman e anchorwomen e anche i grossi commentatori dei giornali dovrebbero bombardare i grillini di richieste di chiarimento, qualcosa di molto diverso dai dieci secondi previsti dal Cencelli di viale Mazzini nei pastoni dei tg di solito affidati ai Licheri di turno.

I cittadini hanno il diritto di sapere tutto, finanche delle vicende finanziarie, e di aprire il Movimento cinque stelle come una scatoletta di tonno, e in nome della trasparenza e dell’igiene della politica hanno il dovere di stanarli dalle caverne in cui si sono rifugiati non sapendo cosa dire. Perché scappare è troppo comodo.

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